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L’UOMO NUOVO
(potremmo ricavare energia pulita?)

Saggio in forma di romanzo giallo
  • Scheda
  • Colophon

Tutta l’insufficienza di scienza e religione denunciata in un thriller complesso e avvincente, con uno stile visionario sospeso fra reportage e metafisica.

Contiene la verità definitiva sul Priorato di Sion
e sulla Storia d’Italia 1945-2000.

Prime edizioni: 2005/2007
Ultima edizione: 2017

Pagine ediz. attuale: 608

Formato attuale: 152,4x228,6 mm
Brossura, copertina morbida

ISBN 9788865010037, 9781521308486

 

Oggi si chiamano “fake news” e “post-verità”; ieri si definivano “leggende metropolitane” e “teorie del complotto”. Con qualunque nome si voglia definirle, nel lontano 2002 le ho prese tutte quante e le ho riunite in un romanzo-fiume caleidoscopico e scoppiettante, alla Pynchon, sfruttando l’occasione per calarvi dentro anche pezzi di saggistica che da soli avrebbero richiesto altri 5 o 6 volumi.
Il risultato è questo fantasmagorico libro di 608 pagine (la prima edizione ne aveva 832, la seconda 684: ciò nonostante, sono andate esaurite in pochi mesi), in cui tutti i temi sono accorpati in un’unica, sorprendente, appassionante trama. Con un solo filo conduttore. Un intrigo internazionale così realistico e verosimile da sembrare realtà. O forse... questa è davvero la realtà.

Ni può scrivere un saggio usando la tecnica del romanzo? Cioè facendo in modo che siano dei personaggi di fantasia e non l’autore, a esporre i temi e le problematiche da affrontare?... Detto in termini televisivi: può un documentario avere la struttura di una fiction?
La risposta è sì. Specialmente quando gli argomenti sono molti, e richiederebbero più di un libro. Inoltre, dal punto di vista di chi legge, la forma narrativa è più divertente di quella della saggistica: una sceneggiatura d’avventura è generalmente più godibile di un trattato.

Da questa convinzione è scaturito “L’Uomo Nuovo”.
Nel 2002 mi venne voglia di scrivere un giallo. Un bel thriller planetario, se così si può dire. Da qualche anno avevo anche intenzione di metter giù dei saggi che facessero impietosa pulizia di un cumulo di bufale e di menzogne su cui la gente si appassiona e si arrovella da sempre, alla ricerca di una verità che i ciarlatani da un lato e i governanti dall’altro sono avvezzi a celare con pari abilità. Priorato di Sion e Rosacroce. Rennes-le-Château e Massoneria. Omicidio Moro e Torri Gemelle. Ed Echelon, petrolio, bin Laden, guerra in Iraq. E molto altro.

A inizio 2005, sfinito e contento, entrai in tipografia con un voluminoso manoscritto: parafrasando il veterinario del famoso spot di un amaro, «era stata dura, ma ce l’avevo fatta». Una serie di “documentari” erano diventati un unico “film d’azione”.
Avevo riunito narrativa e saggistica in un solo elettrizzante libro. Questo.
Che ad anni dall’uscita, pur snobbato dall’editoria ufficiale italiana, continua a conquistare proseliti ed è arrivato alla terza edizione.

 

Un’opera che, non potendo essere distribuita nelle librerie italiane, grazie al web riesce comunque a trovare posto nella libreria più importante. La tua.

Un libro che pone domande (e fornisce risposte) che fanno girare la testa...
Il Priorato di Sion e i Rosacroce sono una finzione che è diventata realtà?
Il cervello è un organo caduto in disuso con l’evoluzione, come le tonsille?
Le Torri Gemelle se le son buttate giù, involontariamente, gli stessi Americani?
Osama bin Laden e alQaeda non sono mai esistiti?
La Democrazia è una presa in giro studiata a tavolino?
La Mucca Pazza, l’Influenza Aviaria, i reality-show e la Juventus sono sofisticate tecniche di sottomissione dei popoli?
Aldo Moro è stato fatto fuori dalla Massoneria Atlantica?
Gli islamici odierni hanno tutte le ragioni per odiare l’Occidente?
L’ex-impero sovietico è una bomba ambientale planetaria pronta a esplodere?

 

 

Due edizioni tipografiche esaurite.

La terza edizione di questo libro è disponibile:

1) su Amazon in versione cartacea e per Kindle™ amazon

2) su Librarsidasoli.com nelle versioni ePub e Mobi librarsi

 

 

Leggi recensioni e commenti di chi ce lo ha già.

Amare riflessioni: perché mi pubblico da solo, e la descrizione dettagliata della mia frustrante odissea con l’editoria italiana per tentare di far pubblicare quest’opera.

APPROFONDIMENTI CORRELATI:

Visita Prioratodision.net , il sito che ha preso spunto da “L’Uomo Nuovo”.

Articolo correlato: i Templari furono un’iniziativa partita dalla Calabria e collegata al tesoro di Alarico?

 

TRAILER DEL LIBRO - vietate la copia e la stampa

 

(pagg. 364-365) Qumran
– Non intendevo questo, miss Jottie: lei stava parlando di incongruenze della Bibbia...
– Già. Ma prima: conosce la storia dei Rotoli di Qumran?
– No. Solo il nome. Oltre al fatto che gli studiosi hanno impiegato mezzo secolo prima di riuscire a tradurli.
– Hah, non è proprio così... Tradurli era molto semplice, visto che erano in ebraico, aramaico e qualcosa in greco antico. Il reale contenuto completo dei Rotoli di Qumran è stato celato, oppure mascherato in modo che fosse fuorviante, per più di quarant’anni, perché rivela che il Cristianesimo cosiddetto “delle origini” ha poco a che fare con quello successivo. Fin dalla scoperta dei rotoli nelle grotte dei wadi sulle rive del Mar Morto, del loro studio si è impossessata la École Biblique, scuola archeologica dei domenicani francesi di Gerusalemme, “avamposto” del Vaticano in Terra Santa — fondata lì evidentemente per garantire un controllo sui ritrovamenti che avessero interessato Gesù, gli Apostoli o quant’altro del dogma cattolico —, con un’équipe di raccomandati guidata da un tale abate De Vaux, che si era formato nella solita Saint-Sulpice. Questa “équipe internazionale” rispondeva direttamente alla “Pontificia commissione biblica” vaticana, che, tanto per essere chiari, oggi è guidata dal cardinale Ratzinger, lo stesso alla testa della “Congregazione per la dottrina della fede”, che è la nuova sigla, dal 1965, del vecchio “Sant’Uffizio”, a sua volta cambio di denominazione, dal 1542, della famigerata “Santa Inquisizione”. Non so se mi spiego.
– Oohssì, che si spiega. Gesù ha proclamato la venuta del Regno, ma al suo posto è venuta la Chiesa...
(pagg. 279-283) Osama, alQaeda, Islam...
Il Mullah è lì dentro, mi sta aspettando.
Ha un’aria mansueta. Una guardia del corpo mi offre del thè: è squisito. Tiro fuori lentamente il taccuino e la penna. La mia “carenza di tecnologia” sembra apprezzata. È da non credere: sono seduto di fronte a colui che in questo momento è il secondo uomo più ricercato del pianeta, e sono arrivato fin qui solamente sfruttando le nostre amicizie in Al Jazeera e distribuendo un po’ di dollari. Ma tutti quei satelliti a cosa servono? Comincio.
– Perché non espellete Osama bin Laden?
Un barbuto con occhialini alla John Lennon traduce le mie parole. Il Mullah ci pensa su e parla flemmaticamente. Ha una voce calda.
– Questo non è un problema Osama bin Laden. È un problema Islam. È in gioco il prestigio dell’Islam.
– Lei sa che gli USA hanno annunciato una guerra al terrorismo?
– Io penso a due promesse. La prima è la promessa di Dio. L’altra è quella di Bunz. La promessa di Dio è: la mia terra è vasta. Se tu inizi un viaggio sul cammino di Dio, puoi trovarti dovunque sulla terra ed essere protetto... La promessa di Bunz è: non c’è posto sulla Terra dove tu possa nasconderti e io non possa trovarti. Vedremo quale delle due promesse si compirà.
Gesticola fermando i suoi concetti nell’aria. O forse li scolpisce.
– Ma non ha paura per la gente, per lei stesso, per il suo Paese?
– Dio onnipotente sta aiutando i credenti e i musulmani. Dio sa che non sarà mai soddisfatto con gli infedeli. In termini di affari terreni, l’America è molto forte. Anche se fosse due volte più forte o due volte ancora, non potrebbe essere abbastanza forte da sconfiggerci. Confidiamo che nessuno possa arrecarci danno, se Dio è con noi.
– Lei sta dicendo che non è preoccupato, ma in tutto il mondo gli islamici lo sono.
– Ma noi siamo, preoccupati. Grandi problemi ci attendono. Ma noi dipendiamo dalla grazia di Dio e la grazia di Dio è con i musulmani. Consideri il nostro punto di vista: se noi consegnamo oggi Osama, i musulmani che oggi ci stanno scongiurando di consegnarlo, ci disprezzerebbero poi per averlo consegnato. Le stesse persone ci chiederebbero: perché avete sacrificato il prestigio dell’Islam? Perché avete portato vergogna ai musulmani? Tutti hanno paura dell’America e vogliono compiacerla. Ma fatemi dire una cosa. Gli Americani non potranno prevenire atti come quello che è appena avvenuto perché l’America ha preso in ostaggio l’Islam. Se si guarda ai Paesi islamici, la gente è disperata. Si lamentano che l’Islam se ne è andato. La legge secolare ha rimpiazzato quella islamica. Ma la gente rimane ferma nella fede islamica. Nel loro dolore e nella loro frustrazione, alcuni di loro commettono atti suicidi. Sentono di non avere niente da perdere. Se gli USA vogliono davvero porre fine a questo male, sanno come farlo. Debbono rilasciare la loro presa virtuale sull’Islam. Dovrebbero lasciarlo andare. Allora sarebbe per sempre confortato e il resto del mondo potrebbe continuare i propri affari.
– Cosa intende, quando dice che l’America tiene l’Islam in ostaggio?
– L’America controlla i governi dei Paesi islamici. Sta loro addosso finché non fanno quello che vuole, ma essi sono molto distanti dai loro popoli. La gente chiede di seguire l’Islam, ma i governi non ascoltano. La gente è impotente contro i governi, perché essi sono in pugno agli Stati Uniti. Così, diventano corrotti e ignorano la gente. Se qualcuno segue il cammino dell’Islam, il governo lo arresta, lo tortura o lo uccide. Questo è ciò che vuole l’America. Se l’America smette di sostenere quei governi e lascia che i popoli se la vedano con loro, queste cose non accadranno. L’America ha creato il male che la sta attaccando. Il male non scomparirà anche se morissi io, o Osama, o altri. Questa è la politica USA. Gli USA dovrebbero fare un passo indietro e rivederla. Dovrebbero smetterla di tentare di imporre il loro impero sul resto del mondo, specialmente nei Paesi islamici. In nome dell’aiuto umanitario, gli Americani hanno portato migliaia di Bibbie in Afghanistan e stanno propagando il Cristianesimo. Se osano farlo qui, può immaginare cosa fanno nei Paesi arabi? I musulmani lo capiscono. Sanno anche che non possono fare niente... e così si ammazzano in attacchi suicidi.
– Questo significa che non consegnerete Osama bin Laden agli USA?
– No, non possiamo farlo. Se lo facessimo, significherebbe che non siamo musulmani. Che l’Islam è finito. Se avessimo avuto paura di un attacco, lo avremmo cercato, trovato e consegnato l’altra volta che siamo stati minacciati e attaccati. Ora l’America può colpirci ancora... e stavolta non abbiamo più neanche un amico.
– Ma non pensa che l’America vi sconfiggerà comunque e il vostro popolo soffrirà ancora di più?
– In superficie sembra così, ma io confido che non andrà in questo modo. Non c’è niente che possiamo fare, tranne affidarci a Dio onnipotente. Se uno si affida realmente a Dio, può star sicuro che l’Onnipotente lo aiuterà, ne avrà compassione e lui uscirà vincitore.
A questo punto il Mullah ne ha abbastanza di me, perché fa un cenno a quello che mi ha offerto il thè, il quale viene verso di me e gesticola, invitandomi ad alzarmi e a seguirlo fuori.
Esco ed ho un colpo al cuore: ci sono decine e decine di uomini col volto coperto, tutti armati. Ma vengo quasi a spintoni ricondotto alla Jeep ancora in moto, e posso calmarmi. Evidentemente quella è la scorta del Mullah, evidentemente si sposterà immediatamente da qui e si disperderà fra queste montagne inaccessibili.
Nessun satellite potrà mai scovarlo.
Quando rientro al mio sconquassato alberghetto di Peshawar non ho più notizie del mio accompagnatore, ma la cosa non mi sorprende.
Faccio i bagagli, domani sparirò in fretta anch’io per evitare che a qualcuno armato di Kalashnikov vengano strane idee in mente.
Ma ho qualche altro appunto da lasciare ai miei redattori a Londra, oltre al fatto che, ragazzi miei, mi prendo una settimana di pausa qua vicino, anzi qua sotto, in una splendida isola dell’Oceano Indiano.
Osama bin Laden è un uomo morto. Anche se ucciderlo costerà altre, molte altre, innocenti vite umane. Ora che ci sono prove certe della sua responsabilità diretta nell’attacco alle Torri del World Trade Center e al Pentagono, il numero dei passi “dell’uomo morto che cammina” è alla fine.
Questa sentenza sollecita due domande. Occorrevano davvero delle “prove” per condannare Osama bin Laden, e qual è la densità di queste “prove”? Una volta ucciso Osama, l’Occidente potrà pensare di aver sotto controllo il terrorismo? Sono due domande, e due questioni, che si intrecciano svelando quel che appare essere l’autentico nocciolo della guerra che comincia: morto Osama, il terrorismo resterà perché il terrorismo di Al Qaeda non è soltanto il delirio visionario e assassino di un miliardario saudita abituato alle belle donne.
Dunque, gli uomini dell’amministrazione americana hanno fatto il giro del mondo per documentare la diretta responsabilità di Osama bin Laden. Alleati, amici e consorziati dell’ultima ora non chiedevano che di essere convinti e, anche di fronte a prove ambigue, si sono dichiarati soddisfatti. I sei capitoli di prova resi pubblici da Tony Blair al suo parlamento dimostrano che dietro l’attacco dell’11 settembre c’è la mano di Al Qaeda.
È Al Qaeda che incita in primavera a colpire nuovamente e con durezza gli Stati Uniti. È Al Qaeda a richiamare in Afghanistan, tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre, tutti i luogotenenti residenti in Occidente. Non c’è dubbio che Al Qaeda abbia organizzato l’attacco. Come non è in dubbio che Osama bin Laden sapesse dell’attacco, come è evidente dalla famosa telefonata alla madre adottiva (“ci sarà un importante attacco”) e dal coinvolgimento degli uomini che gli sono stati, negli anni, più vicini: dal pediatra egiziano Al Zawahiri agli “operativi” che coordinarono le stragi alle ambasciate di Nairobi e Dar er Salaam e l’attacco all’incrociatore Uss Cole.
Al Qaeda ha colpito e Osama ne era informato, questo si può concludere dalle prove raccolte dalle intelligence occidentali. È un approdo che lascia irrisolto il quesito più importante: è stato il solo Bin Laden a programmare e realizzare la distruzione del Wtc, l’assalto al Pentagono e alla Casa Bianca? È vero che con molta probabilità tre uomini del commando suicida dell’11 settembre avevano legami con lui. Ma gli altri? Nel gruppo dei 19 kamikaze, come tra le centinaia di “sospetti” finiti nella lista del Fbi, ci sono uomini di diversa nazionalità, sauditi, egiziani, algerini, iracheni, che probabilmente rispondevano e rispondono alle proprie sigle nazionali. A chi? A quali sigle e in quali Paesi?
La verità è che non sono queste prove “storte” a fare di Bin Laden un uomo morto.
Osama è un uomo che non serve vivo più a nessuno. Non serve vivo all’Iraq di Saddam Hussein che teme il disvelamento del diretto o indiretto coinvolgimento dei suoi servizi segreti nell’attacco agli Stati Uniti. Serve morto al Pakistan di Musharraf che lo ha protetto per anni lasciandosi finanziare e organizzare la guerriglia nel Kashmir contro l’India. Per i Taliban di Kabul la vita di Osama può significare la morte del loro regime, e la “caccia” a un Osama vivo e in fuga può offrire le tracce di una responsabilità diretta di alcune grandi famiglie saudite al finanziamento del terrore islamico. Per lo sciita Iran, Osama morto è un estremista sunnita in meno. Per gli Stati Uniti, infine, Osama vivo è la fastidiosa e pericolosissima incombenza di un lungo processo in patria soffocato dall’angoscia di nuovi attentati.
Quando “l’uomo morto che cammina” non camminerà più, sarà chiaro ciò che già oggi si sa, e non si dice o non si ricorda. Se Osama bin Laden è Al Qaeda, la sua rete terroristica piantata come un chiodo in 64 Paesi, Al Qaeda “non è” Osama bin Laden.
Come tutti gli uomini di successo, Osama bin Laden ha dato vita a qualcosa che gli sopravviverà. Gli Stati Uniti devono impegnarsi non solo a rimuoverlo, ma a sradicare la vasta rete di sigle semiautonome in grado di colpire contemporaneamente in tutto il mondo.
Ora, una “rete” può avere dei nodi, ma non può avere né un capo né una direzione strategica. Nella rete tutti possono essere presenti con i loro uomini e le loro strategie e i giochi doppi di convenienza politica. Osama bin Laden, più che il “capo” della rete, ne è stato l’icona, l’immagine propagandistica da “vendere” ai giovani disperati del mondo islamico a Kartoum come a Gaza, a Peshawar come ad Algeri. E d’altronde a guardare dentro la vita di Osama non si rintracciano le qualità del capo.
I suoi uomini descrivono Bin Laden come una persona profondamente suggestionabile, sempre in cerca di mentori, di qualcuno che conosca qualcosa di più del mondo e dell’Islam. Lunga è, infatti, la lista dei mentori che hanno segnato la sua vita: dal dottor Ayman al Zawahiri, capo del Jihad islamico di Egitto, allo sceicco cieco Omar Abdel Rehman, condannato all’ergastolo per l’attentato al Wtc del 1993.
La morte di Osama non risolve nessuno dei problemi sul tappeto. Al Qaeda, e pochi ci hanno riflettuto, non è una struttura terroristica come noi occidentali siamo abituati a immaginare. Non è l’Ira. Non è le Brigate Rosse. Non è una struttura piramidale in cui la linea di comando dall’alto si muove verso il basso. Al Qaeda è un collettore di tutte le più importanti sigle del terrorismo e, nel corso del tempo, Osama bin Laden è stato “utilizzato” dai Paesi e dalle sigle che partecipano alla rete. Quando si parla del coinvolgimento di Osama, si descrive solo una parte del problema.
La quintessenza della minaccia rappresentata da Bin Laden è che si tratta di un “dente”, importante quanto si vuole ma pur sempre un dente, di una ramificata “dentiera” che gli sopravviverà e tenterà di azzannare ripetutamente “l’Impero Cristiano Occidentale”. Un sistema che mette gli Stati che lo sponsorizzano nella condizione di alzare il livello dello scontro nei confronti dell’Occidente assumendosi un rischio relativamente basso.
A meno di non voler combattere un’altra “guerra inutile”, come quella del Golfo, è la natura di Al Qaeda che condurrà prima o dopo gli Stati Uniti e gli alleati occidentali ad affrontare le responsabilità degli Stati che hanno protetto e “diretto” Osama e, con lui, il terrorismo islamico. Personalmente, questa (passatemi il termine) “superfluità” di Osama sia in vita che in morte mi porta ad una conclusione che vi farà storcere il naso: il signor Osama bin Laden... NON ESISTE! Pensateci: e se fosse un attore? Cosa cambierebbe?
Ho finito. Me ne vado un po’ in vacanza. E vi lascio un pensiero ad un tempo drammatico e comico. Oscar Wilde diceva «sono solo i moderni a diventare sorpassati».
Ho appena intervistato il “diavolo numero due”, ragazzi: perché gente che ha cose come Echelon, satelliti spia e aerei da fantascienza, non è in grado di scovare due arabi, di cui uno cieco, fra le montagne di un Paese desertico? Come fanno 19 arabi a dirottare 4 aerei di linea proprio nel cuore della Superpotenza, senza che nessuno se ne accorga? Non è che qualcuno ci sta prendendo in giro?... Rifletteteci.
(pagg. 473-474) Gioacchino, Graal, Wolfram, Priorato, Orval... e Calabria
– Gioacchino si recò da giovane sul Monte Tabor e vi sostò in penitente digiuno. Si ricorda cos’era il Monte Tabor, no?
Cymetral non se lo rammentava, ma s’imboscò ad intuito.
– Gerusalemme?
– L’Ordine di Sion fu fondato sul Monte Tabor, a Gerusalemme, dagli “Eremiti Agostiniani” di Val di Crati, monaci calabresi capeggiati da un vescovo di nome Arnolfo, provenienti dall’eremo silano di San Martino di Pietrafitta — il posto dove poi Gioacchino da Fiore si ritirò a meditare la Riforma Cistercense e dove anche morì.
– Ecco.
– Papa Urbano II, amico di Matilde di Toscana, incaricò Arnolfo di San Lucido di predicare la Prima Crociata. L’abbazia “della Matina” di San Marco Argentano, città vicina alla Val di Crati, era diretta da quell’abate “Ursus” che ricorre nella nascita dell’Ordine di Sion e nell’opera del “consesso segreto diretto da frati calabresi” che offrì il trono a Goffredo di Buglione.
– Lo ricordo. Dunque, c’è un link con Gioacchino?...
– In Val di Crati, nel letto della parte di fiume adiacente Cosenza, fu seppellito in segreto il re dei Goti Alarico con tutti i suoi tesori trafugati a Roma, fra cui l’Arca dell’Alleanza e il Candelabro a sette braccia. La tomba di Alarico non è mai stata ritrovata, ma alcuni antichi documenti riportano la notizia che gli Eremitani di Sant’Agostino capeggiati da Ursus — poi confluiti ad Orval e fondatori dell’ordine di Sion — avevano «trovato qualcosa di interessante, intorno al loro insediamento (in Val di Crati), che riguardava la “X Legio Fretensis” e il Tempio di Salomone», e subito avevano incominciato a predicare con impeto la necessità della Prima Crociata.
– Alt!, vediamo se ho capito l’assunto: gli Eremitani di Sant’Agostino trovano la tomba di Alarico e, in mezzo ai vari monili, anche i famosi “documenti” che provano la “stirpe”, cioè che Gesù ha avuto una moglie e dei figli; quindi indicono la Crociata, fondano i Templari, vanno a Orval — non so se è questo l’ordine esatto —, e Gioacchino, che fa parte del loro Ordine, è al corrente... Ma la “decima legio”...? Cosa sarebbe?
– Aspetti... La Madonna Nera (un’altra Madonna Nera, giovanotto: come in Linguadoca!) di Taureana, o Odigitria, così simile a quella presente nella Basilica di San Marco a Venezia, fu scolpita con legno di quercia proveniente da Montaigu, in Belgio, adiacente a quella Orval nelle Ardenne dove, nell’abbazia donata loro da Matilde di Toscana — “contessa di Bova” (cittadina di origine greca in provincia di Reggio), madre adottiva di Goffredo di Buglione —, si stabilirono i monaci fondatori dell’Ordine di Sion. La festa tenuta a Taureana, in onore di San Fantino e della Madonna dei Poveri, richiama da vicino lo “sposalizio del mare” che si tiene a Venezia.
– Ah... E Taureana è vicina a Reggio, immagino...
– A Reggio nacque la fusione fra gli stili architettonici bizantino ed islamico che diede origine all’architettura gotica. Fu nella Calabria bizantino-normanna che si gettarono le basi di quella letteratura cortese e cavalleresca francese che diede poi origine a quella “Graaliana” e a quella “arturiana”: una di queste opere, scritta dal trovatore anglo-normanno Ambroise, ch’era al seguito di Riccardo Cuor di Leone, si intitola “Chanson d’Aspremont”, Canzone d’Aspromonte. Sui capitelli del portale della Chiesa della Sambucina sono scolpiti gigli quasi identici all’emblema del Priorato di Sion. In chiese e abbazie di Terreti, Calamizzi e Calanna, intorno a Reggio, ci sono decorazioni che richiamano la Rosacroce. Nella reggina “Chiesa degli Ottimati”, il pavimento ha mosaici che raffigurano la rossa Croce di Malta — poi divenuta Templare — inscritta in una rosa quadrilobata stilizzata.
– La Rosa+Croce. Ma, miss Jottie, si fermi: non mi ha risposto alla domanda... Cos’è quella “decima legio”?
– Dompson, sappia che di Reggio era originaria quella romana “Decima Legione Fretensis” che crocifisse Gesù Cristo e che più tardi agli ordini di Tito distrusse il Tempio di Gerusalemme portandone a Roma i tesori ebraici poi trafugati da Alarico. “Fretensis” vuol dire “dello Stretto”.
– Uh? Erano di Reggio, i militi romani che crocifissero Cristo?
– E fu sempre in Calabria che, come narra Wolfram von Eschembach, autore del “Parsifal” più famoso, i Templari ricevettero la notizia dell’esistenza del Graal.
(pagg. 292-294) Massoni, Rosacroce e 11 settembre
– Come i massoni, Bulvina... – sorrise il giornalista.
– Naturalmente l’accesso a tale stato richiede molto tempo ed un lavoro costante su se stessi. Ogni Rosacrociano è totalmente libero nelle sue credenze religiose, e può seguire il credo di sua scelta per tutta la durata dell’affiliazione all’A.M.O.R.C.. A questo riguardo, non vi è incompatibilità tra il misticismo Rosacrociano ed una qualunque delle religioni esistenti. Al contrario, ogni proselitismo in favore di una o l’altra è proibito nelle Logge, nei Capitoli e nei Pronaoi dell’Ordine. Ogni membro deve dar prova di riservatezza ed evitare qualsiasi attività o discussione tendente a promuovere una qualsiasi confessione religiosa. So dove vuoi portarmi, ma sei fuori strada: io coi massoni non ho niente a che vedere, anzi!, sono miei nemici giurati!
– Ho capito. E il famoso Priorato di Sion? Che regge le sorti del mondo?
– Tagliamola corta – disse Bulvina guardando di nuovo l’orologio. – Il Priorato di Sion esiste veramente. O meglio, ci sono dei folli, in giro, che da un bel pezzo stanno provando a spacciarsi per Priorato di Sion. Una lobby, un club di riccastri e di politici, compresi parecchi Presidenti degli Stati Uniti, anche quello in carica...
– Ma va’?!
– È così. Intendiamoci, inglés: le sette massoniche sono state anche “utili”, per esempio alla formazione dell’Europa moderna. Prendi la “Carboneria”, con tutta probabilità derivata dalla Massoneria di Rito Scozzese, e la “Giovine Italia” fondata da Mazzini, un massone appoggiato dai banchieri ebraici di Livorno. Prendi la “Mano Nera” di Serbia, che scatenò la Prima Guerra Mondiale con l’uccisione di Francesco Ferdinando a Sarajevo. Oppure la “Giovane Turchia” cui era iscritto Atatürk — ispiratore della moderna Turchia —, anche questa nata con l’appoggio di banchieri ebraici e dei “massoni criptogiudei”. O ancora, più recentemente, la setta di Jacob Frank, il sedicente “messia” dell’ebraismo polacco, responsabile dell’uccisione del premier israeliano Yitzhak Rabin, e la “Giovane Polonia”, finanziata dai massoni statunitensi, dal cui nucleo si formò Solidarnósc. Del resto, come sostiene Noam Chomsky, il Vero Potere oggi è nelle mani delle lobby americane: prima di tutto quelle del “petrolio” e dei “militari”, ma anche quella dei “NeoCon” con doppia cittadinanza — USA-Israele — come il vice-boss del Pentagono Pawl Lupowitz. Ci sono questi tre blocchi di potere dietro la Temple Foundation, una società per niente “segreta” ma parecchio simile ad una setta, nella quale convergono interessi politici, economici e religiosi — cristiano-ortodossi, per la precisione — che, fra i tanti obiettivi, hanno anche quello di spazzare via l’Islam per poter rifondare il Tempio di Salomone là dove ora sorge la Moschea di Omar. Comunque, tornando al punto: ora c’è in atto un piano pazzesco, Dompson. Un piano “Neocrociato”. Un piano che intende risolvere il “problema Islam” per sempre.
– E come? Vogliono far fuori due miliardi di persone?
– Le Torri Gemelle ti dicono niente, Dompson? Il modo strano in cui tutto si è svolto?
– Che vuoi dire? Che è stato tutto finto? – s’inalberò Cymetral Dompson. – Vuoi dirmi che ho visto un brutto film, Bulvina? Quelle torri del World Trade Center che bruciavano come grossi stupidi fiammiferi? Quell’incubo in cui ci chiedevamo, guardando la tv, se fosse finzione, se fosse il trailer di qualche nuova produzione di Hollywood, e poi arriva quell’aereo con la sagoma nera, un grosso aereo di linea che non dovrebbe essere lì, sopra una città, in mezzo ai grattacieli della città in piedi di Cèline, e mentre la prima torre brucia nel fumo nero, va ad infilarsi, come se tutti i piloti del mondo in quel momento avessero smarrito l’orientamento, dentro la seconda torre, con quella impressionante palla di fuoco arancione? Quell’audio con i giornalisti sugli elicotteri che urlano «Dio! Oddio! Diooo!»? Tutto finto, Bulvina? La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani? Era tutta una finzione, Bulvina? Quelli che rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta dall’aereo con addosso il paracadute, e giù così, venivano giù lentamente. Agitando gambe e braccia. Nuotavano nell’aria, Bulvina: senza mai arrivare. E il silenzio irreale nel quale entrambe le torri si sono fuse, come burro, ingoiando se stesse? Era un film, Bulvina? Un film muto?
– Hai finito, Dompson?
Cymetral non replicò: aveva gli occhi sbarrati, con le palpebre inferiori che bruciavano, raccogliendo lacrimazione come davanzali con la pioggia.
– Tutto questo triste sproloquio per cosa, Dompson? Non era ciò che intendevo dire. Sono più addolorata di te, uomo bianco. Anch’io ho visto molta morte, anche se più lenta che in guerra, e più lenta di quella dei poveracci al Wtc. Ho visto centinaia di bambini asciugarsi lentamente, e per lentamente intendo mesi, per la febbre dengue... ma lasciamo perdere. Quello che volevo dire è... il “modo” in cui tutto si è svolto... Volevo dire la facilità con cui un gruppo di arabi ruba quattro aerei di linea e si tuffa dentro al cuore delle città americane. Pensa a questo.
Bulvina guardò ancora l’orologio, mentre Cymetral in silenzio notava l’identità di pensiero fra Wilson e Bulvina “sull’11 settembre”.
– C’è poco tempo, Dompson. Tu volevi sapere di Monsanto e DuPont, ma c’è qualcosa di molto più profondo e nascosto, che risale al mito del Priorato di Sion. Quelle multinazionali sono solo braccia operative. Quand’ero in Africa, per la Fao, ed è stato quando ci siamo conosciuti, ricordi?, ho smascherato alcuni esperimenti che venivano fatti in un villaggio remoto... Esperimenti sul cervello umano, fatti da un’équipe medica di una società del gruppo DuPont... Grazie alla mia appartenenza all’A.M.O.R.C., ho poi potuto raccogliere confidenze e conoscenze e, negli anni, metter su un puzzle dal quale ancora mancano parecchi tasselli ma del quale ho comunque intravisto, e da tempo, la raffigurazione finale: la cancellazione dell’Islam. D’accordo, non ho documenti, non ho prove scritte. Ma ho informazioni precise. Ho nomi. Alcuni dei quali coincidono sia con elementi del fantomatico nuovo Priorato che con dirigenti di quelle multinazionali. Dompson, mi stai seguendo, o stai ancora pensando ai poveracci che cadono dal Wtc?
Cymetral afferrò la bottiglia di bourbon e se ne riempì un bicchiere. Ne trangugiò la metà.
– È un club di affaristi, con una pericolosa propensione per l’esoterismo... Io non credo alla “entità segreta che regge i fili del mondo”, è più probabile che sia una deviazione di certe frange della Massoneria... Ma è ugualmente pericolosissima, per via dell’importanza di coloro che ne fanno parte. E poi ho frammenti di questa storia dell’Uomo Nuovo.
– L’Uomo Nuovo? – disse Cymetral rientrando nella conversazione. Proprio in quel momento, un uomo di pelle nera, alto, con i capelli aggrovigliati in una pettinatura tribale ma in elegante completo grigio scuro, si affacciò all’ingresso del café e fece un cenno di saluto a Bulvina.
(pagg. 345-347) Rennes-le-Château
– Lo sa che... la Rosa e la Croce: la Rosa è simbolo di purezza e fecondità, come il loto in Oriente; la Croce, che ha origini più antiche del Cristianesimo, è simbolo dei “quattro regni”: la parte inferiore appartiene al regno vegetale, il braccio superiore è simbolo dell’uomo, nel mezzo vi è il braccio orizzontale — regno animale —, e l’intera costruzione della croce è pertinenza del regno minerale, che anima tutte le sostanze chimiche, compresi i primi tre regni. La croce, quindi, inizialmente non era simbolo di sofferenza e morte, bensì di vita: una “vita nuova” che si apriva attraverso un percorso di purificazione.
– L’Uomo Nuovo di Bulvina Tanzor...
– Ossìa?
– Niente. La ascolto, miss Jottie – fece Cymetral, bevendo poi oltraggiosamente d’un fiato più della metà del suo cognac.
– Come avrà capito, Dompson, al nocciolo della questione c’è la Religione Cristiana.
– Già.
– La “teoria” che sta dietro tutte quelle domande è la seguente. La Chiesa di Roma, per duemila anni, non avrebbe fatto altro che combattere la verità su Gesù, per difendere il “simbolo della redenzione”, quella Crocifissione che in realtà non sarebbe avvenuta per come si crede. La religione cristiana sarebbe basata sull’insabbiamento di questa “truffa”. Il Corano cita Gesù più di trenta volte, e con deferenza: il “Messia”, il “messaggero di Dio”. Ma lo considera un profeta mortale, precursore di Maometto e, come questo, portavoce di un unico Dio supremo. Il Corano dice inoltre che Gesù non morì sulla croce: «non lo uccisero, ma credettero di farlo»; la maggioranza dei commentatori islamici parla di un sostituto, il Simone di Cirene citato nei Vangeli, che avrebbe preso il posto di Gesù sulla croce.
– Vabbé, questa è paccottiglia massonica.
– Forse. Ma l’ipotesi “storica” resa verosimile da certi studi e documenti, sarebbe che la moglie e i figli di Gesù fuggirono dalla Terrasanta insieme a Giuseppe d’Arimatea e ripararono nella Francia meridionale, forse Marsiglia, ospiti di una comunità ebraica. Là perpetuarono il loro lignaggio. Nel v Secolo questa stirpe si alleò, tramite matrimonio, con i Franchi, dando origine alla dinastia dei Merovingi, i “re taumaturghi”, tutti con una voglia rossa a forma di croce fra le scapole, che regnarono in coincidenza con l’epoca di Re Artù, il mito che fa da sfondo ai romanzi del Graal. Nel 496 la Chiesa strinse un patto con questa dinastia — a Clodoveo fu offerto il titolo di Sacro Romano Imperatore —, riconoscendone il “lignaggio”, cioè la discendenza diretta da Gesù. Poi la Chiesa di Roma tradì il patto, avallando l’assassinio di Dagoberto. E la colpa fu semplicemente soppressa, nascondendola alla Storia. Ma la stirpe sopravvisse: in parte grazie ai Carolingi, che, quasi cercando un avallo, sposarono principesse Merovinge; ma soprattutto grazie a Sigisberto, figlio di Dagoberto, tra i cui discendenti c’erano Guillem di Gellone — famoso poi come Guglielmo d’Orange, sovrano del regno ebraico di Settimania, il territorio prima occupato dai Visigoti, delimitato appunto da sette città — e Goffredo di Buglione, conquistatore di Gerusalemme nel 1099, il quale con tale conquista si riappropriava dell’eredità di Gesù. Il vero lignaggio di Goffredo, vista l’egemonia di Roma, si tramandò di nascosto attraverso dicerie e leggende come quella di Lohengrin, mitico antenato di Goffredo, e nei “romanzi del Graal”. Il famoso Santo Graal era quindi due cose: da una parte la “stirpe”, i discendenti di Gesù, il “Sangue Reale” di cui erano guardiani i Templari, fondati dal “Priorato di Sion”; dall’altra, era quasi alla lettera il ricettacolo che aveva accolto il sangue dello stesso Gesù, cioè il grembo della Maddalena, sua moglie. Da cui il culto medievale per la Maddalena, spesso confuso con quello per la Vergine: molte delle “madonne nere” protocristiane non raffigurerebbero la Vergine ma la Maddalena. Mostrano cioè una moglie e un figlio. Le cattedrali gotiche non sarebbero altro che “copie” in pietra del maestoso grembo materno della Maddalena — e le varie “Notre Dame” sarebbero in onore della “moglie”, non della “madre”, di Gesù —: i gitani, presunta stirpe cacciata dal leggendario sottosuolo di Agarthi, si recano in pellegrinaggio ad adorare “Sara l’Egiziaca” proprio in una di queste cattedrali, Notre Dame de Marceille — Marsiglia? — de Limoux, strettamente connessa al mistero di Rennes-le-Château perché il vescovo Billard la acquistò poco a poco. La Madonna è nera e tiene un Gesù altrettanto scuro: l’origine di ciò è in Egitto, dove, con il diffondersi del Cristianesimo copto, molte statue della dea Iside con Horus in braccio vennero riciclate come madonne con Gesù. Fra l’altro Iside è parte degli enigmi di Rennes-le-Château, l’antica “Rhédae”, ultima capitale dei Visigoti incalzati da Clodoveo, primo re cattolico dei Franchi, famoso re Merovingio.
– Vada piano con i link, dottoressa, o riperdo il filo. Lei parla come un ipertesto!... Formidabile: lei è il primo essere umano i cui discorsi sembrano strutturati come un sito web, perbacco!
Jottie si toccò la collana di perle e ritrasse la testa indietro con una smorfia allegra. Poi continuò, scambiando quella frase di Cymetral per una specie di complimento. Pensate da saggi, ma parlate come la gente comune.
– L’assunto è: nel Tempio di Gerusalemme erano probabilmente custodite le carte ufficiali riguardanti la casa reale d’Israele, i certificati di nascita e di matrimonio odierni. Quando i Sacerdoti del Tempio videro avanzare le truppe di Tito, nel 70 d.C., lasciarono loro il tesoro materiale — oro, gioielli — e seppellirono quello spirituale. Quando intorno al 1100 i discendenti di Gesù avevano acquisito notevole preminenza in Europa e Palestina, conoscevano la loro provenienza di sangue ma probabilmente non potevano provarla: a questo sarebbe servita l’istituzione dell’Ordine Templare, a “cercare le prove” sotto il Tempio. E quel che fu trovato, venne poi nascosto nei dintorni di Rennes-le-Château, sotto l’auspicio di Bertrand de Blanchefort, Gran Maestro del Tempio, che vi fece affluire in gran segreto minatori tedeschi a costruire qualcosa — verosimilmente, il nascondiglio —. Cosa fosse il tesoro è un mistero: carte?, il corpo mummificato di Gesù?, ciò che viene genericamente indicato come Santo Graal? Il “tesoro” passò poi in mano ai Catari, ed era probabilmente il “tesoro” custodito a Montségur, o “Munsalvaesche”.
(pagg. 351-354) Rennes-le-Château, Catari, Graal
– La voce che Rennes-le-Château custodisse un tesoro si diffuse soltanto dopo alcuni anni. Marie Denarnaud si affrettò a cercare dei compratori. Evidentemente per incoraggiare gli eventuali acquirenti, iniziò a favoleggiare di tesori nascosti nella zona, legati alle attività di Saunière. Tali voci affascinanti fecero particolarmente presa su tale Noel Corbu, scomparso violentemente nel 1968, che acquistò dalla Denarnaud le proprietà di Rennes per trasformarle in un ristorante: ovviamente, cominciò ad amplificare sulla stampa locale le voci circa il tesoro. Incise un nastro magnetico che raccontava di come tale tesoro fosse giunto a Rennes: Bianca di Castiglia, madre di San Luigi, reggente del regno di Francia durante le Crociate del figlio, avrebbe giudicato Parigi poco sicura per conservare il tesoro reale e avrebbe deciso di custodirlo in segreto a Rennes-le-Château. Nel corso dei secoli, le notizie che identificavano in Rennes il luogo ove il tesoro era custodito si sarebbero perse, tanto che Filippo il Bello era stato obbligato a fare moneta falsa, perché il “tesoro di Francia” era scomparso. La trovata pubblicitaria organizzata da Corbu per attirare turisti in quel remoto borgo francese funzionò: il paesino fu raggiunto da esoteristi, curiosi e giornalisti che tracciarono un ulteriore collegamento tra il tesoro di cui parlava Corbu e il mitico tesoro dei Catari, che in passato avevano abitato la regione. Tra costoro c’era pure l’autore di “Le trésor maudit”, Gérard de Sède.
«Bulvina ha definito “uno storico” questo De Sède: boh?»
– Ma qual’era, scusi, l’origine di tutta la ricchezza del curato Saunière? Potrebbe esser stato il frutto di un... “ricatto al Vaticano”?
– Ottima deduzione! Sì: la tesi prevalente era che fosse il “segreto di Gesù”. Le pergamene ritrovate sotto l’altare contenevano in codice un messaggio sconvolgente: Gesù non era morto sulla croce, e la prova di questo fatto si trovava proprio a Rennes-le-Château. Con delle pergamene del genere tra le mani, Bérenger Saunière avrebbe potuto facilmente ricattare sia il vescovo di Carcassonne che lo stesso Vaticano, e garantirsi un tenore di vita sempre più ricco e agiato. La possibilità che questa prova fosse nascosta a Rennes era assolutamente plausibile: il paesino sorgeva in una regione che in passato aveva ospitato gli eretici Albigesi, o Catari, che erano stati vittima dello sterminio da parte di un esercito inviato dal papa Innocenzo III; si diceva che custodissero un “tesoro” che, però, non fu mai trovato.
– Quello sfuggito all’assedio di Montségur.
– Quale “tesoro” più grande poteva esserci della prova che Gesù non era morto sulla croce e/o che avesse dei discendenti?
– Il fatto che i Catari possedessero del materiale così scottante li rendeva molto pericolosi per la Chiesa di Roma, e dunque si poteva spiegare in questo modo la Crociata contro di loro?
– Bravo, giovanotto – commentò soddisfatta la Millerstone.
– Ma come avevano fatto i Catari ad entrare in possesso di quel “tesoro”? O piuttosto, da chi l’avevano ricevuto?
– Dai Templari. Questi mitici Cavalieri non sarebbero stati altro che l’emanazione dell’organizzazione segreta chiamata “Priorato di Sion”, fondata da Goffredo di Buglione nel 1099. Fu il Priorato di Sion a preservare il segreto del Graal, il “Sang Real”, la linea di sangue di Cristo, cioè i suoi figli ed i figli dei figli; nella chiesa di Rennes-le-Château qualcuno — Catari? Templari? Priorato? — avrebbe nascosto le genealogie codificando sulle pergamene dei messaggi ben precisi. Quell’«Egli è morto là» potrebbe indicare la presenza di un sepolcro intorno a Rennes, contenente magari il corpo di Gesù.
– Il sepolcro rappresentato sulla tela di Poussin “Pastori d’Arcadia”...
– La frase «et in arcadia ego» può essere anagrammata in «I! Tego arcana dei», “Vattene! (Io) custodisco i segreti di Dio”.
– Saunière era membro segreto del Priorato di Sion?
– La prova di questo consisterebbe nella statua conservata nella chiesa di Rennes, alla cui base compare la scritta «Christus A. O. M. P. S. defendit».
– «A. O. M. P. S.»? E sarebbe?...
– Beh, non ci arriva?
– Me lo risparmi, miss Jottie... – disse Cymetral, vuotando il secondo bicchiere di cognac. Jottie Millerstone gliene riempì un terzo, con una smorfia di cortese riprovazione.
– L’acronimo sembra non dar adito a dubbi: «AOMPS», “A”ntiquus “O”rdo “M”ysticusque “P”rioratus “S”ionis, per cui tutta la frase diventa «Cristo difende l’antico ordine mistico del Priorato di Sion».
– Aahh...
– Peccato che a Roma, sulla base dell’obelisco di papa Sisto v, compaia l’iscrizione «Christus “A”b “O”mni “M”alo “P”lebem “S”uam defendat», “che Cristo difenda il suo popolo da ogni male”!
– Oh? Uh, uh...
– Non è l’unico fraintendimento. Saunière non lasciò nulla di scritto su questo ritrovamento, può darsi che si sia arricchito vendendo i reperti rinvenuti; la stessa cripta della chiesa poteva contenere qualche manufatto medievale scoperto durante i restauri. Per questo forse voleva compiere da solo gli scavi: evidentemente desiderava tenere lontani gli occhi dei compaesani da ciò che avrebbe rinvenuto — e in seguito venduto —. Né è così improbabile che il vescovo De Beauséjour avesse ragione: è possibile che il parroco di Rennes fosse implicato in qualche losco traffico di donazioni e di messe che gli avrebbero fruttato grandi somme. Saunière era un tipo bizzarro, singolarmente attento alle allegorie e al simbolismo; sa, in quell’epoca non era così strana una forte passione per l’esoterismo; è vero, si circondò di strani oggetti, fece curiose opere architettoniche. Comunque non è provato che fosse in rapporti con ambienti esoterici di Parigi, sebbene si dica che la cantante ed esoterista Emma Calvé fosse addirittura la sua amante, e che parecchi alberi nei dintorni della parrocchia recassero incisi dei cuoricini con le loro iniziali.
– Non c’è la prova di nulla, insomma.
– “Prove”? No. Certo, realizzò il restauro della chiesa in modo bizzarro. La pavimentazione a scacchiera, la vetrata che il 17 gennaio fa apparire un albero di mele azzurre, la volta stellata, la Via Crucis destrogira... Però una pavimentazione a scacchiera bianca e nera e una volta stellata si trovano anche nella chiesa di Jonquerettes, vicino ad Avignone; e la Via Crucis destrogira è presente nella Cattedrale di Perpignan.
– Uhm... Se non vado errato, anche i templi massonici hanno pavimenti con la scacchiera bianconera...
– Aspetti a trarre conclusioni, perché non ho finito. C’è un altro uomo chiave, in questa vicenda: l’antisemita e antimassonico esponente della destra francese monsieur Pierre Plantard de Saint-Clair, che mise in piedi una sceneggiatura argutissima alla quale abboccarono i tre ingenui autori del “Santo Graal”. Egli sapeva bene che tutta la storia di Saunière aveva preso il via dal ritrovamento delle quattro pergamene, e si era recato a Rennes Les Bains, paesino nei pressi di Rennes-le-Château, per recuperarle. Ma le pergamene erano andate distrutte in un incendio.
– “Sceneggiatura”? Che sceneggiatura? – sbuffò Dompson.
La Millerstone riprese il suo quaderno, lo aprì quasi a colpo sicuro, e recitò leggendo.
– Ecco qui. Lei ha mai sentito nominare la “Sinarchia”?
(pagg. 366-367) Ancora Qumran
– Non corra avanti... Dai rotoli traspare la notevole somiglianza, anche di riti — il battesimo —, di espressioni — «figlio di Dio» — e di metafore — «figlio dell’Astro», da cui la stella di Betlemme che preannuncia la nascita del messìa —, fra la cosiddetta “Chiesa delle origini”, guidata dai primissimi seguaci di Gesù, e la comunità di Qumran, guidata da questo “Maestro di giustizia”. In un rotolo è citata perfino la metafora della “pietra angolare”! Fino alla scoperta dei rotoli, si era convinti dell’unicità e originalità del messaggio di Gesù; dopo il 1948, racconti di quell’esperienza vengono invece rintracciati in pergamene arrotolate conservate in grotte del deserto di Giudea. Si parla anche di un “tesoro” in oro e argento occultato in varie grotte del luogo per metterlo al riparo dai Romani... Insomma, per farla breve: la Chiesa Cristiana “delle origini” e la comunità di Qumran forse erano la stessa cosa; Saulo di Tarso, che dopo la conversione diventa San Paolo, è illuminato «sulla via di Damasco», città che non corrisponde a quella della Siria ma a Qumran stessa; che non è affatto abitata da “pacifisti esseni”, bensì da “zelanti della Legge ebraica”, ossìa “zelòti”, come si può capire dal rotolo detto “Regola della guerra”; i termini “nazareni”, “zelòti”, “esseni”, “sicàri”, forse pure “sadducèi” o “sadduqiti”, sono metafore dello stesso identico popolo, che corrisponde sia a quello di Qumran sia a quello autosterminatosi al culmine dell’assedio dei Romani alla fortezza di Masada intorno al 70 d.C.; ...
– Mi spiega almeno perché è così sicura che siano la stessa cosa?
– Non io: è una tesi accademica molto accreditata. Guardiamo ad esempio il termine “nazareno”, con il quale, sia nei Vangeli che negli Atti degli Apostoli, i primi cristiani usano definirsi; fra i termini usati dal popolo di Qumran per autodesignarsi c’è “custodi del patto”, in ebraico “nozrei ha-brit”; da questo deriva la contrazione “nozrim”, il primo etimo ebraico che designa la setta in seguito chiamata cristiana; e deriva la moderna parola araba “nosrani”, che significa “cristiani”. Quindi “nosrani” uguale “nazareni” uguale “cristiani” uguale genti di Qumran, conosciuti anche come “osim”, cioè “esseni”, contrazione dall’ebraico “osei ha-torah”, “guardiani della legge”, etimo presente nel rotolo detto “Commento ad Abacuc”. L’equivoco “nazareno” uguale “di Nazareth” nasce da commentatori successivi: Nazareth, all’epoca di Gesù, non esisteva.
– Ho capito. Sarebbe come “Cesare”, che nei secoli è diventato “Kaiser”. O “Czar”.
(pagg. 369-371) Baigent, Leigh e Lincoln
– Le eresie – riprese –, ed in particolare lo Gnosticismo, che, da “gnosi”, significa “esperienza dal vero”, contrapposto ai “dogmi” che venivano imposti dalla nascenda Chiesa di Roma, nacquero contemporaneamente e si diffusero altrettanto velocemente. Come fossero un tentativo di difendere “un’altra versione degli avvenimenti”, proveniente dall’esperienza diretta e da altre testimonianze... Fu il vescovo di Lione Ireneo, nel 180 d.C., a costruire il primo edificio teologico cattolico, dicendo cosa dovesse entrare nel dogma e cosa invece no. Del resto, la Bibbia è storicamente riconosciuta come una “selezione” di opere e di scritti: un elenco definitivo stilato dal vescovo Atanasio d’Alessandria e ratificato dal Concilio di Ippona e poi dal Concilio di Cartagine, nel 393. Ma ci sono altre opere escluse che filologicamente rivestono importanza ragguardevole: i vangeli “Apocrifi”, ad esempio, fra i quali il “Vangelo di Pietro”, menzionato già dal vescovo di Antiochia nel 180 e ritrovato in Egitto a fine Ottocento, nel quale si afferma che Giuseppe d’Arimatea era intimo amico di Ponzio Pilato e che Gesù fu sepolto «nel giardino di Giuseppe», oppure il “Vangelo dell’Infanzia di Gesù”, nel quale Gesù è descritto come “bambino terribile” che uccide e risuscita i suoi compagnetti di gioco.
– Bambino terribile? – si stupì l’inglese.
– Poi c’è il “Vangelo di Filippo”, dove Gesù «baciava sulla...» (bocca?) Maria Maddalena, e dove il “Simone di Cirene” citato da Marco come portatore della croce, viene poi crocefisso su di essa.
– Il “qualcun altro” citato dal Corano...
– E non solo da esso: lo cita anche l’eresiarca Basilide nel 130, cioè mezzo millennio prima del Corano.
– Beh, ma allora il Corano lo riprende da questo Basilide: e non c’è alcuna prova del vero, comunque. Potremo scoprire cosa è vero e cosa è falso solo quando inventeremo il viaggio nel tempo... La macchina del tempo, per ricordare l’avvenire e profetizzare il passato.
– Cos’è la “verità”, Dompson? Un frammento “epurato” del Vangelo di Marco fu trovato nel 1958 in un monastero di Gerusalemme: vi si narra del vero episodio della “resurrezione di Lazzaro”, che appare più come un’iniziazione misterica tipica dell’epoca che come un effettivo miracolo. Sono molti gli indizi a favore della tesi che Gesù facesse parte di una setta... forse essena... Per quanto riguarda la Palestina di quell’età storica, c’è parecchio da dire su altre incongruenze. “Nazareno” non vuol dire “di Nazareth” ma indica proprio una setta. La parola greca traducibile in Messia è “Christos”; il termine significa “l’unto”, e si riferisce ad un re: difatti Davide viene “unto” nell’Antico Testamento. “Gesù il Cristo”, cioè “Gesù l’unto”, divenne poi semplicemente “Gesù Cristo”, ma il primigenio significato era politico: il “Messia terreno” che per il movimento zelota avrebbe dovuto liberare il popolo oppresso. Anche la nascita di Gesù subì degli aggiustamenti: i primi cristiani festeggiavano l’anniversario del Natale il 25 aprile, poi il 24 giugno, infine il 6 gennaio, data coincidente con la festa del “Natalis Invictus” del Culto del Sole romano. La “festa dei Saturnali”. E non fu l’unico “spostamento mirato”: il giorno sacro della settimana protocristiana era il sabbath ebraico, ma poi divenne la domenica, obbedendo all’editto di Costantino del 321. Fu lo stesso imperatore a indire il Concilio di Nicea che fissò la data della Pasqua e risolse la questione posta da Ario votando la qualifica di Gesù come “direttamente Dio” e non come “creatura divina”. Fu sempre lui a dare potere agli ecclesiastici, ordinando la stampa e la diffusione di nuove copie di quella Bibbia che Diocleziano aveva fatto sparire da Roma nel 303, e la distruzione di tutte le altre opere “eretiche”, e stabilì che fosse elargita alla Chiesa una “rendita fissa”. Nell’età di Costantino ci fu la convergenza, o meglio la diluizione, di culti pagani, come appunto quello del Sole e come il Mitraismo, nel Cristianesimo, approfittando di aspetti coincidenti come il monoteismo, l’immortalità dell’anima, la resurrezione dei morti ed il Giudizio Finale.
– Capisco.
– No, che non capisce – sorrise Jottie Millerstone.
Cymetral sospirò, spiazzato.
– In che senso? – le chiese innervosito.
– Si citano due documenti gnostici, il “Vangelo di Filippo” e il “Vangelo di Maria”, per provare che la Maddalena era la “compagna” di Cristo, intendendo la partner sessuale: gli apostoli erano gelosi che Gesù fosse solito “baciarla sulla...” e la favorisse nei loro confronti. Sono passi citati nel “Santo Graal” di Baigent Leigh e Lincoln, ma anche in un classico della cultura femminista accademica, “I vangeli gnostici” di Elaine Pagels, e ne “La Rivelazione dei Templari - i custodi segreti della vera identità di Cristo” di Lynn Picknett e Clive Prince. E c’è un riferimento pure nella “Ultima Tentazione di Cristo” di Scorsese. Ciò che però questi libri e film tralasciano di menzionare è l’infamante versetto finale del “Vangelo di Tommaso”, quando Simon Pietro sogghigna che «le femmine non sono degne della vita», con Gesù che risponde «ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio... Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli».
– Oh...
– Cos’è la “verità”, Dompson?
Cymetral non ebbe risposte. La “verità” continuava a rimbalzare avanti e indietro fra finzione e fatti realmente accaduti, come fosse costituita di quella gomma magica di certe palline per bambini.
(pagg. 95-100) Islam, petrolio, Opec
Jean-Baptiste Première Matropater apparve in mezzo a loro come provenendo da un foro nella realtà. Di statura non imponente, aveva una voce dal timbro asessuato; il volto restava celato da una maschera cremisi e nera. L’intero corpo era avvolto in un saio marrone scuro, come quello di certi frati. Sul petto recava un simbolo inciso in oro, un triangolo che aveva all’interno un occhio e dal quale si diramava una fitta raggiera culminante in un cerchio di nubi.
Nessuno dei presenti sapeva se Première Matropater fosse un uomo oppure una donna. O qualcos’altro.
– Lasciàtelo andare – disse con calma. – Il piano è buono. Vorrà dire che i dirottatori arabi avranno un jet in più, e oltre alle Torri Gemelle e al Pentagono, verrà colpita anche Redmond. Ma assicuriamoci che lui non sia là, quel giorno. Hates è necessario: nessun altro può mettere in piedi il SON. Tornerà in seno all’Ordine. Per la paura. E per ambizione.
GWB osservò gli sterminati campi di grano pettinati dal vento incessante. Aveva un’aria triste e perplessa.
– Gorgeus – gli disse Matropater con tono severo ma sereno, – tutti i Presidenti che ti hanno preceduto, escluso John Fitzgerald Kennedy, che siamo stati costretti ad eliminare, hanno fatto parte del Disegno Superiore e ne hanno condiviso vantaggi e svantaggi. Guarda Nixon, che ha avuto il finto sbarco sulla Luna.
– Non è questo – fece Gorgeus Dabliu, mascherando la sorpresa, – è che non mi va di sacrificare in questo modo decine di americani, di passare alla Storia come l’imbecille che si è fatto sfregiare sotto il naso uno dei simboli della nazione... Non c’è un altro modo? Richard Nixon ha avuto il Watergate e il ritiro dal Vietnam, ma in premio si è beccato il finto primo sbarco sulla Luna! Io che avrò, in cambio di una simile macchia?
– Ci siamo inventati il primo sbarco sulla Luna? – intervenne Naybeth Birri, – per te possiamo simulare quello su Marte!
– Aspettate – disse Matropater, – lui avrà già il suo premio, non indifferente. La sua nazione è in estrema difficoltà: da questa operazione di “pulizia” che Gorgeus scatenerà nell’Islam, gli Stati Uniti avranno un doppio tornaconto, che durerà per decine di anni: sul petrolio da un lato, e nella supremazia sull’Europa dall’altro.
– La mia nazione in difficoltà? – chiese “il Presidente” con lo sguardo fisso nel cielo vuoto sopra la prateria.
– Tu hai bisogno ad esempio di far fuori subito l’Iraq, prima che serva da sprone per l’Opec... Hai bisogno di salvare il Dollaro, e con esso tutto il vostro benessere... Tuo padre ha lavorato male, e non ha fatto in tempo a finire quanto aveva cominciato. Era troppo influenzato dalle lobby belliche al Congresso e dai suoi soci sauditi, ha badato più a fare affari, che al problema di lungo termine...
Gorgeus Dabliu si voltò lentamente con aria inebetita.
– Alien – disse Jean-Baptiste Première Matropater rivolto verso il capo della Federal Reserve, – vuoi spiegarglielo tu?
Brownspan rise.
– Non ci può arrivare, è troppo profondo, per lui. È un cowboy – disse. Quindi prese succo di mele Jones, si dissetò e si aggiustò la schiena spalmandola sul grande dondolo di vimini. – Vedi, Gorgeus, non sempre l’obiettivo manifesto dell’aggressione è l’obiettivo vero della guerra. A volte non si tratta di quel che speri di ottenere con la guerra, bensì di quello che gli altri perderanno. Noi Americani, invadendo l’Iraq, vogliamo sperare che la vittima sia l’economia europea, che è robusta e probabilmente sarà ancor più forte in un futuro vicino. L’ingresso della Gran Bretagna nell’Unione Europea è inevitabile; la Scandinavia lo farà in tempi ravvicinati; a maggio del 2004 entreranno dieci nuovi Paesi e questo farà aumentare il prodotto interno lordo dell’Unione Europea a circa 9,6 trilioni di dollari e 450 milioni di persone, di fronte ai 10,5 trilioni di dollari e 300 milioni di persone degli USA. Questo, Gorgeus, per i nord-Americani, è un formidabile blocco concorrente. Capisci?
Il Presidente seguiva con la bocca spalancata.
– Vedi, che non capisce? – disse Brownspan rivolto a Matropater. Intervenne Alphonso Naybeth Birri.
– Non capisco neanch’io, Alien. Che c’entro io europeo? E perché questa fissazione con l’Iraq? Avete già l’Arabia Saudita, con voi... il Kuwait...
– No: il petrolio è sì la causa scatenante, ma non per le ragioni che comunemente si adducono. Non è per le enormi riserve ancora vergini che si ritiene esistano in Iraq, che non sarebbero state sfruttate a causa delle sue antiquate tecnologie; non è per le nostre brame di mettere le zanne su questo petrolio. È piuttosto per le zanne che vogliamo mantenere lontane da lì! Ciò che ci deve far accelerare le cose è la decisione presa dall’Iraq il 6 novembre del 2000: sostituire il Dollaro con l’Euro nel suo commercio petrolifero. Quando Saddam Hussein fece questo sembrò uno stupido capriccio: l’Iraq stava perdendo una gran quantità di utili a causa di una dichiarazione politica di principio. Però prese questa decisione, e il deprezzamento continuo del dollaro nei confronti dell’euro sta a significare che l’Iraq fece un buon affare cambiando riserve monetarie e divise per il commercio del proprio petrolio. Da quel momento, l’euro si è rivalutato del 17% sul dollaro, cosa che si deve applicare pure ai 10 bilioni di dollari del fondo di riserva dell’Onu “petrolio per cibo”. Ora Gorgeus, tu, come Presidente degli Stati Uniti, dovresti porti una domanda che anch’io mi sono posto, all’epoca: che succederebbe se l’Opec passasse all’euro?
GWB si sforzò di rimettere insieme le idee. Il suo braccio destro si agitava lentamente nell’aria, piccoli teneri movimenti della mano, come stesse cercando di afferrare la ventiquattrore della lucidità ma non riuscisse assolutamente a ricordare dove l’avesse poggiata. Alien Brownspan non aspettò.
– Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nella conferenza di Bretton Woods, venne firmato un accordo che fissava il valore dell’oro a 35 dollari l’oncia: divenne lo standard internazionale con il quale si misuravano le monete. Però nel 1971 Nixon cancellò tutto questo, il dollaro divenne lo strumento monetario principale, e solo gli USA possono produrlo. Il dollaro oggi è una moneta priva di copertura, sopravalutato, nonostante il nostro record del deficit di bilancio e, cosa che tutti per nostra fortuna ancora fingono di non vedere, lo status di Paese più indebitato del mondo: l’ultimo rapporto che mi è passato sulla scrivania dice che il debito USA è di 6.021 trilioni di dollari, a fronte di un pil di 9,6 trilioni di dollari.
– Cosa? E me lo dici solo adesso, qui? – disse GWB, che non vedeva l’ora di poter uscire dall’impasse.
– E te lo devo dire io? – rise Brownspan. – Diamine, sei il Presidente! Ma il tuo entourage che fa, sta sempre a pesca fra i torrenti del Wyoming?
– Aspetta – protestò Naybeth Birri, – tenetevi le vostre beghe per il prossimo brief alla Casa Bianca... Continua il tuo pensiero, Alien.
– Bene. Il commercio internazionale è diventato un meccanismo grazie al quale gli USA producono dollari e il resto del mondo produce quel che i dollari possono comprare. Le nazioni non commerciano più per ottenere “vantaggi comparativi” ma solo per ramazzare dollari da destinare al pagamento del debito estero, che è fissato in dollari. E per accumulare dollari nelle riserve monetarie con la finalità di preservare il valore delle monete nazionali. Le banche centrali delle nazioni, per prevenire attacchi speculativi alle proprie monete, sono costrette a comprare o trattenere dollari, in una misura equivalente all’ammontare del proprio circolante. Tutto ciò crea il meccanismo del dollaro forte che, a sua volta, obbliga le banche centrali ad immagazzinare dollari, cosa che rende ancor più forte il dollaro.
– Il più sorprendente circolo virtuoso del pianeta – commentò Alphonso Naybeth Birri.
– Sì. Questo fenomeno è conosciuto come “egemonia del dollaro” e fa sì che le merci strategiche, e soprattutto il petrolio, siano quotate in dollari. Tutti accettano i dollari perché con essi si può comprare il petrolio. Dal 1945, la forza del dollaro consiste nell’essere la divisa internazionale per gli interscambi petroliferi globali. Da qui il termine di “petro-dollari”. Gli USA stampano centinaia di migliaia di miliardi di dollari senza alcun tipo di copertura: “petro-dollari” che sono usati dalle nazioni per pagare la fattura degli energetici agli esportatori dell’Opec. Ad eccezione dell’Iraq e, parzialmente, del Venezuela. Il famoso Dollaro è un immenso assegno scoperto.
– Ah, ecco perché proprio l’Iraq.
– Aspetta. Questi petro-dollari sono poi riciclati nuovamente dall’Opec negli USA, sotto forma di lettere del Tesoro o altri titoli con denominazione in dollari: azioni, beni immobiliari, etcetera. Il riciclaggio dei petro-dollari rappresenta il beneficio che, dal 1973, gli USA ricevono dai Paesi produttori di petrolio per “tollerare” l’esistenza dell’Opec. Le riserve di dollari debbono essere investite nel mercato nord-americano, cosa che, a sua volta, produce utili per l’economia USA. L’anno scorso, nonostante un mercato in netto ribasso, l’ammontare delle riserve USA è cresciuto del 25%. L’eccedente nei conti dei capitali finanzia il deficit commerciale.
Si fermò e bevve un altro sorso di buon succo Jones.
– Comunque, in poche parole: dato che gli USA creano “petro-dollari”, gli USA controllano il flusso del petrolio. Siccome il petrolio si paga in dollari e questa è l’unica moneta accettata in tali scambi, si arriva alla conclusione che gli USA possiedono il petrolio del mondo gratis!
– Lampante – disse Naybeth Birri. – E terrificante.
– Di nuovo: che succederebbe se l’Opec decidesse di seguire l’esempio dell’Iraq e cominciasse a vendere il petrolio in euro? Una Hiroshima economica. Le nazioni importatrici di petrolio dovrebbero mettere in uscita i dollari dalle rispettive riserve delle banche centrali e rimpiazzarli con gli euro. Il valore del dollaro precipiterebbe, e le conseguenze per i gloriosi Stati Uniti d’America sarebbero quelle di un qualsiasi collasso di una moneta: inflazione alle stelle tipo Argentina, fondi stranieri in fuga dal mercato dei valori nord-americano, ritiro dei fondi dalle banche come nel 1929, e così via. A dire il vero, questi sarebbero gli effetti potenziali di un improvviso passaggio all’euro: un cambio più graduale sarebbe più gestibile, ma altererebbe ugualmente l’equilibrio finanziario e politico del mondo. Data la vastità del mercato europeo, la sua popolazione e la sua necessità di petrolio — ne importa più degli USA —, l’euro potrebbe rapidamente diventare, di fatto, la moneta standard per il mondo. Esistono buone ragioni perché l’Opec come gruppo segua l’esempio dell’Iraq e adotti l’euro: dopo tanti anni di umiliazioni subite dagli USA, potrebbero approfittare delle circostanze per emettere una dichiarazione politica di principio. Ma esistono anche solide ragioni economiche. Il poderoso dollaro ha regnato incontrastato dal 1945 e negli ultimi anni ha guadagnato ancor più terreno con il dominio economico statunitense. Alla fine del secondo millennio, più dei quattro quinti delle transazioni monetarie e la metà delle esportazioni mondiali sono avvenute in dollari.
Alien Brownspan smise di parlare e scrutò con aria severa il suo Presidente per qualche secondo.
Jean-Baptiste Première si avvicinò a Gorgeus Dabliu.
– Il tuo impegno in Medio Oriente – gli disse, – in primo luogo contro l’Iraq, è assicurare al tuo Paese il controllo di quei giacimenti e porli sotto il segno del Dollaro; successivamente passerai ad incrementare esponenzialmente la produzione e forzare i prezzi al ribasso. Alla fin fine, il tuo obiettivo è scongiurare, con minacce di ricorrere alle vie di fatto, che qualsiasi Paese produttore passi all’Euro.
Gorgeus Dabliu ebbe un ultimo, debole sussulto di protesta.
– Se attacco quel criminale di Saddam, rischio di far scoppiare la terza guerra mondiale.
– Non succederà. Sulla scia del terrore scatenato a livello planetario dall’attentato, tu sarai “autorizzato dal mondo occidentale”: ripulirai l’Afghanistan, ti piazzerai in Iraq e da lì terrai in pugno l’Iran e la Siria, bloccando di fatto il fondamentalismo islamico e i suoi finanziatori. Nel frattempo sarà già sceso in campo il nostro Cavaliere Templare Finale.
– L’Uomo Nuovo – sottolineò Almon Runeystijr.
Il corteo presidenziale andò via sulla strada da dove era venuto, sollevando l’identico polverone. Alphonso Naybeth Birri, Almon Runeystijr e Jean-Baptiste Première Matropater erano seduti sul divano posteriore della grande Chrysler che li avrebbe portati via dal benz-motel dei Jones.
– In un certo senso, sia lui che Hates hanno ragione – rifletté cupamente il capo della DuMoNo, la cui parola era tenuta sempre in considerazione. – I massoni Antichi ed Accettati combattevano le assurdità e le incomprensioni dogmatiche, denudavano gli errori, flagellavano superstizioni e pregiudizi, correndo con audacia e sicurezza verso l’affermazione della libertà dell’esame, del pensiero e della coscienza. I veri Rosa+Croce sparsi in tutto il mondo continuano la loro missione segretamente e nel silenzio più assoluto, una missione confortata dalla loro mistica elevazione spirituale. A modo loro cristiani, non sempre ortodossi, i Rosa+Croce cercano il senso esoterico nei Vangeli, ritenendo che il vero Cristianesimo Esoterico debba essere la religione universale, in contrasto alle affermazioni del Giudaismo e del Cristianesimo popolare. Affermano che Cristo sarà riconosciuto come la “Luce del Mondo”, perché la Sua vera religione sommergerà e sostituirà ogni altra religione, ad esclusivo vantaggio dell’intera Umanità. La loro concezione del Cosmo non è dogmatica in quanto non si appella ad altra autorità che alla ragione del discepolo. Non sono esposti né a critiche né a persecuzioni, poiché operano sotto l’impenetrabile copertura di una condotta modesta ed esemplare, spoglia di ogni appariscente ostentazione di tipo sociale, dottrinale o carismatica. Quando vogliono svolgere azioni filantropiche lo fanno nell’anonimato più assoluto. E infine essi, indifferenti agli onori del mondo ed a quanto affascina le genti, spogli di ogni vanità poiché non si considerano depositari esclusivi della Verità assoluta, ricercano, attraverso l’umiltà ed il rifiuto della Gloria, la povertà e la più assoluta purezza esistenziale, il modo di avvicinarsi a Dio, unendosi finalmente a Lui nell’estasi...
– E allora? – chiese Matropater. – Perché tutto questo poema?
– Dov’è Cristo, in quello che stiamo mettendo in piedi?
(pagg. 103-108) Rosslyn e ‘Cristiani Rinati’ statunitensi
– Da dove ti è uscita la storia dell’eliminazione di John Fitzgerald Kennedy?, o del “finto sbarco sulla Luna”? Io ti ho assecondato con “il finto sbarco su Marte”, ma mi veniva da ridere.
– Non sono mica tanto finti, né l’uno né l’altro: è una voce che circola, ed in ogni caso quello “finto su Marte” ce l’hanno bell’e pronto da un pezzo, alla Nasa... Comunque dovevamo impressionare GWB e fargli capire che “esistiamo da tanto tempo”.
– Fa parte della strategia dei finti documenti di Rosslyn e dei simboli del fantomatico Priorato – chiarì Runeystijr.
– Secondo problema: Kissinger-Huntington. A Londra e a Washington i cultori della “geopolitica” sono in preda all’ossessione di mobilitare il “mondo occidentale” contro quelle nazioni che si stanno impegnando alla realizzazione del Ponte di Sviluppo Eurasiatico: la Russia, che prima dominava la regione, è di fatto neutralizzata dalle difficoltà gravissime che attraversa, e quindi ora occorre passare a contenere — o combattere — la Cina, l’Iran, l’India e la Turchia di Erbakan, per stabilire il controllo delle élite geopolitiche su questa immensa regione in cui sono stanziati tre quarti della popolazione mondiale. Lo “scontro delle civiltà”, prima di essere il famoso e sopravvalutato libro del signor Samuel Huntington di Harvard, è un progetto antico che si colloca ben al di sopra: è un vero e proprio “piano di guerra” messo a punto da un raggruppamento di potere tra le due sponde dell’Atlantico e che, pur facendo capo all’Inghilterra dei Liberi Muratori ispirati al Tempio, ha i capisaldi teorici in Henry Kissinger e Zbignew Brzezinski. Il primo è assertore degli schemi geopolitici “dell’equilibrio delle forze” instaurato al Congresso di Vienna del 1815 dal ministro degli Esteri britannico lord Castlereagh e dal Cancelliere austriaco Principe di Metternich. Dopo la laurea, negli anni Cinquanta, Kissinger si dedicò a costruire quella rete Harvardiana nelle varie amministrazioni democratiche e repubblicane di cui oggi Huntington è una delle figure di spicco. Huntington è stato addestrato a ripetere quello che diceva Kissinger. Brzezinski, invece, quando nel 1976 divenne Consigliere di Sicurezza Nazionale sotto Jimmy Carter, sviluppò una sua teoria geopolitica chiamata “Arco di Crisi”: calcolava che tutta l’ampia regione lungo il fianco meridionale dell’Unione Sovietica sarebbe stata percorsa da instabilità sempre più destabilizzanti — a causa del Fondamentalismo Islamico oppure di conflitti tribali e razziali —, e che questo doveva essere sfruttato a Occidente come un’arma contro l’impero sovietico. Nel National Security Council diretto da Brzezinski, l’incarico di direttore della pianificazione della sicurezza era affidato ad Huntington. Brzezinski e Huntington erano giunti nell’amministrazione Carter passando per la Commissione Trilaterale fondata e finanziata da David Rockefeller nel 1974.
– Rotschild, Rockefeller – sorrise Runeystijr, – riesci a inquadrare perché tanto antisemitismo in giro, Birri?
– Non interrompere, che perdo il filo – s’infastidì lo spagnolo.
– Nel 1996 – riprese Matropater – Brzezinski ha preso parte alla costituzione del Central Asia Institute presso la School of Advanced International Studies della John Hopkins University. I soldi per il nuovo istituto provenivano dalla Smith Richardson Foundation, nella cui direzione figura Brzezinski, e la stessa fondazione ha finanziato Huntington per la realizzazione del suo libro; altri soldi Huntington li ha ottenuti dalla Fondazione John Olin, ad Harvard, nella quale dirige l’istituto di studi strategici. Le due fondazioni sono le principali finanziatrici di progetti per la promozione del neo-liberismo economico e al tempo stesso dello “scontro geopolitico” con i Paesi in via di sviluppo. Negli anni Ottanta furono le principali finanziatrici “private” del programma “Project Democracy”, coordinato dall’allora vice-presidente Gorgeus Bunz padre, con il quale quest’ultimo costituì la sua rete privata e semi privata di trafficanti di armi e di droga — una parte di questa rete rimase coinvolta nel pasticcio Iran-Contras —. Brzezinski è stato anche uno dei primi promotori della carriera di Madeleine Albright, segretario di Stato in era Clitor, prima alla Columbia University e poi portandola con sé, nel 1978, insieme ad Huntington, nel Consiglio di Sicurezza Nazionale di Carter, per affidarle l’incarico di collegamento con il Congresso USA: quando ha voluto a tutti i costi le sanzioni contro il Sudan, la Albright si è rivelata un’entusiasta promotrice della crociata della baronessa inglese Caroline Cox, vice presidente della Camera dei Lord, contro il Sudan. La Cox si distingue per lo zelo con cui propaganda, anche alla Camera dei Lord, la tesi di Huntington. La sua organizzazione, Christian Solidarity International, ha distribuito centinaia di copie degli scritti di Huntington facendone praticamente il vessillo delle proprie crociate contro il Sudan, l’Egitto, l’Iran, l’India e altre nazioni del “Terzo Mondo”. In che consiste, questo “scontro di civiltà”? Huntington sostiene che a livello di microscala, la spaccatura più violenta è quella che separa l’Islam dai suoi vicini ortodossi, Hindu, Africani e Cristiani occidentali; a livello di macroscala, la divisione dominante è tra “l’Occidente e tutto il resto”, dove i conflitti più intensi si verificano tra le società musulmane e quelle asiatiche da una parte e l’Occidente dall’altra. Gli occidentali sono in una inevitabile rotta di collisione con i musulmani, che sono intolleranti, e con i Cinesi, che sono invadenti. Gli asiatici minacciano Occidente con la loro “crescita economica”, i musulmani con i loro “elevati tassi di crescita demografica”. Lo sviluppo economico della Cina e delle altre società asiatiche fornisce a quei governi gli incentivi e le risorse per diventare più esigenti nei rapporti con gli altri Paesi; la crescita demografica nei Paesi musulmani, specialmente l’espansione della fascia d’età 15-24 anni, fornisce nuove leve per il fondamentalismo, il terrorismo, l’insurrezione e i moti migratori. Le popolazioni più numerose hanno bisogno di più risorse, pertanto le popolazioni di società dense o che crescono rapidamente tendono a spingere verso l’esterno, ad occupare territori, ad esercitare pressioni sulle popolazioni demograficamente meno dinamiche. Lo scenario di Huntington, che riscuote consensi unanimi a Washington, è che la Cina entra in guerra col Vietnam, poi scende al suo fianco il Giappone, e insieme combattono contro gli Stati Uniti; intanto l’India ha già iniziato le ostilità contro il Pakistan, gli Arabi si scontrano con gli Israeliani, quindi c’è lo scontro tra Russia e Cina. Poi i missili nucleari raggiungono la Bosnia, l’Algeria e anche Marsiglia, dando vita a complicati scenari di guerra sul teatro dei Balcani e dell’Egeo... Stati Uniti, Europa, Russia ed India si ritrovano infine in uno scontro su scala globale contro la Cina, il Giappone e gran parte dell’Islam. Gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero, secondo Huntington, imporre alla Cina ed agli altri Paesi un apartheid tecnologico, fare in modo da «limitare lo sviluppo delle capacità militari convenzionali e non convenzionali dei Paesi islamici e sinici» e «mantenere la superiorità tecnologica e militare dell’Occidente sulle altre civiltà». Chiaro fin qui?
– Lo sapevamo già, per grandi linee – fece Runeystijr.
– Terzo problema: l’asse Reagan-Bunz-Lupowitz. L’ingresso torrenziale in politica del linguaggio biblico dei Fondamentalisti Protestanti Cristiani coincide con gli anni di apprendistato di Ronald Reagan e con la sua trionfale ascesa alla Casa Bianca, grazie ai voti della Moral Majority, la Destra politico-religiosa. Già nel 1971, quando Reagan era popolarissimo governatore della California, parlò di profezie sull’inevitabile — addirittura imminente — conflitto nucleare con l’Unione Sovietica, distillando le citazioni dei più famosi passi paranoici dei libri di Ezechiele e dell’Apocalisse: «appena saranno finiti i mille anni, Satana sarà lasciato libero, uscirà dalla prigione per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarli alla guerra. Il numero di questi è come la sabbia del mare... In quel giorno, tuonò Jahweh, nel giorno in cui Gog verrà contro la terra d’Israele, il furore mi salirà alle narici e ognuno volgerà la spada contro i suoi fratelli»... Vero mago della comunicazione ridotta al minimalismo emotivo, Ronnie disse convinto: «la Libia è diventata comunista, questo è il segno che il giorno di Armageddon non è lontano. I rossi devono andare al potere in Etiopia! È necessario perché la profezia si compia, che l’Etiopia diventi una di quelle nazioni senza Dio che si scaglieranno contro Israele». Il “Gog” che allora, nel 1971, era alla guida delle “potenze delle tenebre” pronte ad aggredire Israele, l’Unione Sovietica, era già “l’Impero del Male”: «Ezechiele ci dice che verrà da Nord, e quale altra nazione potente c’è a Nord di Israele? Nessuna. Tutto questo sembrava assurdo prima della Rivoluzione Bolscevica perché la Russia era una nazione cristiana, ma, ora che è diventata comunista e atea, risponde perfettamente alla descrizione di Gog! Gli Ebrei hanno vissuto per secoli la diaspora, ma questo non vuol dire che Dio si è lavato le mani di loro: prima del ritorno del Figlio, li riunirà tutti in Israele. Persino i mezzi di trasporto di cui si sarebbero serviti sono stati descritti in dettaglio dal profeta: alcuni “verranno per mare” ed altri ritorneranno “come colombe ai loro nidi”. In altri termini, o torneranno con le navi o per via aerea... Questa profezia si compì nel 1967, quando Gerusalemme fu riunita sotto la bandiera d’Israele». E nel 1981, ormai Presidente: «l’antisemitismo è creazione di Satana che cerca tutti i mezzi per colpire il popolo eletto; oggi lo Stato d’Israele è la sede della profezia. Nel Vecchio Testamento, il ruolo degli Ebrei era quello di testimoniare; oggi è quello di preparare la Seconda Venuta di Cristo». Parole di Ronald Reagan, il rivoluzionario economico, il modernizzatore, il teorico dello Scudo Spaziale, l’ispiratore di Rambo, non parole di un matto a Speaker’s Corner...
– Voleva i voti di quell’elettorato – disse Naybeth Birri, candido.
– Reagan era solo una scatola vuota, Alphonso: un ex-attore che leggeva “gobbi”, e quando leggi un gobbo, le parole ti entrano dagli occhi e ti escono dalla bocca, senza passare per il cervello.
– La “scatola vuota” dei Born again – disse il capo DuMoNo.
– Appunto, il quarto e più grave problema: i Cristiani Rinati. I “fundies”, i Fondamentalisti Protestanti Cristiani, cominciarono a proliferare alla fine degli anni Sessanta, epoca in cui il governo USA iniziò ad avallare la politica del “post-industriale” che condusse al disastro gran parte dell’economia americana. La demoralizzazione che seguì fu l’humus in cui cui attecchirono le varie strutture apocalittiche e messianiche pseudo-cristiane. Nel 1965 Lyndon Johnson, che proveniva dal Sud, favorì la lotta del movimento di Martin Luther King fino a fare pressioni sul Congresso affinché approvasse la legge sul diritto di voto dei neri, nonostante la forte opposizione del partito segregazionista negli Stati del Sud. Per tutta risposta, l’allora governatore di New York, Nelson Rockefeller, insieme ad altri pezzi grossi del Partito Repubblicano, lanciò la cosiddetta “Strategia Sudista” per riguadagnare il terreno conquistato dal Partito Democratico, alleato al Movimento per i Diritti Civili. La strategia consisteva nel recuperare gli strati che avevano sostenuto la Confederazione Sudista del xix Secolo. Fecero appello ai “poveri bianchi” del Sud, gente che nutriva livori nei confronti dei neri, il cui recente progresso era visto come una minaccia. Proprio tra questi strati, soprattutto rurali, il fondamentalismo protestante fece proseliti a non finire, e gli Stati che erano appartenuti alla Confederazione Sudista divennero la “Bible Belt”, la cintura della Bibbia. La “Southern Strategy” repubblicana contribuì alla vittoria di Richard Nixon, che nel 1968 inaugurò un’amministrazione in larga parte sotto il controllo di Henry Kissinger. Per tutta risposta, i Democratici finirono per ordire la propria “Southern Strategy”, che segnò la fine della politica di raccolta dei consensi tra i gruppi ai quali si era rivolto Franklin Delano Roosevelt. Ciò provocò uno dei disastri peggiori della storia americana: l’amministrazione Carter, dal 1976 al 1980. Jimmy Carter, burattino della Commissione Trilaterale di David Rockefeller, era il fundie più classico: imbottito di convinzioni superstiziose, si dichiarò pubblicamente “cristiano rinato”. Sotto la sua presidenza, gli Stati Uniti finirono in un declino economico e industriale senza precedenti, che lui incoraggiava tutto preso da una sua insensata utopia agraria. Con Carter, il Fondamentalismo Protestante prese il vento in poppa, e il disastro da lui provocato non insegnò niente al suo partito: dopo la vittoria di Reagan, i Democratici riposizionarono la loro “Strategia Sudista” creando il Democratic Leadership Council, la corrente alla quale si dovette il lancio dei “New Democrats”, la cosiddetta tattica “centrista” di stampo tendenzialmente fascistoide — quel tipo di fascismo che caratterizza gli Stati del Sud —. Prima di diventare Presidente, Bill Clitor è stato presidente del Dlc e Al Gore ne è stata un’altra espressione. I bigotti “millenaristi dagli occhi vitrei” sono attualmente in preda alla frenesia e minacciano una guerra di religione che, se non è prevenuta per tempo, potrebbe allargarsi ben oltre il Medio Oriente. Varie associazioni e leader del mondo ebraico hanno finito per accondiscendere e sottomettersi a questa psicosi perché hanno paura — non a torto — di gente come questi fundies, e perché si preoccupano, a ragione, ma in maniera sbagliata, della “sopravvivenza ebraica”.
– Ho capito – disse Runeystijr, scuotendo il capo. – È qui che entra in gioco la “mission” dell’Ordine.
– Io invece non vedo il nesso – si lamentò umilmente Birri.
– Esatto, Almon, è la nostra mission. Lo scontro delle culture fomentato da Samuel Huntington è tutt’altro che inevitabile, come felicemente dimostrato cinque secoli or sono dal Cardinale Niccolò Cusano nel dialogo “De Pace Fidei”. In quello scritto filosofico, il grande pensatore del Rinascimento espone i termini di come tutte le culture possano riconciliarsi tra loro nella misura in cui condividono la concezione più elevata dell’uomo, perché tale concezione è il tratto più caratteristico di ogni individuo, a prescindere da razze e culture. La tradizione oligarchica, oggi espressa dalla cultura britannica e illuministica, poggia invece sul presupposto che l’uomo sia un animale, o che comunque non vi sia una distinzione qualitativa di fondo, assoluta, tra l’uomo e la bestia.
Calò il silenzio. Jean-Baptiste prese da sotto l’ingombrante pastrano la sua piccola croce di specchio e la sollevò all’altezza degli occhi di Runeystijr e Naybeth Birri.
– Il mega-attentato nel cuore d’America farà precipitare lo “scontro di civiltà”: la miopìa dei Cristiani Rinati e della loro versione “politica” — i Kissinger, i Reagan, i NeoCon, i Lupowitz, i Rynsfelt, i Bunz — vi vedrà la scusa ideale per correre più velocemente, attraverso invasioni e guerre-lampo nei Paesi del Medio Oriente, verso Armageddon e la ricostruzione del Tempio di Salomone; mentre, al contempo e al contrario, il terrorismo islamico farà un immenso salto di qualità, ricevendo dall’attentato pubblicità e autorevolezza insperati. Insomma, sarà un boomerang terrificante per tutta la risma balorda che gira intorno alla Fondazione del Tempio, e se tutto andrà come previsto, ci sbarazzeremo in brevissimo tempo sia dei Fondamentalisti Protestanti Cristiani che dei Fondamentalisti Islamici. E allora potremo finalmente calare l’Uomo Nuovo dentro ad un Mondo Nuovo, dove le tre grandi religioni monoteiste saranno una cosa sola. Ecco dov’è Cristo, in quello che stiamo mettendo in piedi!

Concedici la gloria, o Signore, non per noi, ma per il Nome tuo.

Runeystijr scosse ancora il capo, soddisfatto e sazio.
Naybeth Birri simulò un’aria convinta, ma risolse di riconsiderare tutte le parole ascoltate negli ultimi due giorni quando quella giornata fosse terminata. Matropater chiuse la sua messa con l’ultimo sermoncino.
– Del resto, l’Islam è per noi un ostacolo insormontabile. La Crocespecchio non ha un esercito per affrontare il Fondamentalismo Musulmano: perciò, gli Americani devono farlo per noi.
Petal Glyn Jones uscì sul portico di legno quando non era rimasto più nessuno. Raccolse la brocca, ormai svuotata del succo di mela — vuotato nell’ultima cena, il Graal attende di riempirsi di sangue —, e la contemplò a lungo, mentre il sole tramontava proprio di fronte infuocando il limite delle praterie contro l’orizzonte.
(pagg. 457-461) Echelon, Temple Foundation, Torri gemelle
– Gli dò pure l’uso di Echelon, accidenti a me.
– È giusto, devi assecondarli, lui e quell’altro con la maschera – disse serafico Alien Brownspan, che continuava tranquillamente a smanettare sul suo pc.
– Cazzo, non parlare proprio tu – gli disse GWB gettando via il telefonino, – che mi hai convinto della bontà del piano!
– E lo è, caro il mio texano – rise il capo della Federal Reserve. – Come disse Margaret Thatcher, «l’Europa è stata creata dalla Storia, l’America dalla Filosofia». E la filosofia di cui ti parlo, per esempio, è quella mia sul Dollaro. La costante domanda asiatica di titoli di debito USA tiene bassi i tassi sui prestiti con scadenza fino a 30 anni: il mondo intero continua ad indebitarsi ad un prezzo irrealisticamente basso. I miei miopi colleghi europei la chiamano la politica del dollaro “debole”, io la chiamo la politica del dollaro “debole, ma non troppo”: tende a svalutarsi ma quel tanto che basta a non mettere in pericolo le economie che fanno del dollaro la loro riserva. È tutto lì. È filosofia. Sono Giapponesi e Cinesi, in fin dei conti, a pagare le spese del tuo Pentagono, Gorgeus, per quella Difesa USA che protegge il mondo, ma entrambi lo fanno con un interesse preciso: per Tokyo è l’assicurazione sulla vita contro i Cinesi, per Pechino la “distrazione” americana verso il jihad islamico vuol dire meno tempo per riflettere sulla crescita del gigante Cina sull’orizzonte del xxi Secolo. Ti faccio del bene, Presidente, dovresti saperlo.
Hates scosse la testa.
– La decisione di camminare sul sentiero imperialista – disse – non è coerente con la visione dei padri fondatori degli Stati Uniti: i coloni per primi si ribellarono alle tasse che servivano a finanziare l’impegno estero, e la burocratizzazione tipicamente imperiale è contraria a quell’istituzione di poteri centrali “limitati” tipica del Federalismo americano e agli inviti anti-alleanze dei George Washington e dei Thomas Jefferson a “lasciarsi le mani libere” strategicamente, inviti confusi per isolazionismo.
– Allora, Will – disse Brownspan alzandosi e versandosi dello scotch, – lascia che ti spieghi qualcosa. E parto da lontano.
Sorseggiò.
– Nella geopolitica, gli Americani non analizzano la Storia e la Geografia, ma tendono a semplificare e a ridurre tutto a “modelli applicabili”, concentrandosi sul lato economico; non studiano il caso, ma la sua riproducibilità in base alle loro formalizzazioni. Purtroppo per loro, cioè per noi, la politica del pianeta azzurro non si studia con le foto satellitari! Gli arsenali nucleari e le portaerei non servono contro le bande armate e la guerriglia senza confini degli apostoli di Maometto. A Washington non si riesce a individuare la “scala” giusta per sconfiggere i nostri nemici: non abbiamo vere abilità imperiali e confondiamo la capacità di proiettare ovunque i nostri Marines ed i nostri missili con la capacità di controllare e gestire i territori. Che cosa accomuna Iran e Israele, Mauritania e Afghanistan e Pakistan e Libia e Tunisia e Azerbaijan? Come si fa a proporre a tutti lo stesso pacchetto precotto di Democrazia, come fosse un Big Mac™? E senza neanche consultarne i popoli? Da qui i fallimenti a catena: Vietnam, Korea, Libano, Somalia, Bosnia, Kosovo, Haiti, Afghanistan, e, come vedrai presto, sicuramente l’Iraq...
– Cosa sei, un menagramo? – chiese GWB con ira.
– No, forse è solo un socialista – rise Hates. – Il tuo ministro del Tesoro ha visioni nettamente di sinistra.
– Caro il mio Presidente e caro il mio imprenditore del software, per gli Americani la guerra non è, come per gli Europei, la continuazione della politica, ma il contrario; la nostra politica estera deriva dal concetto di «appròpriati di quanta più terra sei effettivamente in grado di controllare e sfruttare», tipico dei primi coloni cui facevi riferimento prima, Hates. È così, che gli Stati Uniti si sono formati, è così che si sono presi dal Messico prima il Texas e poi la California: dapprima vi hanno installato colonie, che dopo hanno preteso rappresentanza politica e con essa le garanzie di un Paese che promuove “il benessere e la felicità personale”; quindi hanno mandato l’esercito a difendere le colonie. È per questo, che a voi di Washington, Gorgeus, riesce così naturale difendere, in barba all’Onu, anche i princìpî di “offesa preventiva” di Israele.
GWB non era abbastanza profondo da poter abbozzare una replica. Hates ascoltava in silenzio, con gli occhi fissi su quell’anziano membro del Vero Potere del Mondo.
– I primi “coloni” del 1700 erano pressati da esigenze oggi per domani, come la sicurezza e il reperimento del sostentamento quotidiano, e se ne sbattevano dei princìpî feudali-illuministi dei loro Paesi europei d’origine; inoltre erano liberi di perseguire il proprio benessere e la propria realizzazione sui vasti spazi del continente nordamericano — anche a spese dei nativi —. Producevano beni il cui utile spettava loro al 100%, senza alcun obbligo verso proprietari terrieri e baroni, e li difendevano da sé. Questa natura dei coloni forgiava l’etica americana della Responsabilità Individuale, condizionando il loro futuro. Noi Americani siamo abituati a giudicare il nostro Paese in base al metro della garanzia di “libertà di proprietà” e di “diritto al successo personale”.
– Parole sante – disse GWB, scuotendo la testa.
– La Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 dice che «tutti gli uomini — e badate bene, “uomini”, non “americani”: una differenza fondamentale — sono creati uguali e sono dotati di certi inalienabili diritti fra i quali quelli alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità». È qui che ha le radici quella vocazione tutta americana a “redimere” l’umanità intera, ed è per questo che gli Americani non riescono a capire come mai le loro “buone intenzioni” appaiano spesso cattive ai non-Americani. I vari imperialisti della storia umana, dagli Inglesi ai Francesi agli Spagnoli, non hanno mai avuto la presunzione di pensare che ciò che era buono per loro lo fosse “automaticamente” per gli altri. Gli Americani sì, a partire da Woodrow Wilson che, nel discorso sullo Stato dell’Unione del 1915, affermava «il nostro entusiasmo per la libertà individuale e per il libero arbitrio dei popoli non è confinato alle sole vicende che ci riguardano direttamente: è presente ovunque vi sia un popolo che provi a percorrere il difficile sentiero dell’indipendenza e della giustizia». E “l’impegno” estero non è mai più venuto meno dal 7 dicembre 1941 — Pearl Harbor —, “costretto” prima dall’espansionismo sovietico e dall’ideologia comunista — di fronte ai quali, malgrado gli ammonimenti di Churchill a Secondo Conflitto Mondiale finito a sfruttare il vantaggio atomico in ottica di influenza territoriale, gli Stati Uniti si illusero di pervenire ad un assetto pacifico basato sui loro astratti ideali bloccando il mondo nella guerra fredda per 50 anni — e oggi dall’integralismo islamico. Per questo motivo, Presidente, il “concetto” dell’Uomo Nuovo è buono in sé, a prescindere da ciò che è andato storto a New York.
– “Andato storto”? – chiese Hates. – È solo questo, per te?
– Eppoi non parlarci proprio tu di critica all’imperialismo – rise goffamente Brownspan, – tu che ti sei impadronito di tutti i computer del globo! E guarda il risultato: mi si è impallato di nuovo!
Pestò a ripetizione un tasto del suo pc, come a volerlo smontare.
– Siamo qua, tutti e tre – disse GWB, – il lato americano dell’Ordine è tutto fra le mura di questa stanza.
L’avevano notato anche gli altri due.
– Non so cosa passi nella vostra testa, o quali interessi abbiate voi due, io mi ci sono trovato coinvolto poco prima delle elezioni perché alla Temple Foundation girava voce che tutti i Presidenti prima di me ne avessero fatto parte, però ne ho le scatole già piene, e dopo quello che è successo, il mio mandato si è messo terribilmente in salita.
– Ma che cosa pensavi di fare – rise Brownspan, – diventando Presidente, di passare il tuo tempo a gozzovigliare e a giocare a golf?
– Ma perché: tu, ad esempio – protestò il Presidente texano, – che nell’Ordine ci sei da una vita,... quali sono i tuoi scopi?
– Non essere ipocrita, Presidente: ognuno nell’Ordine ha uno scopo apparente, falso, ed uno che non manifesta, vero. Il qui presente Hates è entrato per contribuire allo spirito Rosacroce che sottendeva l’Uomo Nuovo, e questo era lo scopo apparente; il suo vero fine, almeno inizialmente, era però di difendersi dagli attacchi dell’Anti-trust perché, pur essendo l’uomo più ricco del mondo, politicamente era men che zero; ora probabilmente vuole semplicemente “vendere” il SON al grande pubblico, come fa con gli altri suoi software. Tu, Presidente, avevi lo scopo apparente del potere per il tuo Paese, tutti i tuoi predecessori avevano infatti sempre agito attraverso Logge Massoniche, e da molti anni quasi nessun Presidente può fare a meno di far parte di questa, che è la Loggia più potente di tutte; ma il tuo vero scopo, da buon conservatore cristiano e reazionario con le mani in pasta negli armamenti e nel petrolio, erano i super-soldati: gli implantati, gli Uomini Nuovi, la tua lente deformante li ha sempre visti in realtà come i “Nuovi Marines”. Il tuo vero scopo è di passare alla Storia come il vincitore della Terza Guerra Mondiale. Anche se non so se ti rendi conto che forse non ne avrai il tempo.
– E tu, Alien? – chiese beffardo Hates, rizzandosi sulla sua poltrona e aggiustandosi le lenti sul naso. – Sentiamo te!
– Beh, io in principio, durante gli anni della guerra fredda, ho davvero creduto nell’iniziativa di purificazione rosicruciana da parte della Crocespecchio... Ma oggi il mio vero scopo, nemmeno tanto occulto, è di fare in modo che sia sempre la ricchezza del mio Paese a vincere, e che lo stile di vita americano resti più al riparo possibile. L’approccio dell’involontario “potere imperialista americano”, come lo chiami tu, è strumentale alla continuità della “way of life” statunitense: gli USA consumano sempre di più e producono sempre di meno, e le risorse — prima di tutto l’energia — vanno prese all’esterno. Lontano dai “soliti posti”, perché l’Alaska s’è rivelato una delusione e il Golfo del Messico è sempre più costoso; in più, Riyad vive il conto alla rovescia della fine della monarchia Sa’ud e dell’inevitabile avvento dell’integralismo. Quindi, oltre a Canada, Messico, Venezuela e Arabia Saudita, sono assolutamente vitali l’Iraq, il Caspio con le repubbliche dell’ex-URSS come la Georgia e l’Azerbaijan, la “nuova” Libia, il Golfo di Guinea — Nigeria, Gabon e Angola già rappresentano il 15% dell’import USA di greggio —. Tu, Gorgeus, stai gonfiando spropositatamente le scorte strategiche di greggio perché sai che a breve termine, entro i lassi istituzionali tipicamente limitati del Presidenzialismo americano — del resto i tempi della democrazia statunitense non consentono a voi Presidenti strategie a lungo termine: state al potere 4 o 8 anni; gli Americani tendono al provincialismo e all’orticello, anzi al grande prato, di casa propria, perché per loro il mondo è l’America —, è possibile, se non probabile, uno shock petrolifero, dovuto all’opposizione a Chávez in Venezuela, oppure ad un ennesimo attentato terroristico, ora che “il vaso di Pandora” è aperto: in chiave elettorale per il secondo mandato, tu sei quindi pronto a fare “l’uomo della Provvidenza” per il tuo Paese, aprendo le stive della riserva. Il “dopo”, al termine degli eventuali 4 anni supplementari, cioè massimo il 2008, ti riguarda poco o nulla.
GWB non replicò, sebbene la teoria dell’uomo della Provvidenza a breve termine contraddicesse quella appena precedente della Terza Guerra Mondiale. Brownspan era oltre gittata, per lui. Cominciò a desiderare un hamburger, malgrado avesse cenato da poco. Un hamburger gigantesco, rassicurante come un orsetto di peluche.
(pagg. 331-339) Spiritualità, illuminazione e Priorato
– La realtà materiale è piena di oggetti familiari che possiamo vedere, toccare, assaporare e annusare. Quando gli oggetti grandi diventano molto piccoli, riducendosi alle dimensioni di un atomo, non possiamo fare più affidamento sui nostri sensi. A livello teorico, a un certo punto le cose devono smettere di diventare piccole, visto che nessun atomo è più piccolo di quello dell’idrogeno, la prima particella originata dal Big Bang; ma se va al di là dell’atomo, Dompson, vede un’incredibile trasformazione: tutto ciò che è solido scompare.
Cymetral annuì. La dottoressa Jottie Millerstone posò il camice nell’armadietto. Si riassestò la giacca a quadretti marroni su fondo senape, sulla quale dondolava una collana di perle ingiallite dagli anni e dai ricordi. Sotto si intravedeva un’improbabile camicia azzurrina, con un immenso colletto i cui ricami, a livello teorico, non smettevano mai di diventare più piccoli e caotici degli atomi di idrogeno.
– Gli atomi sono composti da una certa quantità di energia vibrante, priva di massa e di forma, non sono solidi e non possono essere percepiti dai sensi. Il termine latino per indicare quantità è “quantum”, la parola usata per poi descrivere un’unità di energia all’interno dell’atomo e, di conseguenza, un nuovo livello di realtà. A livello dei quanti, nessun aspetto del mondo materiale rimane integro: è strano alzare una mano e rendersi conto che si tratta di “vibrazioni invisibili che avvengono nel vuoto”.
La mano destra di Jottie Millerstone galleggiò in aria.
– A livello atomico, tutti gli oggetti che possiamo vedere, toccare, assaporare e annusare sono composti al 99,9999% da spazio vuoto; in proporzione, la distanza tra un elettrone che vortica e il nucleo intorno al quale gira è superiore a quella che separa la Terra dal Sole. E non è possibile imbrigliare e tenere in mano un elettrone, dato che libera vibrazioni di energia che appaiono e scompaiono milioni di volte al secondo: il mondo intero... è un “miraggio quantico” che appare e scompare milioni di volte al secondo. A livello quantico, l’intero universo è una sorta di luce intermittente: non ci sono stelle o galassie ma solo “campi di energia vibrante” che i nostri sensi, troppo lenti, non riescono a percepire. Il nostro cervello ci inganna vedendo oggetti solidi che sono “continui” nel tempo e nello spazio, proprio come ci appare “continuo” un film. Ma un film è fatto di pellicola che scorre, 24 immagini immobili che appaiono alternandosi in un secondo con 24 momenti di buio che corrispondono all’attimo in cui ognuna di queste immagini viene tolta e sostituita con una nuova; ma poiché il nostro cervello non è in grado di percepire 48 movimenti e pause nell’arco di un secondo, si crea l’illusione della continuità. Aumenti, Dompson, all’infinito la velocità di questo film, e otterrà il trucco chiamato “vita quotidiana”. È qui la bellezza drammatica senza risposta, Dompson. Il “silenzio di Dio”.
– E cioè? – chiese lui. Quella sorrise, con una vivida luce negli occhi. Un’emozione lampeggiante.
– Siamo uno show di lampi. Esistiamo come fotoni lampeggianti, con un vuoto nero tra un’apparizione e l’altra. Il nostro corpo, ogni nostro pensiero o desiderio, ogni accadimento... vengono creati in continuazione: la genesi è ora, è fra poco, è sempre stata. CHI c’è, Dompson, dietro a questa creazione infinita? Quale mente o visione è capace di raccogliere e rimettere a posto l’universo in una frazione di secondo?
Andò verso la porta. Si voltò verso Cymetral, che era rimasto seduto sulla comoda poltroncina dello studiolo.
– Venga. Le offro un thè a casa mia.
– Oh, ma non voglio rubarle tempo, dottoressa. Ero venuto per parlare di Sion, siamo finiti a lezione di fisica!
– Ma no!, non mi ruba niente, chiacchierare su certi temi è un piacere, eppoi mi creda, l’argomento è identico. Il Priorato di Sion ha a che fare con la religione, e le religioni sono nate dal bisogno spirituale dell’uomo di avere una risposta.
Cymetral convenne e si alzò per seguirla.
– Il potere della Creazione – continuò lei nell’ascensore dell’ospedale, – qualunque esso sia, è alla base anche dell’Energia, una forza con la capacità di trasformare nubi gassose di polvere sia in stelle che in dna. Quando si arriva oltre qualunque energia, c’è solo il vuoto, un livello pre-quantico che la fisica chiama “virtuale”: la luce che vediamo diventa luce virtuale, lo spazio che percorriamo diventa virtuale e il tempo reale diventa virtuale. Tutte le proprietà svaniscono: la luce non brilla più, lo spazio non copre alcuna distanza e il tempo è... eterno. È il “grembo della creazione”, infinitamente dinamico e vivo, al quale non si possono applicare concetti come vuoto, buio e freddo. Il dominio virtuale è per noi così inconcepibile che solo il linguaggio religioso sembra in grado di sfiorarlo.
– Interessante, ma in tutto quello che mi ha detto finora, che c’entra il Priorato di Sion?
Cymetral poggiò la tazza sul tavolino di cristallo davanti alle proprie ginocchia. La luce del sole penetrava attraverso le pieghe di un pesantissimo tendaggio, e creava un divertente sfarfallìo con la polvere che nessuno sembrava aver tolto via da quella superficie da molto tempo.
Jottie Millerstone aveva arredato la propria casa con i quadri che gli oculisti e i dentisti usano per le sale di attesa. C’era un odore stantìo, come di pane raffermo. Probabilmente la dottoressa non ci viveva dentro granché, impegnata com’era fra sale d’ospedale e aule universitarie.
– La fede, Dompson – disse lei accomodandosi sulla poltrona alla sinistra di Cymetral, – è cieca: la gente riesce a trovare pace dal “silenzio di Dio” solo credendo ad occhi chiusi, senza bisogno di prove. La Fede non è altro che questo, e l’accettazione o meno del “silenzio di Dio” sta nell’avere o meno una “fede cieca”.
Cymetral incrociò le gambe e si distese all’indietro: la minuscola e sveglia Jottie Millerstone dava la sensazione di prepararsi a rivelazioni molto accattivanti.
– Partiamo da molto lontano, Dompson – sorrise, come per saggiarne la volontà di recepire un discorso ad ampio respiro. Cymetral ricambiò il sorriso con un’espressione gentile ed attenta. – Il termine elettricità deriva dal greco “electron”, che sta ad indicare l’ambra: nell’antichità era già nota la caratteristica della gemma di attirare piccoli corpuscoli, dopo essere stata sfregata con un panno di lana. Ci sono ritrovamenti come la “pila di Baghdad”, o oggetti di epoca pre-colombiana rinvenuti nell’America del Sud, che sembrano realizzati grazie all’elettrolisi, e anche alcuni tratti delle antiche mura di Gerusalemme sembrano saldati tra loro con la stessa tecnica. La conoscenza intuitiva delle cose o la “coscienza magica”, che noi abbiamo perso, non solo aveva già portato nell’antichità alla scoperta dell’energia convenzionale, ma probabilmente anche ad una forma di energia a noi moderni ancora sconosciuta. Perché tale forma di energia è, sia per la percezione che per l’utilizzo, strettamente legata alla “consapevolezza”. Voglio dire che, per percepirla, bisogna entrare in quello stato di attenzione comunemente detto “di coscienza intensiva”, che si concretizza, attraverso la meditazione, nel passaggio dalle onde cerebrali alfa a quelle beta. L’energia sconosciuta di cui parlo ha avuto molti nomi e molte rappresentazioni: il fuoco segreto degli alchimisti, la panacea universale dei maghi rinascimentali, le serpi di terra dei sacerdoti caldei, i draghi sotterranei del feng-shui, il mana degli sciamani... Quest’energia “spirituale” si manifesta influendo sui processi che regolano e tengono in vita l’organismo umano: gli Indiani la chiamavano “prana”, i Greci “pneuma”, i Cinesi “qi”. Ci sono stati parecchi tentativi di incanalazione di tale energia; prenda ad esempio la potenza dell’Arca dell’Alleanza e dei miracoli di Mosè, o le modalità con le quali furono sventate le invasioni di Delfi perpetrate dai Celti, o ancora il potere dei Magi della Caldea, che pretendevano di dominare le “serpi” e di poterle scagliare contro gli uomini, incenerendoli. Come sottolinea la tradizione yogi, e, più vicino a noi, un personaggio del calibro di Rudolf Steiner, padre dell’Antroposofia, la stretta connessione tra le energie presenti nel cosmo e quelle nell’uomo è particolarmente forte negli ambiti che le ho citato: diventa una specie di “connessione” dell’uomo con l’universo. L’importanza della connessione con l’universo ci rimanda sia alla tradizione iniziatica degli sciamani sia a quella dei misteri egizi, greci e di tutte le popolazioni della mezzaluna fertile, e che passerà attraverso la magia e le scuole esoteriche, che spesso, purtroppo, ne traviseranno il significato. Comunque, se la guardiamo in questa prospettiva, Dompson, tutta la cosiddetta “Tradizione” cambia aspetto ed assume una chiarezza rivelatrice. Dal punto di vista scientifico, oltre alle prove della trasformazione delle onde alfa in beta, ci sono anche quelle che io chiamo le “coincidenze minerali” dei luoghi misterici. Mi spiego: gli antichi, dopo una lunga preparazione interiore, incanalavano e utilizzavano anche le “correnti energetiche” della madre Terra e le sintonizzavano grazie ai complessi megalitici, dei quali questa è la reale funzione, come spiega il fatto che le pietre usate per erigere tali monumenti non siano state scelte a caso ma siano in gran parte composte di pirite e di quarzo: due materiali che fungono da “magazzino” per l’energia e ne cambiano la frequenza.
Dompson stava in ascolto con molta attenzione. La Millerstone rimuginò un attimo e quindi ripartì.
– Come giudichiamo se certi animali siano progrediti o meno? Ci sono dei criteri proposti dai biologi, per esempio un aumento dei comportamenti di adattabilità, l’aumento del livello di energia, come nel passaggio al sangue caldo da parte di uccelli e mammiferi, lo sviluppo di organi sensoriali più efficienti, un affinamento delle tecniche di elaborazione delle informazioni, l’espansione in nuovi ambienti, una maggior capacità di prendersi cura dei piccoli... Allo stesso modo, ci sono vari criteri per giudicare lo sviluppo dell’essere umano... emotivo, morale, cognitivo o spirituale, oltre a standard secondo cui valutare il progresso delle civiltà, come la cura dei cuccioli d’uomo e dei deboli, l’impulso ai diritti e alle libertà dell’individuo, la giustizia sociale, la prosperità, l’espressione artistica, la protezione della vita animale e dell’ambiente naturale, la libertà di religione. Nella storia umana, nell’età della pietra, più o meno cinquantamila anni fa, i nostri antenati accelerarono improvvisamente lo sviluppo delle loro capacità: affinarono il linguaggio, la fabbricazione di attrezzi, l’arte e l’approccio al mondo degli spiriti. Il contatto con il Trascendente e le pratiche per raggiungerlo fu realizzato per la prima volta dallo Sciamano, che era contemporaneamente uno stregone, un visionario, un maestro di cerimonie, un artista e una guida verso i regni al di là dei sensi. Da lì a poco vennero i Veda: inni e preghiere agli dèi, formule di riti sacrificali, di guarigione e di nutrizione, mitologie dell’antica India, filosofia spirituale e istruzioni di pratica yoga. È la prima “istituzionalizzazione” del contatto con il Trascendente, assolutamente insuperata in sottigliezza e profondità, come è possibile leggere in quell’autentico capolavoro che sono le “Upanishad”, trattati spirituali composti da poeti, mistici e filosofi — non da sacerdoti, Dompson, badi bene —. E parlano di “esperienza diretta”: è solo con l’esperienza diretta, che può essere prodotta dalla concentrazione e dalla meditazione yoga, che possiamo conoscere “l’atman”, il nostro sé essenziale, tutt’uno con il bramino, la realtà trascendente e onnipresente. Non si possono penetrare i misteri più profondi dell’esistenza solo con lo sforzo intellettuale, bensì piuttosto con la visione spirituale, che implica l’esperienza diretta dell’estremo nel suo essere l’eterno “sat”, la conoscenza “chit” e la gioia “ananda”. La parola sanscrita “upanishad” si riferisce all’istruzione spirituale diretta e significa letteralmente “sedersi ai piedi del maestro”. Dal settimo al quarto Secolo avanti Cristo in Grecia, Medio Oriente e Asia si verificò un’altra straordinaria ondata di creatività spirituale. In Cina nacque il “Taoismo”, in India il “Buddismo”, tra gli Ebrei comparvero i più grandi profeti del mondo e ad Atene e in altre città-stato greche la speculazione filosofica effettuò un salto da gigante. Fu una netta svolta etica e spirituale, e si verificò tra i popoli di mezzo mondo. Non era mai successo prima che tante culture progredissero tutte insieme in campo religioso e filosofico: da questa età assiale senza precedenti scaturirono innumerevoli illuminazioni e pratiche che tuttora ci preparano a quello che potrebbe essere un altro balzo evolutivo. Il “Tao Te Ching”, ad esempio. Il significato del Tao non può essere colto a parole: come scrisse il suo autore Lao Tzu, «è il mistero che va oltre tutti i misteri». Il Taoismo insegna che niente nella vita è statico, che tutto è flusso dinamico, e che la pace e il benessere interiori possono aver luogo solo se la persona entra in armonia con questa caratteristica fondamentale dell’esistenza terrena. Più di ogni altra tradizione sacra venuta prima e dopo, il Taoismo ha elaborato una filosofia, un’estetica e una serie di pratiche che favoriscono l’armonia con le strutture naturali e i ritmi umani e della Terra, come il feng shui, letteralmente “vento e acqua”, che aiuta, in architettura e nella pianificazione dei giardini, a trovare un accordo con le linee isometriche e le forze geomantiche della natura. O come il wu wei, il “non fare”, ovvero la fluida resa alla natura umana profonda... Poi venne il Buddha, con le sue quattro “nobili verità” — «ogni vita è segnata dalla sofferenza», «la sofferenza è causata dal desiderio», «la liberazione dalla sofferenza (nirvana, che significa “spegnere” le fiamme del desiderio) può realizzarsi davvero», «la via verso il nirvana si può trovare nel “cammino degli otto sentieri”» —: il Buddismo è un’efficace etica di aiuto a chi si trova nel bisogno. Contemporaneamente, la Democrazia faceva la sua comparsa ad Atene, ed è rimasta da allora la politica ideale per i Paesi di tutto il mondo. La ricchezza generata dall’imprenditorialità nelle “polis” greche e nelle loro colonie favorì lo sviluppo in politica, filosofia, matematica, storia e arti, gettando molte delle fondamenta della Cultura Occidentale. Ci furono figure come Pitagora, che non faceva differenza fra scienza e religione perché comprendere la natura delle cose «è un’attività spirituale»; come Socrate, iniziatore della dianoia, l’indagine dialettica, che sosteneva che una vita che non venga messa in discussione non è degna di essere vissuta, e che da più di duemila anni ispira atti di integrità morale; come Platone, allievo di Socrate: nessun altro filosofo occidentale ha avuto più influenza di lui; nei “Dialoghi” esplorò questioni eterne sull’identità e la conoscenza e propose regole pratiche per il buon vivere, l’attività sociale, l’istruzione; elaborò la Teoria delle Forme, secondo la quale esistono idee eterne alle quali le cose terrene corrispondono in modo imperfetto; altro suo tema ricorrente è che grazie all’indagine dialettica, la pratica della virtù e della contemplazione, o percezione diretta, noesi, del vero, del buono e del bello, l’anima può trovare la saggezza e la vita eterna... Disse anche che apprendiamo soprattutto con l’anamnesi, ricordi di cose conosciute prima di venire alla luce in questo mondo... Figure come Aristotele, il più grande allievo, ma anche critico, di Platone, che creò una logica formale che fu cruciale per lo sviluppo del pensiero occidentale; classificò piante ed animali con tale esattezza da istituire le regole di tutta la biologia successiva; con la sua “Poetica” inventò la critica letteraria; i suoi scritti sull’etica sono tuttora insuperati; la sua insistenza sull’osservazione delle creature viventi e del mondo inorganico contribuirono ad originare il metodo scientifico quale viene praticato oggi. Aristotele e Platone avevano in comune la convinzione che l’introspezione e la virtù fossero le basi della saggezza e della soddisfazione umana. Capisce quale pensiero si stesse formando nel genere umano, Dompson? Buddha, Pitagora, la “spa” della filosofia — Socrate-Platone-Aristotele — e gli altri mostrarono al mondo come integrare comprensione sociale, speculazione filosofica, pratica della virtù e illuminazione mistica in un’unica visione che abbracciasse la natura umana e il cosmo. Ma in quello stesso periodo ci fu un altro fondamentale fiorire: i Profeti Ebraici. L’Ebraismo si ergeva a difesa della giustizia nelle faccende umane; con la sua pressante ricerca di significato in ogni direzione, gettò le basi della Coscienza Sociale, divenuta poi peculiare della Civiltà Occidentale. I grandi profeti ebraici capirono che, se si voleva convivere tutti insieme in pace, era necessario soddisfare precisi valori etici: in un momento storico in cui la ragione era sempre dalla parte del più forte, quel plotoncino di uomini pieni di passione dichiarava con coraggio che i criteri di comportamento dovevano essere la giustizia e la rettitudine per tutti, nessuno escluso, ricco povero sano o malato. La loro testimonianza portò all’umanità la potente visione di “un unico Dio personale”, peraltro attivamente coinvolto nel mondo. Le loro illuminazioni, trascritte nel Vecchio Testamento, prepararono il terreno affinché la religione diventasse, nel bene e nel male, una forza politica. Per Isaia, Michea, Geremia, Amos ed Elia siamo chiamati da Geova a resistere all’ingiustizia e a prenderci cura di coloro che si trovano nel bisogno. Malgrado le distorsioni dei fanatici, questa visione è stata divulgata intatta, per secoli, dall’Ebraismo e dalle due religioni monoteiste che ne sono derivate: il Cristianesimo e l’Islam.
Cymetral alzò le sopracciglia agli ultimi due termini. Jottie sorseggiò il suo delizioso thè e quindi lo posò sul tavolino di cristallo. La polvere spostata dal movimento volteggiò intorno al piattino, sfavillando contro i riflessi del sole che si liberava dai drappi del tendaggio a gomitate di luce giallo oro. Forse era finalmente il momento del “Priorato”?
– I tempi erano a quel punto maturi per il “figlio di Dio in Terra” – disse prosaicamente la dottoressa. – La figura di Gesù “il Cristo” è forse la più importante apparizione nella storia dell’umanità. Il suo è stato il più rivoluzionario messaggio che l’essere umano abbia mai conosciuto. Ma, in quanto tale, anche quello più contrastato.
La Millerstone si alzò ed andò alla grande libreria in noce incassata nella parete in fondo al soggiorno. Le sue mani sicure concupirono un libricino scuro. Tornò sfogliandolo. Sembrava un quaderno d’appunti vecchio di cinquant’anni. Il taglio era dipinto di rosso, come si usava a metà Novecento.
– Adesso, Dompson – disse con aria sorniona, tornando a sedere, – le porrò una serie di domande.
– “Domande”, signorina Millerstone?
– Sono domande accademiche, insidiose e accattivanti, domande che hanno ispirato la più grande storia occulta degli ultimi due millenni. Domande su fatti storici, conosciuti e misconosciuti, su miti e leggende occidentali e mediorientali, domande anche blasfeme che hanno addirittura forse provocato l’Olocausto, fornendo una base teorica a certi convincimenti...
Cymetral guardò le pagine di quel libricino tagliare l’aria intorno alle mani ossute di Jottie Millerstone. «Se proprio vuoi andare in fondo a questa storia» gli aveva detto Bulvina Tanzor dieci giorni prima a San José, «ti indirizzo alla persona più informata di questa Terra».
– Non mi tenga sulle spine – la pregò Cymetral, che non ne poteva più di ascoltare provocazioni che non andavano mai al dunque, da Wilson Fibula’r fino a Bulvina Tanzor.
Jottie Millerstone gustò dell’altro thè soffermandosi con deliziati sorrisetti su alcune pagine.
– Domande che mi hanno assillato per anni, per decenni... Le porrò quelle stesse domande, se permette, Dompson: e non pretendo da lei alcuna risposta. Vorrei solo godermi le sue espressioni.
– Beh, se è solo questo, faccia pure.
– Dunque... Che cosa cercavano i nazisti scavando a Rennes-le-Château? Perché Wagner, prima di comporre il “Parsifal”, s’era recato lì? Dove sono diretti i 3 carri di paglia che sfuggono ai siniscalchi di Filippo il Bello nel 1307? Perché ci sono ben 18 navi dei Templari in attesa al porto di La Rochelle? I carri in realtà si sono invece diretti ai sotterranei di Gisors, il castello sotto al quale il contadino Lhomoy nel 1945 trova una cripta sotterranea contenente 13 statue (Gesù e gli Apostoli?), 19 sarcofagi di pietra e 30 cofani di metallo? L’abate Saunière, curato di Rennes-le-Château, era diventato ricchissimo ricattando il Vaticano? Il suo fantomatico “tesoro” era la prova inconfutabile che Gesù non era morto sulla croce?
A quell’ultima “domanda”, le antenne di Cymetral ebbero un fremito. Come quelle di un astronomo che capta il bip di qualche extraterrestre appollaiato nelle profondità del cosmo.
(pagg. 264-266) Echelon
A quel punto, Almon Runeystijr aveva esaurito l’ultima oncia di sopportazione.
– Voglio la risposta entro dodici ore, Crayal!
– Uuuhhhh...! Hahr-hahr! Hahr-hahr-hahr-hahr!
– Mi stia a sentire, bestiola intorpidita dal troppo caldo! Lei non ha la più pallida idea di cosa stiamo parlando... Posso farla saltare via da quella poltrona in quattro e quattr’otto!
Limerick Crayal ebbe un’altra pausa. E una marea di dubbi lo assalì, facendogli passare in secondo piano il fresco della birra gelata. Ripartì con tono dimesso.
– Mi scusi, signore. Facciamo una vita durissima, quaggiù. Io sono di Venice, California: può immaginare come mi senta, in quest’angolo dell’inferno...
– Mi serve quel rapporto al più presto – lo incalzò Runeystijr, ch’era un maestro nell’usare la voce per incutere rispetto.
– Ma lo sa – si schermì l’altro, – cosa passiamo qua, dopo l’11 settembre? Ci hanno tacciati di inefficienza! Ma noi ci limitiamo a raccogliere le info, che colpa ne abbiamo, se le varie intelligence non hanno abbastanza personale per setacciarle tutte? I computer posti in ogni stazione del sistema Echelon cercano tra i milioni di messaggi intercettati quelli contenenti le keywords precedentemente inserite. Queste parole chiave includono tutti i nomi, le località, i soggetti, etcetera, che potrebbero essere contenuti nei messaggi interessanti. Ogni parola di ogni messaggio intercettato viene scansionata automaticamente sia che il telefono, la email o il fax siano nella lista di quelli “da controllare”, ma anche nel caso provengano da qualsiasi altra utenza o natura del messaggio. Le migliaia di messaggi simultanei vengono letti “in tempo reale” come giungono alle stazioni, ora dopo ora, giorno dopo giorno, e i computer riescono a trovare l’ago scelto dalle intelligence nel pagliaio delle telecomunicazioni. I computer nelle stazioni in giro per il mondo sono chiamati, all’interno del network, i “Dizionari”. Computer che possono cercare attraverso il flusso delle comunicazioni per mezzo di keywords esistevano almeno dal 1970, ma il sistema Echelon è stato progettato dalla Nsa per interconnettere tutti questi computer e permettere alle diverse stazioni di funzionare come componenti di un sistema integrato. La Nsa e la Gcsb sono entrambe legate alle cinque nazioni firmatarie dell’Ukusa Strategy Agreement, un patto di collaborazione nella raccolta di “Signal Intelligence” stretto nel 1948, la cui stessa esistenza non è mai stata ufficialmente confermata dai suoi cinque aderenti. Gli altri tre partner hanno tutti egualmente nomi abbastanza oscuri come il Government Communications Headquarters, Gchq, in Gran Bretagna, la Communications Security Establishment, Cse, in Canada, ed il Defense Signals Directorate, Dsd, in Australia. L’alleanza nacque dallo sforzo cooperativo per intercettare trasmissioni radio durante la Seconda Guerra Mondiale, formalizzata nel 1948 nell’accordo Ukusa che era orientato essenzialmente contro l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Le cinque agenzie firmatarie del patto Ukusa sono oggi le agenzie più grandi nei loro Paesi. Con la maggior parte delle comunicazioni di affari e non che viaggiano attraverso fax, email e telefonate, è chiaro che le maggiori risorse vengano riservate a queste agenzie. Per decine di anni prima dell’introduzione del sistema Echelon, le agenzie dell’alleanza Ukusa lavoravano comunque l’una per l’altra, ma ognuna era solita intercettare ed analizzare i messaggi nelle proprie stazioni. Con Echelon, i computer detti “Dizionari” contengono non solo le keywords immesse dalla propria agenzia, ma anche quelle immesse dalle altre quattro agenzie. In Nuova Zelanda, nella nostra stazione di intercettazione satellitare di Waihopai, per esempio, il computer ha differenti liste di ricerca per Nsa, Gchq, Dsd e Cse in aggiunta alle proprie. Laddove il dizionario incontra un messaggio contenente una delle keywords immesse dalle agenzie, lo prende e lo spedisce automaticamente al quartier generale dell’agenzia competente. Nessuno in Nuova Zelanda conosce le informazioni raccolte dalle stazioni in Nuova Zelanda per le agenzie alleate. Così le stazioni degli alleati minori della alleanza Ukusa funzionano per la Nsa come se fossero proprie basi fuori dal territorio USA. Il primo componente del network Echelon è costituito da stazioni specificatamente orientate sui satelliti di comunicazioni internazionale Intelsat usati dalle compagnie dei telefoni di molti Paesi. Un anello formato da questi satelliti è posizionato in orbita stazionaria intorno al mondo, all’altezza dell’equatore... Ognuno di questi satelliti serve come trasmettitore per decine di migliaia di chiamate telefoniche simultanee, fax ed email. Cinque stazioni Ukusa sono state attrezzate per intercettare le comunicazioni trasmesse dai satelliti Intelsat. Nessuno di noi è responsabile dell’analisi dei contenuti.
– Ma perché mi sta dicendo tutte queste vacuità, Crayal?
L’altro sembrava prossimo a singhiozzare.
– Io sono qua da due anni, signore. Mi manca il surf, mi mancano le comodità di casa mia. Sono solo un soldato, signore.
I quaranta gradi della notte australe dovevano avergli dato alla testa peggio che il bagno turco al loquace Flat.
– Prima che a Waihopai, sono stato alla stazione britannica del Gchq, che si trova in cima alle alte scogliere sul mare a Morwenstow, in Cornovaglia. Le antenne paraboliche, accanto agli edifici di calcolo, puntano i satelliti Intelsat sull’Atlantico, l’Europa e, inclinando le antenne verso l’orizzonte, anche sull’Oceano Indiano. Una stazione della Nsa a Sugar Grove, posizionata a 250 kilometri a sud-ovest di Washington D.C., nelle montagne della Virginia occidentale, copre le trasmissioni Atlantiche degli Intelsat verso Nord e Sud America. Un’altra stazione sta a 200 kilometri a sud ovest di Seattle, all’interno di una base militare, Yakima Firing Center. Le sue parabole satellitari sono puntate sugli Intelsats del Pacifico verso Est. Ciò che non viene intercettato a Yakima arriva in Nuova Zelanda ed in Australia. La nostra posizione nel Sud del Pacifico garantisce la copertura globale delle intercettazioni: la Nuova Zelanda con la stazione di Waihopai e l’Australia con quella di Geraldton nell’Australia Occidentale, che punta sugli Intelsats dell’Oceano Pacifico e su quelli sull’Oceano Indiano. Ognuna delle cinque stazioni dove sono i “Dizionari” possiede un nome in codice che la distingue dalle altre della rete. Ad esempio la stazione di Yakima, posizionata in un paese deserto tra le Saddle Mountains e le Rattlesnake Hills, ha il nome in codice di Cowboy Dictionary, mentre la nostra stazione di Waihopai ha quello di Flintlock Dictionary. Questi nomi in codice sono registrati all’inizio di ogni messaggio intercettato prima che sia distribuito attraverso il network di Echelon, e permette così all’analizzatore di individuare subito quale stazione ha effettuato l’intercettazione. Il personale dei servizi neozelandesi è stato strettamente collegato al lavoro della base della Nsa di Yakima fin dal 1981, quando la Nsa spinse il Gcsb a contribuire ad un progetto che aveva come obiettivo il sistema di comunicazione delle rappresentanze diplomatiche giapponesi. Fin da allora, tutte le cinque agenzie dell’accordo Ukusa sono state responsabili del monitoraggio delle comunicazioni diplomatiche giapponesi dalle loro basi sparse per il mondo.
(pagg. 502-515) La truffa dell'11 settembre
Era stato un gran bel viaggio, ma cominciava a sentirne il peso.
L’atollo era già visibile, e si intravedevano le forme chiare dell’ex-resort turistico nel quale alloggiavano Bulvina e gli altri.
Restzchnyk osservava le grandi casse di legno cariche di frutta, verdura, riso, scatolame vario e altro bendidìo. C’erano anche tre immensi contenitori chiusi, sistemati a ridosso della poppa.
– Ogni quanto tempo fate provviste? – chiese Dompson.
Restzchnyk non disse nulla. Continuò ad osservare le casse e a rimuginare qualcosa. Era un tipo sui trentacinque, silenzioso e compassato. Poortnoy Pyttra era appena ridisceso dalla cabina di pilotaggio.
– Ogni mese – rispose al suo posto. – Non abbiamo grandi necessità. C’è un sistema di filtraggio per avere sempre acqua potabile, e quando serve si può uscire a pesca. È un peccato che l’isola sia artificiale, sabbia e cemento portati dai militari malesi a riempire il corallo morto del reef: non ci si può coltivare nulla. Ma pian piano stiamo portando della vera terra... – indicò i contenitori a poppa – e fra un po’ potremo piantare banani e palme da cocco.
Cymetral storse il naso.
– Vuoi dire fra qualche decennio.
– No, no, uno o due anni al massimo – disse l’altro.
– Ne dubito, ma convinto tu...
Si voltò a guardare l’atollo. Adesso era possibile riconoscere la lingua d’asfalto della pista d’atterraggio.
– Perché usate questo catorcio di nave e non un aereo?
– A parte il fatto che “questo catorcio” ha fatto gloriosamente una cinquantina di abbordaggi di Greenpeace – protestò fieramente Poortnoy, – chi ce lo dà, un aereo? Guarda che il Movimento va avanti con l’auto-finanziamento volontario.
– E con qualche aiutino degli “amici di San José” di Bulvina – rise l’inglese, – oltre, scommetto, a qualche altra entrata di straforo tipo da Emergency o dal Wwf...
– Sei bastardo dentro, o sbaglio? – disse l’altro, punto sul vivo.
Dompson decise di tenere a bada il proprio perpetuo cinismo e guardò ancora fuori bordo, verso il mare profondamente blu e verso l’atollo artificiale di Layang-Layang. Adesso si poteva scorgere nitidamente anche un grande paraboloide nero sul tetto del resort.
– Siete abbonati alla tv satellitare?
– Cominci a starmi sullo stomaco, inglese – gli disse Poortnoy.
– E perché? Che ci sarebbe di male? – si schermì Cymetral.
Restzchnyk si avvicinò e ruppe il suo voto del silenzio.
– Quando saremo sbarcati – parlò, – ti farò vedere il nostro palinsesto, straniero. Però prima devi darci una mano con le casse.
– “Straniero” io? In che senso? Tu sei polacco, il tuo collega qui è olandese o qualcosa del genere, Bulvina è afro-caraibica...
– È nel senso di appartenenza – rise Poortnoy. – Ma devi darci una mano a scaricare, anche perché io devo ripartire subito.
– Va bene, se non sono troppo pesanti, non c’è problema. È un modo per pagare il biglietto di questo cazzarola di viaggio. Comunque, guarda, non hai bisogno di spiegarmi niente, sulla parabola.
– Ah, sì? – fece Restzchnyk.
– No, amico, cioè, non ci vuole un mago: è da quella cosa lì che fate partire tutti gli ordini di far casino in giro per i G8... Avete un semplice impianto per collegarvi a Internet via satellite.
Restzchnyk e Poortnoy Pyttra si guardarono fra loro ridendo.
– Ci dà una mano – disse soddisfatto il secondo.
La “casa dei No Global” era molto semplice.
Quanto di più spartano potesse essere immaginato. Ma comodo. Cymetral Dompson rifiutò un chilum di ottima erba afghana offertogli da Gayle Leroux. Che se lo fumò da sola, desiderando un durissimo linga da poter succhiare nei successivi 5 minuti.
Sembrava una di quelle adolescenti che portano magliette attillate sui corpi sottili e hanno lo sguardo sfacciato di chi crede di meritare ogni trionfo, discendente diretta di quella Brigitte Bardot che nel 1950 aveva tolto alla Femminilità™ tutta la tradizionale pesantezza e l’ineluttabile cammino sugli angusti sentieri della virtù e dell’ubbidienza, affidandole il compito di far impazzire gli uomini dominandoli.
Il cielo sopra il Mar Cinese Meridionale era toccante come poche altre cose l’inglese avesse mai visto. Le nuvole assumevano una stranissima foggia setosa gravida di pioggia, irrintracciabile altrove.
– Questi arabi... Brutto momento per il mondo, eh? – ruppe il ghiaccio Cymetral, tentando di diventarle simpatico. Lasciò cadere il proprio bagaglio su un tappeto di corda e si accomodò.
Quella fumò strafottente e replicò con ieratico distacco.
– Guarda, amico... pffhh, bin Laden dice agli Arabi una cosa semplice: «gli occidentali mangiano 3 volte in 1 giorno, voi quando va bene 1 volta in 3 giorni. È ora di finirla!»... Il problema è che non è il santo che vuole far credere: è stato “creato” dagli Americani, amava la bella vita... Eppoi è tutta ipocrisia, sai? Sei mai stato a Beirut o a Damasco o a Gaza o a Gedda? Fuori di casa le donne portano i veli e gli uomini non possono neanche rivolgere loro la parola... Ma se entri nelle loro case, le vedi andare in giro seminude, mettersi i rossetti e indossare i perizomi che comprano di nascosto nei bazar...
Dompson rimase interdetto.
L’hutu che aveva conosciuto a San José gli si parò di fronte e gli sorrise. Quanti anni aveva? 30? 50? 60?
– Questi arabi... Brutto momento per il mondo, eh? – ripeté il reporter. Innescando un inatteso e ben diverso monologo.
– Caro amico – attaccò il nero, con Bulvina lontana, – la causa di fondo del terrorismo islamico, che minaccia le concezioni economiche e sociali sulle quali si regge l’Occidente, e non specifici Paesi, è nel senso di vergogna che gli arabi di credo musulmano provano per la loro situazione sociale. Individuata la causa, gli sforzi americani e occidentali però non si dirigono verso le società “appropriate”: i dirottatori dell’11 settembre e i vari kamikaze provengono dall’Europa, non dall’Iraq o dalla Siria o dal Sudan! Il processo che sottende la formazione del Jihad è simile alle radici del Comunismo di fine Ottocento: quando le persone vengono estirpate dalle loro tradizioni e dalle loro culture, si trovano giocoforza a dover ricostruire un’identità e a trovare un nuovo significato alla loro vita; le comunità islamiche d’Europa non sono né integrate nel Paese d’emigrazione né radicate nel Paese d’origine: si trovano in una sorta di limbo “psico-sociologico” affine alle popolazioni rurali del xix Secolo che si alienarono inurbandosi nelle metropoli del boom industriale occidentale e che crearono dal nulla l’appartenenza ad una immaginaria “comunità proletaria” mondiale dalla quale attingere un senso.
La punteggiatura della sua dialettica doveva essere costosissima, e perciò la usava con estrema parsimonia.
Gayle Leroux si fumò anche i capelli, con silenzioso disincanto.
– Gli attuali immigrati islamici – continuò Nouad’Dib – stanno allo stesso modo creando una immaginaria umma che, sotto un ombrello morale non più ideologico ma religioso, lotta per il loro onore e per la loro dignità. E sono disposti ad ogni atrocità pur di raggiungere il loro obiettivo utopistico.
Cymetral Dompson cercò con gli occhi la corpulenta essenza di Bulvina Tanzor. Senza trovarla.
Aveva viaggiato per giorni, prima di giungere a Layang-Layang. Gli era sembrato di arrivare ai Confini del Mondo Conosciuto. Gayle Leroux mandò giù enormi dosi di hashish talebano e si accarezzò il sesso sdraiata su un divano di tessuti peruviani variopinti. Il redattore dell’Associated Press sentì il proprio glande gonfiarsi e innalzarsi verso il buco nell’ozono. Eppure, pensò, si trattava di semplici liquidi ormonali, che con ogni probabilità sarebbero finiti in un cesso di lì a poco. Eppure, eppure. Gayle, sotto il caschetto biondo, aveva un dimmelo-tu-che-cosa di metabolicamente diabolico.
Ci pensò Nouad’Dib, a smorzare gli effetti dell’erezione.
– America del Nord ed Europa Occidentale – disse il nero, con prosa priva di poesia, – con il 18% della popolazione, detengono il 50% della ricchezza mondiale. Perfino una mucca europea, che riceve dalla Comunità Europea 5 dollari al giorno di sovvenzioni, è più ricca della metà degli abitanti dei Paesi poveri, che campa con 2 dollari al giorno. Le rimesse degli emigranti verso le famiglie costituiscono la metà del pil dei Paesi poveri; gli aiuti del mondo Occidentale ai Paesi poveri sono di 50 miliardi di dollari, mentre gli aiuti all’agricoltura negli Stati Uniti e nell’Europa sono 7 volte di più, 350 miliardi. Il gap economico fra Paesi “ricchi” e “poveri” si è generato con la Rivoluzione Industriale del xix Secolo, che ha impresso un’accelerazione formidabile alle economie Occidentali. E gli aiuti internazionali si traducono in un rafforzamento della spinta migratoria: è dimostrato che è sufficiente che il potenziale emigrante abbia un reddito appena superiore alla povertà assoluta ed un tasso di scolarità non troppo bassa (i più malmessi e ignoranti non hanno neanche la speranza di tentare), per innescare il flusso, e che il flusso stesso si interrompe appena il pil del Paese raggiunge la media mondiale; ed è una circostanza che si somma al fatto che una discreta parte dei soldi degli aiuti finisce nelle tasche di organizzazioni che poi cercano di portare flotte di emigranti nel mondo ricco. La morale, quindi, è che il minimo aumento di possibilità diventa immediatamente un innesco per l’emigrazione di massa.
– Oh, afferro – disse Cymetral, sempre osservando Gayle. Ma i suoi pensieri erano altri: «chi t’ha chiesto niente, amico nero?»
– Il traffico di emigranti – disse ancora l’hutu, accompagnando le proprie parole con parabole gestuali che scolpivano figure futuriste nell’aria afosa – è gestito da mafie che lo tengono distinto da quelli di sigarette, droga e prostituzione: lungo i percorsi del contrabbando, il rischio di “perdita del carico” è molto alto e la considerazione della vita umana è molto bassa — in caso di difficoltà, i trafficanti non ci pensano due volte ad eliminare un disperato, il cui peso in “carne” non vale neanche un millesimo dell’equivalente peso in “tabacco” o “stupefacenti” —, per cui i terroristi islamici vengono introdotti attraverso altri canali.
Ma che diavolo stava ascoltando, lì?, nel pied-a-terre dei No Global di Bulvina Tanzor? Dopo 60 ore di viaggio? «Dàtemi qualcosa del nuovo Priorato di Sion» pensò Cymetral fiaccamente.
Fu immaginando la yoni bollente di Gayle Leroux, sballata di hashish afghano, che riebbe cognizione di sé e fu in grado di notare l’ingresso della grassona fissata con i Rosacroce.
– Mio caro Dompson! – disse quella, entrando nella “sala dei cuscini”, – e così hai trovato un implantato? La nostra conferma?
Il giornalista era troppo stanco per affermare qualunque cosa. Ma era quasi felice di vederla. Aveva perlomeno interrotto l’hutu.
– Quel messaggio criptato – disse debolmente, – che fa cenno a qualcuno nell’estremo sud d’Italia, Bulvina... Tutta quella tua dannata storia sui “monaci di Orval”...
Bulvina Tanzor occupò tutto l’orizzonte del reporter inglese con i suoi 120 kilogrammi coperti da un ammasso di seta verde smeraldo.
– Oh, Dompson – gli disse chinandosi verso di lui, che nel frattempo tentava di assumere una posizione sveglia su un ripiano di cuscini. – Ragazzo, tu sei qui perché la nostra “missione” ti appare come una via di fuga...
Cymetral guardò la grassona nera dritta negli occhi.
– Hai trovato il primo implantato, e forse qualcosa di più importante, inglès. Ma la domanda ora è: «che te ne fai?».
Gayle Leroux continuò a toccarsi il Sacro Meridione.
Cymetral non poteva ricevere nulla di diverso da un invito al proselitismo. Ma in effetti non chiedeva altro che di essere contagiato.
– Che sei venuto a fare, qui, Dompson? – chiese accademicamente Nouad’Dib. E riunì le dita di una mano sotto il naso.
– Voglio capire – rispose l’inglese, stremato. Non ricordava più quanti treni spompati, corriere sgangherate e battelli ebbri avesse preso. Bulvina e l’hutu si guardarono negli occhi e sorrisero. Quindi l’elegante africano andò a sedere accanto a Dompson.
– Vuoi “capire”, inglese? – fece. – Ti accontento, amico mio... Cos’è che vuoi sapere? Vuoi sapere perché la tua Europa è seduta su una polveriera? Perché l’Islam europeo è così addentro ai problemi del vostro Occidente? Vuoi sapere perché è in atto lo “scontro di civiltà” preconizzato da quel fascista di Samuel Huntington?
Cymetral non sapeva chi fosse Samuel Huntington, ma non se ne vergognò: troppa gente, nel mondo, dava alle stampe un manuale su una cosa qualunque, si beccava il quarto d’ora di popolarità di Andy Warhol e poi spariva. Ma fece cenno di sì con il capo. Nouad’Dib guardò Bulvina, che sorrise. Gayle Leroux, dannata figliola, era prossima all’orgasmo, proprio là di fronte a lui.
– Beh, Dompson – disse l’hutu, – prova ad immedesimarti. I modestissimi risparmi che un emigrante islamico riesce ad accumulare e a mandare a casa creano, agli occhi della famiglia e dei compatrioti, un’immagine di persona che ha avuto successo all’estero, e la cosa gli frutta, al ritorno in patria, rispetto sociale. Ma il terrore di poter rimanere bloccato nel Paese d’esilio — o di non poterci tornare una volta uscito per andare a trovare la famiglia —, per via delle restrizioni xenofobe dilaganti, spesso lo porta a considerare una cosa per lui normalmente impensabile: farsi raggiungere dai familiari in una società dove trionfano volgarità, paganesimo, devianza sessuale, decadenza consumistica. Trasferimento penosissimo sia per i costi morali e materiali, sia perché la famiglia scopre la cruda realtà: il vantato “successo all’estero” del capofamiglia è in realtà una situazione misera fatta di squallidi stanzoni periferici e precarietà. Senza la consolazione della dignità. In più, con l’arrivo di altre bocche da sfamare, lo status subisce un immediato peggioramento, i figli conoscono la contaminazione dei costumi, e ogni ritorno in patria è precluso per sempre perché moglie e figlie femmine scoprono privilegi mai sognati, diventando il più feroce ostacolo al rientro.
Dompson tentò di concentrarsi. I discorsi di quell’africano avevano sempre la densità dell’uranio: non sprecava mai un termine e il suo arrosto era sempre saporito e senza fumo, sebbene il livello di autocompiacimento fosse fin troppo elevato e i suoi argomenti fossero capaci di autoinnescarsi dal nulla come gli incendi di bosco.
– Le stupide urla dei populisti contro l’immigrazione – continuò convinto l’hutu – non fanno altro che accelerare questo processo di ricongiungimento forzato, provocando spostamenti di massa peggiori, anche se l’immigrato maschio e adulto non è in alcun modo preparato ad accogliere moglie e figli — e genitori e zii e cugini — in condizioni decenti. C’è poi da stupirsi, se, dopo un trasferimento così precipitoso e improvvisato, la famiglia intera venga scaraventata a vivere nel più squallido degrado periferico in mezzo ad ogni sorta di emarginati e delinquenti e se, in assenza di un bagaglio culturale che permetta loro di resistere al contagio, figli e figlie finiscano per “spacciare” o per “battere”?
Di cosa stava parlando, delle banlieues parigine?
– In fabbrica l’immigrato islamico può tagliare, cucire, pestare, faticare come un non-islamico, ma fuori dal lavoro deve mangiare cibo halal, deve resistere alla tentazione di bere alcool e altre bevande di cui non è avvezzo a reggere gli effetti, deve evitare discorsi politici, deve avere rapporti sociali con persone dell’altro sesso secondo regole infinitamente più libere delle sue, con quella donna occidentale che ha già vinto la battaglia dei diritti laddove quella islamica non è ancora neanche uscita dal velo. L’impatto con le libertà occidentali è molto duro, ed al tempo stesso estremamente tentatore: solo se si è stancato abbastanza sul lavoro, l’immigrato può riuscire ad evitare complicazioni, dormendo come un sasso fino al turno successivo. Ma se dietro ad ogni paio di braccia ci sono anche una donna e dei figli, allora i problemi diventano esponenziali e finiscono per interferire anche con il suo lavoro: come può concentrarsi su ciò che fa, se là fuori le donne della sua famiglia sono esposte alla corruzione ed alle immoralità sessuali occidentali e se i suoi figli perdono i valori del rispetto per i genitori e per gli anziani?
Cymetral si rizzò sull’orizzonte dei cuscini. Gayle Leroux era venuta con un sospiro, e nessuno là dentro, tranne lui, le badava. Che spreco terribile — e l’inglese non s’era neanche stancato a sufficienza sul lavoro.
– Di indole pudica e timida – continuò Nouad’Dib, – nelle città occidentali l’immigrato islamico è smarrito, a disagio, imbarazzato dalla presenza e dalla libertà femminile. E finisce per temere gli occidentali e la loro società.
E chi glielo aveva detto, all’islamico, di trasferirsi in mezzo alle donne liberate? E poi come si sarebbe comportato un islamico di fronte agli orgasmi solitari di una liberata Gayle Leroux? Bulvina si spostò più d’appresso a Nouad’Dib. Entrambi osservavano l’inglese con un misto di pietà e di rancore represso, e quello esprimeva identici sentimenti verso la Leroux.
– I cosiddetti integralisti islamici – disse il donnone, – non sono altro che i “conservatori” di una società per molti versi ancora primitiva, e con il loro bigottismo reazionario non vogliono altro che le stesse cose delle destre xenofobe: il Rispetto della Tradizione e la Separazione delle Culture. Il radicalismo, fra l’altro, non è neanche “frutto naturale” dell’albero islamico: la crisi della cultura dei Paesi islamici di fronte al dinamismo occidentale ha provocato un riavvicinamento ed una progressiva chiusura a riccio intorno alla tradizione, innescata da Ruhollah Khomeini nel 1979; la crescita demografica esponenziale ha provocato l’inurbamento di massa creando una nuova “classe sottoproletaria” senza prospettive e facilmente manovrabile; i regimi terzomondisti post-coloniali non hanno rappresentato altro che mostruosità burocratico-clientelari con alto tasso di corruzione e decadenza.
Cymetral scrollò il capo. Era d’accordo, sebbene allo stremo. Un vero peccato non esser preparato a ricevere quella interessantissima indigestione. Avrebbero dovuto dargli il tempo di riposare e di superare il jet lag. Magari in compagnia di Gayle Leroux.
– Le associazioni religiose ripiegano retoricamente alla ricerca di false identità – riprese Nouad’Dib, – dibattendosi sulle interpretazioni del Corano, e sprofondano senza accorgersene, insieme al loro uditorio, nell’ossessione autistica di chi si sente assediato, dando fuoco alle polveri dell’apologia reazionaria “dell’esclusione” — musulmana e non.
Bulvina emise un sorriso di sintonia all’indirizzo del suo socio.
– La scuola dei Paesi occidentali – disse ancora quello, – che dovrebbe educare all’uguaglianza degli esseri umani, alimenta invece fantasmi e paure senza fornire vere risposte, non si schiera e non combatte per la giustizia sociale, dà spazio al razzismo. Dappertutto, in Europa, ci sono classi scolastiche che sono veri e propri ghetti, dove i 4/5 degli studenti di una stessa condizione sociale, culturale e religiosa sono “rinchiusi” in affidamento ad insegnanti di primo pelo, che non sanno neanche da dove cominciare. L’istituzione scolastica si è arroccata su un solido nulla come Isabella di Castiglia, che fece voto di non lavarsi finché Grenada non fosse stata ripresa dalle mani dei moriscos — solo che la città resistette all’assedio per 5 lunghi anni, e invece gli odiati musulmani, per dovere religioso, facevano allora e fanno ancora 5 abluzioni al giorno —... Prendi Israele, inglese: il professor Daniel Bar-Tal dell’Università di Tel Aviv ha analizzato 124 libri di testo per le scuole elementari, medie e superiori d’Israele. Fino a tutti gli anni Ottanta si tendeva ad esaltare le glorie dell’antico Israele “riscoperto” perché «risorto grazie al movimento sionista». Nei libri di testo di tutto quel periodo gli Arabi venivano descritti come “inferiori”, “fatalisti”, “improduttivi”, “apatici”, “tribali”, “vendicativi”, “assassini”, “disonesti”, “criminali”. I libri di testo contemporanei usano meno questa terminologia ma dànno per scontato che non esista alcuna “identità palestinese”, né antica né moderna. I libri di testo per gli arabo-israeliani, che sono un quinto della popolazione d’Israele, sono sì in lingua araba ma vengono scritti e pubblicati dal Ministero dell’Istruzione d’Israele. Tra i dipendenti del dicastero solo l’1% sono arabi e nessuno di livello medio o superiore. Non ci sono università per gli Arabi. “An Ugly Face in the Mirror”, dello scrittore israeliano Adir Cohen, è uno studio sulla percezione che i giovani arabi israeliani, quelli ebrei israeliani e quelli palestinesi hanno gli uni degli altri. Il 75% degli studenti ebrei descrive gli Arabi come, nell’ordine, “assassini”, “criminali”, “terroristi”, “rapitori di bambini”, “parassiti” e “inferiori” sotto ogni aspetto. «Non esiste un popolo palestinese, non è come se noi fossimo venuti qui a cacciarli e a impossessarci del loro Paese. I Palestinesi non esistono». Parole del premier Golda Meir in un’intervista al Sunday Times del 15 giugno 1969. Il 15 ottobre 1971, ai giornalisti di Le Monde, la stessa Golda Meir dichiarava: «Israele esiste come la realizzazione di una promessa fatta da Dio, sarebbe ridicolo chiedergli conto della sua legittimità».
Anche costui era un fissato delle date: un’intervista andava memorizzata allo stesso modo della battaglia di Waterloo. Cymetral annuì, cercando conforto in un’occhiata fuori dalla finestra. Nouad’Dib si alzò e puntò un indice verso il mare cinese, visualizzando un punto cardinale allegorico.
– Sai quale sarebbe una soluzione semplicissima per l’Occidente, e soprattutto per Paesi come Italia, Francia, Germania, Belgio e Gran Bretagna, Dompson?
L’inglese non aveva alcuna intenzione di rispondere. Non aveva teorie in merito, né il fiato e la voglia per esporre qualunque cosa.
– Un permesso illimitato di entrata e uscita per l’immigrato, non falsificabile, ritirabile solo in caso di denuncia penale. Questo eviterebbe all’emigrante la tentazione disperata di portarsi dietro tutta la famiglia e gli consentirebbe di tenere separati patria e luogo di lavoro; e consentirebbe ai Paesi ospitanti di avere tutta la manodopera di cui hanno bisogno senza andare incontro ai problemi di integrazione massiccia.
Era solo un problema di manodopera. L’Attentato alle Twin Towers era solo un derivato della lotta di classe islamica in Europa.
Però l’idea di un lasciapassare-loop non era male: tutti i terroristi islamici, camuffati da manodopera, sarebbero stati liberi di andare avanti e indietro fra Roma, Parigi, Londra e Berlino meglio che col trattato di Schengen. I servizi segreti sarebbero rimasti disoccupati e l’Europa l’avrebbe fatta finita subito — evitando decenni di penosissima dannosa xenofobia — sotto i colpi di una serie di bombe chimiche o atomiche.
– Al di là delle dichiarazioni di principio sui diritti umani – confermò Bulvina, – è la minaccia di un flusso torrenziale di emigranti, il vero ostacolo “pratico” all’ammissione della Turchia nella UE.
Cymetral teneva gli occhi sbarrati sui due neri. Avrebbe voluto parlare del messaggio cifrato e della Calabria. Ma Bulvina Tanzor e Nouad’Dib non sembravano nutrirne intenzione alcuna.
– Cosa sai dell’Impero Americano, Dompson? – chiese la donna.
Dompson diede un’occhiata di soppiatto a Gayle Leroux, che si stava accendendo un’altra pipa. Gli venne in mente di chiedere un letto. 8 ore di sonno dopo avrebbero potuto parlare tranquillamente dell’invasione americana di Marte. Ma Nouad’Dib non era d’accordo, e riprese.
– L’idea di Impero come “forza del bene” ricorre in tutta la Storia: Romani prima e Britannici poi si presentavano come governi al servizio della pace e della giustizia, vantaggiosi per tutti coloro “tanto fortunati” da viverne entro i confini. Effettivamente, gli Inglesi trasformarono le tribù arabe in una nazione e un nugolo di principati nell’India moderna; ma proprio l’India è quella che è per una “reazione” all’impero inglese, non “grazie” ad esso.
Bulvina scosse la testa ridendo. Era totalmente empatica.
– Le operazioni di “nation building” e “peace-keeping” statunitensi – disse la grassona nera, – basati su interventi militari e generosi aiuti economici, funzionano — come dimostrano Germania, Italia e Giappone nel secondo dopoguerra — solo quando il precedente regime è una forma anche lontana di liberalismo, oppure gli accordi di pace contengono larga autonomia per il popolo. Con il cosiddetto ‘Terzo Mondo’, per tutta la seconda metà del xx Secolo, non hanno mai funzionato.
– “L’impero nordamericano” – riprese l’hutu, – è diverso da quelli storici in virtù di tre peculiarità. Prima di tutto non ha una base geografica ma ideologica, il liberalismo, che è altra cosa rispetto alla democrazia: i Paesi liberali diventano sempre democratici, quelli democratici non diventano necessariamente liberali; è l’affinità del “liberalismo” a rendere l’Europa parte naturale dell’impero americano™, in quanto rispetta i diritti di proprietà, tutela i diritti del singolo ed i governi sono chiamati a rispondere del loro operato di fronte ai cittadini. La seconda peculiarità è che, a modo suo, attraverso “l’economia di mercato”, questo impero tende a produrre ricchezza e non povertà: l’Olanda del xiv Secolo e i Britannici hanno retto all’esame del tempo, mentre la Germania di Hitler e il Giappone scintoista, abbandonando il sentiero della “ricchezza per tutti”, si sono autodistrutti. La terza caratteristica è che i Paesi di cui si compone l’Impero USA non lottano per uscirne, mentre quelli esterni fanno carte false per entrarvi; la Russia, prima di mezzo secolo, non potrà ridiventare la potenza che era l’URSS, e la Cina come potenza mondiale è probabilmente sopravvalutata.
Quanta politica! Cymetral non ne poteva più. Chiese un’Aspirina o un suo surrogato. Ottenne solo un thè ceylon niente male.
– Dompson – disse Bulvina impietosa, – lo sai come funziona l’Impero? Lo sai come funziona veramente?
Il giornalista inglese sorseggiò il suo thè e riprese autonomia.
– Apri le orecchie, amico mio – disse la grassona senza attendere risposta. Nouad’Dib sorrise e canticchiò qualcosa nel suo dialetto.
– Vai – gli disse Bulvina. Gayle Leroux si era ridistesa sulla sua porzione di cuscini e stava viaggiando lungo lidi più spensierati.
– L’impero USA – attaccò l’hutu – si fonda su un disegno di Stato assolutamente originale ed efficace, nella storia umana. Il corpus istituzionale si liquefa in infrastrutture più piccole ed interattive: in primo piano, quelle militari e delle multinazionali; appena sotto la crosta, la “banda larga” delle norme e dei trattati commerciali bilaterali internazionali; sottotraccia, la “filiera delle dependances”, le “controllate”, cioè tutte le imprese affiliate, sussidiarie, filiali, consorelle, pilotate dai grandi gruppi finanziari che agiscono dal territorio statunitense, decine di migliaia di aziende che si “infiltrano” negli Stati Sovrani e ne gestiscono le ricchezze, senza lederne l’integrità e amministrandone le risorse “dall’interno” attraverso un meccanismo di “graduale spoliazione”, standosene al riparo da ricadute conflittuali grazie alla banda larga normativa del livello appena superiore. Apparato militare e multinazionali da un lato e “linea Maginot” degli accordi dall’altro, fungono da parafulmine e da difesa visibile del mega network: alla miriade di imprese sussidiarie spetta il compito “invisibile” di filtrare le ricchezze della Terra e di indirizzarle verso la Terra dei Pentagoni e delle Case Bianche e dei Wall Street. Nel 2000, all’interno del Network avviene la gran parte delle attività di import-export mondiali; tramite la “sotto-rete delle sussidiarie” le risorse vengono instradate verso i caveaux della Superpotenza senza attriti percepibili in superficie.
– Heh? – fece Bulvina, come a dire «capito?».
– Lo Stato americano ha preso le sembianze di una Super-Rete — come Internet, mutuata del resto da un’esperienza militare e che non a caso ha assunto il ruolo di cifra liberale del sociale e del politico —, che obbedisce non più a dettami istituzionali ma ad una ferrea e semplificata logica matematica degli affari, dove il consenso viene barattato con la (falsa) percezione di una “reciproca equità formale” in cui “ogni attore internazionale ci guadagna”.
– Chiaro? – chiese ancora la donna. Cymetral annuì.
– In questo nuovo contesto gerarchico – continuò Nouad’Dib, – ogni singola sotto-rete diffonde le logiche e gli impulsi del centro, immancabilmente situato negli Stati Uniti, e quello che prima si poteva definire un “ordine”, ora si usa chiamarlo “indirizzo”. Protetto dagli accordi “bilaterali” che vanno contro la presunta “globalizzazione” — deviando le tendenze naturali degli scambi commerciali — e che immancabilmente premiano il più forte dei due contraenti e “puniscono” il più debole con clausole vessatorie e ritorsioni in caso di mancanza di sollecitudine quando bisogna appoggiare “mamma America” in qualcosa. Il “capitalismo” è ormai un “mercantilismo corporativo” di stampo fascista, un sistema binario ove i ricchi godono di protezionismo mentre tutti gli altri devono seguire le “leggi di mercato”, un bipolo in cui i cittadini-consumatori sono destinati solo ad eseguire ordini, accanto a grandi tirannie private, strutturate come i regimi totalitari, che perseguono come unico fine il profitto, le quote di mercato, il controllo su quella cosa chiamata “Stato” che non serve altro che a pagare i costi sociali, l’inquinamento, i terreni su cui si costruiscono gli impianti, i debiti — e il tanto sbandierato “aumento della flessibilità del lavoro”, che non è altro che precarietà mal retribuita.
– Il “capitale” ha cambiato pelle – disse Bulvina. – Nel 1970 il 90% del capitale internazionale era destinato alla produzione, al commercio e agli investimenti, il restante 10% alla speculazione; nel 1990 i dati si sono invertiti, anche grazie alla facilità delle “transazioni elettroniche”, e la speculazione è diventata un’arma irresistibile dell’Impero: se uno Stato tenta di stimolare l’economia con misure progressiste, tipo aumentare la spesa sanitaria, può essere immediatamente punito con la fuga di capitali e gli attacchi alla valuta nazionale. In più, le grandi corporation hanno capito che è molto facile spostare la produzione in Paesi stranieri, retti per lo più da regimi brutali e repressivi, dove il costo del lavoro è ridicolmente basso, battendo anche i sindacati che, non potendo operare a livello internazionale, non possono opporsi.
L’hutu emise un “sì” scuotendo la testa piena di trecce, e riprese.
– Più di metà del “commercio” mondiale è in realtà costituito da vendite “intestine”, cioè all’interno di imprese affiliate: la General Motors produce singoli componenti in Argentina e nella Repubblica Ceca, quindi li “vende” in Messico (cioè li spedisce all’affiliata messicana, che li assembla in uno stabilimento che non deve badare all’inquinamento e dove gli operai percepiscono salari bassissimi), poi da lì il prodotto finito viene “venduto” in Europa (cioè viene consegnato alle concessionarie) e la casa madre negli Stati Uniti, con i suoi azionisti, ne incassa tutti gli utili: in che cosa diamine consiste, questo “commercio”? Che benefici ne vedono i mercati argentino, ceco e messicano? A parte il fatto che, se la General Motors si installa in Messico, deve essere trattata come un’azienda messicana, ma se un cittadino messicano si reca negli Stati Uniti, non viene certo trattato come un cittadino statunitense...
Cymetral finì la sua bevanda. La cosa gli diede la forza di aprire finalmente la bocca e far vibrare le corde vocali.
– A ovest non c’è solo Globalizzazione, allora...
– C’è solo quando conviene che ci sia – lo troncò l’hutu, che afferrò al volo dove l’inglese andasse a parare.
– Le Multinazionali dal canto loro si confederano con università, centri di ricerca, fondazioni, club dei consumatori, circoli politici – disse Bulvina, – occupando tutti i segmenti appetibili del territorio degli Stati Sovrani e diventando socialmente inestirpabili. Verificando le cifre, il fenomeno è evidente nel fatto che fra le prime 100 “economie” del pianeta, 49 sono Nazioni e 51 sono Multinazionali, quasi tutte statunitensi. Che, insieme alla Sotto-Rete delle Sussidiarie, controllano — spesso in regime di monopolio — i settori strategici del sapere umano e della tecnologia: Nanotecnologie, Biotecnologie, Computer, esplorazione dello Spazio, Genetica, industria del Divertimento, Armamenti, Energia.
– Spaventoso – commentò distrattamente l’inglese.
– Già – confermò Bulvina. – Nessun Paese nell’orbita americana vuole o può opporsi al network: l’Australia nuota disperatamente sola in un mare asiatico dalla fine del Commonwealth, e lo stesso vale per Londra, che si appoggia agli USA per evitare l’integrazione “omologante” europea; la Polonia e la Repubblica Ceca hanno ancora viva l’ombra di Mosca; la Francia e la Germania contano qualcosa solo incastonate sull’asse franco-tedesco che destabilizza la UE; la Romania, la Bulgaria e l’Ungheria non possono contare solo sulla Nato per stare al riparo dai possibili focolai di tensione che scaturirebbero dalle loro minoranze etniche portando ad una jugoslavizzazione. Gli altri, Italia e Canada compresi, sono poco più che comparse, asservite ad esempio ad un “semplice” fondo di investimento come il Carlyle, un “private equity fund” in grado nientemeno che di orientare il governo Boscani a traghettare l’industria pubblica italiana verso i contratti del Pentagono — del resto, la penisola è priva di difese antimissile e la sua profonda immersione nel Mediterraneo la espone ai pericoli dei futuri probabili cambi di regime in Egitto, Marocco, Tunisia e Algeria in ottica integralista — e di proiettare la propria influenza perfino sull’onnipotente industria nucleare francese.
Dompson trovò recondite forze e si alzò, andando verso la finestra più vicina. Proveniente chissà da dove, Peter Gabriel intonò “A different drum”, coadiuvato da musicisti di diverse etnìe.
– Cristo, sono proprio con voi – si arrese. Poi qualcosa della sua albionicità si mosse, e si sentì in dovere di correggere qualcosa. – Però, amici, non sono stati i cannoni di Sua Maestà ad aprire le tante “vie per Baghdad” agli imperiali inglesi. Le armi sono venute in un secondo tempo. Gli apripista sono stati esploratori, avventurieri, scaltri funzionari del Foreign Office. Gente come Livingstone, Burton, Lawrence. Gente che percorreva per anni i territori che poi sarebbero stati occupati militarmente o sarebbero diventati basi operative dell’esercito britannico. Profondi conoscitori delle aree del mondo di interesse strategico o economico, che cercavano di capire gli equilibri sottili tra le popolazioni locali, che imparavano a relazionarsi con esse, ne apprendevano la lingua, gli usi e i costumi, la mentalità. Sono stati i James Brook e i Lawrence d’Arabia a gettare le fondamenta di quell’impero...
L’hutu e Bulvina s’erano miracolosamente zittiti. Felicemente sorpresi dall’intervento. Dompson s’incoraggiò.
– Nel 1915, quando si trattò di sollevare le tribù beduine contro la dominazione turca per preparare l’offensiva inglese in Medio Oriente, sir Archibald Murray, generale per l’Egitto, fu escluso dalle operazioni militari in Arabia e in Mesopotamia perché lui e il suo stato maggiore «mancavano della competenza etnologica necessaria». L’11 settembre 2001 in tutto il Pentagono c’erano solo tre persone a parlare arabo...
Cazzarola, «forza Albione!», pensò mister Associated Press. Bulvina, serissima, alzò l’indice della mano sinistra e sparò mirando in basso.
– Inglés, voi siete i più marci di tutti! Un elenco delle trenta principali organizzazioni terroristiche, pubblicato dal Dipartimento di Stato americano, mostra che Londra è l’epicentro del terrorismo internazionale: almeno dieci dei trenta gruppi terroristici elencati hanno il loro quartier generale o centro logistico e finanziario a Londra, altri sedici godono di notevole sostegno logistico, finanziario e politico dalla capitale britannica. Ci sono l’organizzazione di Abu Nidal, il GIA algerino, Hamas, Jama al Islamiya, al Jihad, il PKK Curdo, le Tigri del Tamil... Godono del sostegno logistico o politico della Gran Bretagna Abu Sayyaf, Harakat ul Ansar, Hizbullah, i Khmer Rossi, il Fronte Patriottico di Manuel Rodriguez, il Fronte di Liberazione della Palestina di Abu Abbas, le FARC, Sendero Luminoso, il MRTA... se ne perde il conto.
(pag. 479) Sindone e Leonardo
– Caro Dompson, lei ha nominato gli “autoritratti” di Leonardo da Vinci... Beh, lo sa che anche la Sindone è un suo autoritratto?
– Cosa?!
– La Sindone è un artefatto del tardo Medio Evo o del primo Rinascimento: la datazione con il radiocarbonio, effettuata nel 1988, non lascia adito a dubbi. Non può quindi essere “l’impronta miracolosa di Gesù Cristo” impressa sul lenzuolo che lo avvolse dopo la morte. È sicuramente l’opera di una persona di talento, se ha ingannato tutti fino al 1988. E quale “genio” visse più o meno in quel periodo?
– Nel periodo di Gesù?
– Noo, nel xv Secolo.
– Leonardo da Vinci?
– Appunto. L’immagine della Sindone ha le caratteristiche di una fotografia proprio perché, per quanto strano ci possa sembrare, la Sindone è una foto.
– Ma com’è possibile, scusi? La fotografia è stata inventata nell’Ottocento...
– Sicuro. Ma Leonardo, fra le altre cose, era un alchimista. E l’immagine fissata sulla Sindone dev’essere frutto di qualche procedimento alchemico da lui messo a punto.
– Come fa ad esserne certa?
– Guardi, giovanotto, non è poi così difficile rilevare la corrispondenza somatica, può farlo anche lei. Prenda l’ultimo autoritratto di Leonardo, quello dove è ormai anziano e quasi senza capelli, e lo accosti al volto sindonico: vedrà che naso e bocca sono identici, la “caduta dei baffi” corrisponde, così come la “strozzatura espressiva” alla radice del naso, gli zigomi hanno uguale forma e posizione, e i due volti hanno gli stessi occhi incavati e le stesse arcate sopraciliari. Insomma, sono la stessa persona: Leonardo.
(pagg. 603-616) Una ‘Storia d'Italia’ alternativa?
La grande Alfa Romeo si librò veloce sull’asfalto della Statale 106 Jonica, con Dompson seduto dietro in febbrile eccitazione. «Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno». Beh, qualcuno c’era. E prima di lasciare la città c’era stata pure una sommaria perquisizione, ma ovviamente nessun’arma gli era stata trovata addosso.
– Perché “fuma catene”? – chiese l’inglese per rompere il ghiaccio. L’uomo alla guida, un robusto filibustiere vestito di grigio con camicia nera e cravatta bianca, come nella migliore tradizione cinematografica italo-americana, si voltò ridendo verso la sentinella, seduta davanti a destra. Che rise a sua volta e tacque. «La cultura dell’ammiccamento», o solo scortesia innata.
Il mare Jonio alla loro destra brillava d’una fuliggine madreperlacea che si spandeva ben oltre la spiaggia, lambendo il territorio e conferendogli un aspetto da leggenda celtica. Le case, la ferrovia, gli alberi e le colline avevano i contorni appannati. Era straordinario come quella landa del Mediterraneo sapesse cambiare veste ogni giorno, quasi a voler recitare di continuo un nuovo ruolo geografico — o a cercare, perennemente insoddisfatta, i suoi panni definitivi —; con un habitat costantemente proiettato alla ricerca di un’identità perduta, non doveva sorprendere che, come aveva riflettuto Berrouli nel suo documento, il popolo calabrese fosse irretito da una retorica dell’ambiguità che ne rendeva così immodificabili e invalicabili i destini: il fatalismo aveva il primo testimone in madre natura.
L’auto di grossa cilindrata abbandonò la strada a scorrimento veloce in un punto in cui non costeggiava più il mare e s’inerpicò per uno sterrato circondato da sterpaglie giallastre secche; superò il declivio d’una collina e prese a discendere in una piccola valle verde e deserta che ricordò a Dompson la natìa Irlanda, quindi ci fu una nuova salita, ancor più scoscesa e curvilinea, e poi una seconda discesa in una nuova e sassosa distesa, in fondo alla quale apparve, in pigra monotona attesa, un antico monastero in pietra.
L’Alfa si fermò davanti all’ingresso, un gigantesco portale in legno scuro consumato dal tempo e dalla salsedine che, malgrado il riparo offerto dalle colline, si faceva sicuramente sentire fin lì.
Cymetral fu invitato a scendere da una convinta gesticolazione dei due balordi. Un frate sbucò da una porticina ricavata dentro il portale ligneo: aveva una tonaca color cioccolata dalla quale faceva capolino qualcosa di bianco, e indossava sandali senza calze. Lo invitò ad avvicinarsi, e quando il reporter dell’Associated Press aveva mosso tre passi in una sperduta vallata calabrese del 38° Parallelo, l’auto che ce lo aveva portato ripartì alzando un polverone.
Il frate non era più alto di un metro e sessanta, aveva il volto rubizzo di un bevitore di vino buono ed uno smisurato neo peloso sull’arcata sopraciliare sinistra.
– Venga – disse con voce debilitata. – Coraggio, venga.
L’inglese giunse al portale osservando con curiosità le mura del monastero, d’un atavico e roseo grigio.
L’ecclesiastico lo guidò attraverso un cunicolo in penombra dove la temperatura sembrava più rigida e umida dell’esterno. Pietra e legno scuro corroso, senza soluzione di continuità. Camminarono per centocinquanta metri, e infine l’ambiente si aprì in un confortevole chiostro, illuminato dal sole, con al centro piante ornamentali e palmizi ben curati; attraversarono un corridoio di colonne, poi s’infilarono di nuovo al chiuso e seguirono un selciato levigato circondato d’erba spontanea ai due lati. Infine, quando già Dompson stava cominciando a chiedersi se in caso di fuga sarebbe mai riuscito a ritrovare l’uscita, giunsero davanti ad una grande porta con un anello bronzeo. In tutto quel percorso non avevano incrociato anima viva.
Il frate picchiò l’anello due volte sul legno dell’uscio.
Una voce urlò «entrate pure» dall’interno. Il frate aprì e con un gesto della mano sinistra invitò Cymetral ad avanzare.
L’inglese mosse due passi dentro. La luce era fioca, e le forme degli oggetti d’arredamento erano quasi indistinguibili. Intravide una figura umana in fondo. La porta gli si richiuse dietro.
– Bene, mister Dompson – disse una voce anziana passata su una grattugia. – Vi ascolto.
Cymetral s’imbalsamò nel punto in cui s’era bloccato. Attese che i propri occhi si adattassero.
– Il signor Pace? Sinurras Pace?
La sagoma armeggiò qualcosa che produsse un piccolo tonfo attutito, quindi si mosse verso di lui.
– Presente, e per servirvi.
Gli arrivò alla distanza d’un braccio steso e si fermò.
– Che cosa vorrebbe sapere, l’Associated Press? – chiese la sagoma con quel suo vocione roco. – E per quale motivo vi siete installato in quell’appartamento che non vi appartiene, giovanotto?
Dompson non si aspettava quella domanda così presto, ma aveva già preparato una risposta ad hoc, cosciente del fatto che Enrica Iannimarx s’era dovuta “muovere in qualche modo” — aveva “parlato” intercedendo con “amici degli amici” — per far fronte alle minacce della sentinella o di chi da ben più in alto dava gli ordini.
– Guardi, signor Pace – mentì senza tentennamenti, – io ed il signor Berrouli abbiamo fatto insieme la traversata del Mediterraneo in barca a vela ed abbiamo un profondo rapporto di amicizia, ma siccome ho perso le sue tracce da un mucchio di tempo, ho deciso di venire a vedere di persona che fine avesse fatto... E ho trovato due ostacoli: da un lato, uno dei suoi uomini, quello con l’impermeabile, che staziona minacciosamente davanti al portone di casa Berrouli,
Cymetral s’interruppe bruscamente: in quel preciso istante, per qualche stranissimo motivo, ebbe l’intuizione fulminante che il tipo elegante con la spilla smaltata poteva essere l’intruso di casa Tryllian coinvolto nella sparatoria con Fibula’r ed Enetro: Almon Comesichiamalui. «Ma perché certe cose mi balzano in testa nei momenti meno opportuni?» si indispettì con se stesso.
– E dall’altro lato? – chiese la sagoma.
L’inglese aveva perso il filo. Stava realizzando che il secondo visitatore, quello magro che aveva parlato, doveva allora essere lo sparatore. Che rischio aveva corso!
– Signor Dompson, ma che minchia vi state inventando?
Lo sbotto fece trasalire di nuovo il reporter inglese: come aveva fatto a dimenticarsi chi aveva di fronte?
– Eh?... Come... – balbettò. Le gambe cominciarono a perdere forza. Tentò disperatamente di tornare presente a se stesso. «La paura bussò e il coraggio si guardò bene dall’aprire...».
– Voi siete amico di questo Berrouli, ci andate per mare insieme, e poi mi mandate un pezzo di carta dove mi chiedete di intervistarmi? Ma-che-minchia-dite,-forestiero? – concluse il vocione grattugiato parlando come un telegrafo e ridendo senza sorridere.
– Glielo stavo spiegando... – ansimò Cymetral – approfittando del fatto che venivo qui in Calabria per la mia inchiesta, avevo pensato di farmi ospitare da Tony, per evitare che il soggiorno mi costasse troppo. Come dite, qua in Italia, “prendere due piccioni con una fava”? Tutto qui.
La sua mente stava funzionando a strappi: lunghe pause e improvvise quanto inattese accelerazioni. La figura davanti a lui non disse nulla, ma l’inglese poté percepirne il respiro, il fiato asmatico di chi era molto avanti con l’età e si era per una vita nutrito di mille calorie quotidiane di troppo. Che diavolo ci faceva in un perduto monastero calabrese a tu per tu con colui che la gente indicava come il capo assoluto della ’Ndrangheta? E perché un tale boss l’aveva ricevuto in un luogo simile? O, domanda più sensata: perché mai l’aveva ricevuto? Era assurdo. E solo adesso se ne rendeva conto.
Il Fumacatene si allontanò di qualche passo e, dopo un attimo che sembrò non aver termine, una piccola e cruda luce si accese: dal soffitto, rimasto in ombra, pendeva un filo bianco con l’attacco per una lampadina trasparente da non più di 40W.
E finalmente Cymetral Dompson poté vedere chiaramente l’uomo che aveva di fronte: un anziano signore di corporatura normale, forse lievemente sovrappeso, con i capelli ancora in gran parte neri, lisci, pettinati sulla fronte con un leggero ciuffo ribelle; il volto fiero e tranquillo, gli occhi piccoli, scuri, vitali; baffi sottili e guance in cui era possibile individuare una netta linea di demarcazione fra la pelle ove cresceva la barba e il resto glabro al di sopra; le sue mani erano ruvide e con le vene in rilievo sul dorso, rivestite da una leggera peluria bianca. Indossava un maglione nero a collo alto di grana grossa intrecciata; i pantaloni beige sembravano stirati di fresco.
E poté vedere anche la stanza: spoglia, in pietra, tre metri per tre con un letto, un tavolo, due sedie, un armadio in legno così scuro che sembrava grafite, forse ebano, ed un comodino sul quale giacevano un bacile pieno d’acqua, un asciugamano bianco ripiegato, un piccolo specchio rettangolare, un rasoio chiuso, un pennello, una saponetta verde-marcio. Sulla parete sopra il letto era appesa, probabilmente ad un chiodo, una giacca dello stesso colore dei pantaloni del Fumacatene. La coperta che copriva il letto — un vecchio letto di legno con la testiera liscia e con uno spessore così alto che i materassi potevano anche essere due o tre — sembrava del tipo usato dai militari. Sul tavolo, nero come l’armadio, c’erano una candela consumata a metà, un librone dalle cui pagine sporgeva un segnalibro in nastro rosso, un piatto pulito con dentro le posate, una bottiglia verde piena d’un liquido porpora, sicuramente vino, tre bicchieri.
L’inglese ebbe la sensazione che quella stanza non fosse un luogo estemporaneo scelto per “l’intervista”, ma la dimora abituale di quell’uomo. Era la tana del più importante lupo di Calabria, e l’intuizione gli procurò un curioso sentimento, come un rispetto nostalgico di cose andate, che attenuò la sua paura.
Un ulteriore strappo in avanti della sua mente lo portò a capire che non era lì perché lo aveva chiesto con un biglietto idiota e presuntuoso messo in mano ad un galoppino affacciandosi ad una finestra. Si trovava lì perché era Sinurras Pace, a volere qualcosa da lui.
Il Fumacatene riempì di liquido porpora uno dei bicchieri e con un gesto antico glielo porse senza guardarlo negli occhi. Cymetral lo raccolse con un ossequio silenzioso e lo bevve con voluttà: era uno squisito nettare dal profumo di Grecia e di dèi olimpici.
– Che cosa state scrivendo, sulla Calabria? – chiese il boss scostando una sedia dal tavolo e sedendovisi al contrario a cavalcioni, per poter poggiare i gomiti sullo schienale. Adesso aveva uno sguardo intenso e magnetico. Le persone comuni guardano le cose nuove con occhio vecchio, le persone fuori dal comune vogliono osservare le cose vecchie con occhio nuovo.
Dompson si sentì a disagio, là, in piedi al centro di quel turibolo, con il boss seduto di fronte. Era nudo sul palco d’un teatro affollato. Gli venne voglia di confessare la realtà, di offrire sincerità assoluta a quell’uomo che doveva avere il doppio dei suoi anni e un’infinità d’acqua lurida fluita via sotto i ponti.
– Sarò franco, con lei, signor Pace – fece con il petto pieno di fiato fin quasi a scoppiare. – Sto realizzando un’inchiesta sull’Italia del Sud del terzo millennio. Ma, da quando sono arrivato, non sento altro che parlare di lei come del “capo dei capi”. E mi sono detto «Dompson: tu non te ne vai da qui finché non l’hai intervistato». Se poi riesco pure a rivedere Tony, tanto di guadagnato... Nel frattempo mi sono imprestato la sua casa, così se rientra...
Non era mica assodato, che quello fosse “il capo dei capi”: in fondo, glielo aveva detto solo Fred Dino. E inoltre, da quando era arrivato, ne aveva parlato in più solo l’amica di Berrouli. La verità era che la potenza evocativa di quel soprannome, il “fuma-catene”, lo aveva ammaliato. Suonava affascinante anche nella sua lingua madre: the Chainsmoker. Ci si poteva fondare una rock-band. Ci si poteva ricavare energia pulita per un continente intero.
Il Chainsmoker rise e si versò un bicchiere di vino. Cymetral doveva averne solleticato la vanità.
– Questa è una terra che vive di mitologia – dichiarò il boss, e mandò giù metà del suo calice. Quindi finalmente tirò via dal tavolo la seconda sedia e la offrì al reporter inglese.
– Grazie – disse Cymetral, e si accomodò sull’impagliatura artigianale della seduta. – Posso cominciare a farle delle domande?
La balla dell’intervista sembrava reggere; però ora, oltre ad improvvisare le domande, Dompson doveva anche trovare il sistema per scoprire perché il boss dei boss s’interessava a Berrouli.
– No, voi non mi dovete chiedere niente – disse Sinurras Pace.
Dompson s’immobilizzò e attese con una punta d’angoscia.
– E smettetela di tremare – aggiunse il Fumacatene. La frase fu una specie di schiaffo sui testicoli per l’inglese. – Se mi servivate morto, a quest’ora non eravate qui ma già dentro una bara su un aereo per Londra.
Logico e agghiacciante. La testa di Cymetral prese l’ascensore del terrore e discese di due piani in mezzo agli omeri. Il boss si alzò e andò accanto alla porta, accostandovi l’orecchio, quindi la aprì, richiuse e tornò a sedere a cavalcioni. Fissò il suo interlocutore.
– Ditemi una cosa, inglese: dove verrà pubblicato, il vostro articolo? In quali Paesi?
Cymetral sentì che dalla risposta poteva dipendere la sua vita. Avrebbe voluto fermare il tempo e scegliere, ma l’ennesima accelerazione del suo intuito gli fece capire subito la domanda e l’intero Sacro Perché™ del trovarsi là col Mammasantissima.
– Dappertutto. Washington Post, New York Times, ma anche Frankfürter Allgemeine, Bild Zeitung, Der Spiegel, Times, Newsweek, Le Monde, Corriere della Sera...
Aveva sparato nel mucchio tentando di citare i nomi famosi che potessero suonare più familiari al superboss. E poco importava che, a parte il primo marchio, nessun’altra delle testate menzionate aveva ancora mai pubblicato un suo pezzo. Non si chiamava mica Wilson Fibula’r, lui era solo Cymetral Dompson, scribacchino di second’ordine e di sangue irlandese che era riuscito a fare un pezzettino di carriera copiando un sito Internet per un’inchiesta sul “caso Moro”.
Il Fumacatene sembrò soddisfatto.
– Signor Dompson, io adesso vi dico qualcosa che voi non scriverete mai, e poi vi dico delle altre cose che voi invece scriverete assolutamente, perché vi consegnerò pure dei documenti.
– La ascolto, signor Pace.
– Voi sicuramente volevate parlare della ’Ndrangheta, della Mafia e di tutte queste belle cose qui. Giusto?
– Osso Mastrosso e Carcagnosso – rispose Dompson sorridendo e millantando il credito di saperla lunga. Sinurras rise come se gli avesse nominato Stanlio e Ollio.
– Uh, ma i vostri lettori hanno bisogno per forza di folklore, per mettersi a leggere?
– Eh, sa com’è – disse Cymetral con forzata leggiadrìa, – bisogna dar spettacolo, spiegare i costumi locali... La gente ne va pazza.
«Cazzarola, sono un impostore più in gamba di Wilson!»
– E vabbé, allora fatemi queste benedette domande – rise “the Chainsmoker”; quindi, divertito, poggiò il gomito sullo schienale della sedia e il mento sul palmo aperto della relativa mano.
– Anzitutto, da dove viene il termine? “Ndrangheta”, cioè.
– Dal greco. “Andros” e “agatos”. Significa “uomo migliore”. La prima comparsa della parola ’ndrangheta in documenti ufficiali risale al 1884, nella relazione del prefetto di Reggio Calabria, Tamajo, fatta al Ministro degli Interni. Ma guardate che non si chiama più “ndrangheta” da 25 anni, inglese.
– Ah no? E come si chiama, oggi?
– Ora si chiama “la Santa”. Sapete quando è nato il primo santista? Il giorno della nascita del nostro santo Cristo: il 25 dicembre infatti è stato santizzato il Santista il quale dimostra di essere tale per mezzo di una croce dietro la spalla destra che il capo santista gli ha dato e il Santista ha accettato e tutta la Santa Corona ha confermato. Sapete come si salutano gli uomini prima della riunione?
– Le spiace se prendo appunti? – fece Dompson tirando fuori da una tasca il piccolo Palm donatogli da Bulvina. Ormai aveva imparato ad usarlo con una certa destrezza.
– Fate, fate. «Santa sira a li santisti», oppure «Siete pronti a sformare la Santa?», e poi c’è il proclama che dice «In questa notte santa, sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna, è sformata la Santa Corona, dal capo santista, maestro di controllo e scorta distaccata».
– Interessante. Mi dica qualcosa sui riti di iniziazione.
– I riti? Eh, beh... L’età minima per essere nominato “picciotto” è di 14 anni... Il battesimo avviene in un posto isolato, alla presenza di almeno 5 picciotti. Il celebrante, dopo aver richiesto ed ottenuto la conferma dagli altri partecipanti, che devono stare tutti a braccia conserte, purifica il luogo: «Battezzo questo locale sacro, santo ed inviolabile, come l’hanno battezzato i nostri tre cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Se prima lo conoscevo come locale di transito e passaggio, d’ora in poi lo riconosco come locale santo, sacro ed inviolabile e se qualcuno lo riconoscerà lo pagherà con 5 zaccagnate sulla schiena come è prescritto per regola sociale».
– Cosa sono le “zaccagnate”?
– Coltellate, sono – rise il boss. – E molto male, fanno.
– Altri riti?
– Questa è la purificazione. L’esorcismo. Poi si passa al “battesimo” vero e proprio, che prevede alcune prove di coraggio, come il taglio del palmo della mano con un coltello. Poi si assegnano al nuovo 5 nomi, le credenziali per le eventuali verifiche.
– Perché il “cinque” si ripete sempre?
– Cinque è il numero magico delle ’ndrine.
«Come diceva Eco?» rimuginò l’inglese, «“...Cinque è prezioso perché cinque sono le dita di una mano e con Due mani hai quell’altro numero sacro che è Dieci, e per forza sono dieci persino i Comandamenti, altrimenti se fossero Dodici quando il prete dice uno, due, tre e mostra le dita, arrivato agli ultimi due deve farsi prestar la mano dal sacrestano”. Grande Eco». E quanta energia pulita.
– Ai gradi successivi – proseguì il Fumacatene – si arriva fornendo prove di coraggio. In tutti questi passaggi si osserva fedelmente la regola: il superiore conosce i gradi inferiori ma non quelli superiori. La nomina a “camorrista” avviene con un altro rituale: l’aspirante, alla presenza di tre ’ndranghetisti, porge la mano sinistra al capo dei camorristi, il quale incide sulla faccia del pollice due tagli a forma di croce. Poi, bruciata l’immagine di San Michele Arcangelo, la sua cenere viene strofinata sulla ferita. C’è un rito per ogni gerarchia.
– Mi dica qualcosa sull’organizzazione – disse Cymetral, scrivendo compunto finte lettere sul suo aggeggio digitale. L’intervista s’era veramente realizzata, cazzarola! Era salvo. Aveva gabbato il boss e ne stava pure ottenendo un servizio!
– La ’Ndrangheta non nasce come associazione unitaria: sono tante strutture indipendenti l’una dall’altra, divise per territorio in “cosche”, “fibbie” o “ndrine”. Alla fine del 1800 la ’Ndrangheta veniva allegoricamente rappresentata dall’Albero della Scienza.
– “Albero della scienza”? Mi vuole spiegare?
– Allora – rispose Sinurras Pace disegnando qualcosa con un indice nell’aria stantìa, – c’è il fusto, il capo società, la mente direttiva, con potere di vita e di morte sugli associati; il rifusto, vicecapo e amministratore; i rami, i “camorristi” esperti, divisi in “camorristi di sgarro” addetti alla riscossione del pizzo, “camorristi di sangue” addetti ai fatti violenti e “camorristi di seta” fini dicitori del gergo mafioso, in pratica i filosofi della famiglia. Poi ci sono i ramoscelli, le nuove reclute, i picciotti; i fiori, i giovani d’onore; le foglie, gli infami e i traditori destinati a cadere; il silenzio e l’omertà sono la linfa; e la tomba, che sta sotto l’albero a significare che la violazione del segreto comporta la morte. Ma queste sono le... le... vestigia, signor Dompson. Ora “la Santa” è divisa in Capo Santista, Sottocapo Santista alla destra, Mastro di Controllo alla sinistra, Scorta Armata Distaccata dietro le spalle. C’è il Consiglio Locale, con 9 santisti. E basta.
Dompson si affannò a prendere nota di tutto quel bendidìo, e nel frattempo, per non far raffreddare il boss, chiese ancora.
– Mi dica delle regole, dei codici di comportamento...
– Volete dire se c’è un codice scritto?
– Già, qualcosa di... codificato, appunto.
– Mah, non va bene tenere queste cose scritte... Ogni cosca ne ha uno, e ognuno cambia in qualche cosa... C’è quello di Seminara, il più antico, ma ce ne sono a San Luca, a Palmi, a Taurianova, a San Giorgio Morgeto, a Gioia Tauro, a Santa Eufemia in Aspromonte, a Siderno, e pure a Vibo, e ne girano tanti pure nelle carceri... Le diverse zone sono strutturate e regolate da disposizioni differenti.
– Ci saranno dei punti in comune, che si condividono?
L’inglese aveva maturato la convinzione che questa ’Ndrangheta fosse del tutto impostata come la Massoneria: riti, codici, perfino figure allegoriche. La differenza era in qualche pistola in più.
– E certo che ci sono. La cosca si fonda innanzitutto su una famiglia di sangue; le entrate e le uscite della ’ndrina sono gestite da un contabile, che dopo aver raccolto il denaro proveniente dalle attività decide come impiegarlo, paga gli stipendi, provvede al pagamento dei legali e al mantenimento delle famiglie dei reclusi. Il fondo comune si chiama “bacinella”...
– Ogni tanto scoppiano pure guerre interne, no?
– Sì, quella caratteristica è la faida, un conflitto fra famiglie, feroce e distruttivo, che non risparmia donne e bambini.
– E la donna? Che ruolo ha, la donna, nella mafia?
– Nella ’Ndrangheta calabrese il ruolo della femmina è più attivo rispetto alla Mafia siciliana. La femmina può raggiungere il grado di “sorella di omertà”... Le femmine forniscono supporto logistico, curano i rapporti con i latitanti, sono il focolare dei valori e delle tradizioni della famiglia.
– Quando avvengono le riunioni?
– La ’ndrina si riunisce per le decisioni solo di sabato e dopo il tramonto. Gli affiliati si mettono in cerchio, a braccia conserte, in un posto purificato dal capobastone. Dopo la pulciata
– La “pulciata”? Scusi l’interruzione, ma certi termini io
– È il ritiro delle armi: lo fa il “maestro di giornata”. Dopo la pulciata, la seduta ha inizio.
– C’è anche... come dire?... un “tribunale” interno?
– Certo! Quanti non osservano le regole sociali vengono puniti, ci mancherebbe! La pena è vendetta. Le violazioni meno gravi vengono vendicate con coltellate alla schiena: le infligge il “puntaiuolo” al reo che sta in piedi. I reati gravi, per i quali è prevista la pena di morte, sono 21: la “diffidenza”, “l’abbandono delle riunioni”, il reato di “carognità”, quello di “connivenza con la polizia”...
– E le pene come vengono... eseguite?
– L’esecuzione della pena deve essere uno strumento simbolico, per dare l’esempio e scoraggiare il sorgere dell’infamia. L’impiccagione simboleggia l’impotenza, la vigliaccheria; la fucilata alle spalle è destinata ai traditori; l’asfissìa con pietre o terra è per le spie; la strage indica la voglia di sterminio senza pietà; la morte con sevizie indica una vendetta d’onore... Quando la morte violenta non basta, si infierisce sul cadavere: un latitante ucciso per aver disobbedito agli ordini di un boss viene dissepolto ed evirato, e gli si mettono in bocca i coglioni!
Dompson aveva cominciato a fare pellaccia e non raggelò, ma c’erano persino casi in cui la morte violenta “non bastava”...
– Mi può dire qualcosa sul linguaggio? Come parlano, gli ’ndranghetisti? Come si esprimono? Ci sono frasi particolari?
– Non c’è nessun linguaggio. Che intendete?
– Ci sono delle formule? Dei giuramenti?
– Ahh, i giuramenti, sì, ci sono i giuramenti... Il giuramento del veleno, per i nuovi: «A nome della Santa Corona e di fronte a questi fratelli di Santa, giuro di portare sempre con me questa boccetta di veleno, e se per disgrazia dovessi tradire questi nuovi fratelli di Santa, di avvelenarmi con le mie stesse mani» recitò quasi cantando.
Non era esattamente ciò che Dompson aveva chiesto, ma fece a meno di lamentarsene e prese appunti.
– Il giuramento per fedelizzare: «Giuro su questa arma e di fronte a questi nuovi fratelli di Santa, di rinnegare la società di sgarro e qualsiasi organizzazione, e fare parte alla Santa Corona e dividere sorte e vita con questi nuovi fratelli». Il giuramento degli affiliati, che mi piace assai, state a sentire: «A nome dei vecchi antenati conti di Russia e cavalieri di Spagna che hanno sofferto 29 anni di ferri e catene, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, vi impongo, se armature bianche o nere avete e non verranno consegnate, con le stesse sarete praticati...» e poi continua. È lunga, eh, è lunga.
Il reporter appuntò le formule in silenzio. Nessun’altra domanda gli veniva in mente, e fece finta di continuare a scrivere.
– L’abbiamo finita con il folklore, signor inglese? O dobbiamo continuare con le minchiate? Perché non mi avete chiesto niente sui soldi? Ma lo sapete qual è il giro d’affari della Santa? E ora fate attenzione a chiudere quella minchia di aggeggino elettronico che avete per le mani, perché queste sono le cose “che non dovete scrivere”...
Dompson chiuse la-minchia-del-Palm e lo fece sparire in un baleno.
– Il giro d’affari, il budget come dite voi – e pronunciò la parola letteralmente in italiano, con la “u” e la “g” dolce, – e solo per quanto riguarda appalti e imprese controllate, è di diecimila miliardi! – alla cifra, il suo zigomo destro si alzò verso l’occhio.
– Di lire?
– E certo, di lire. L’altro giorno, scherzando, ci siamo messi a fare un conto col mio amico commercialista, che è uno che legge sempre giornali, statistiche e numeri, e lui mi disse che il fatturato della Santa è un quinto del “prodotto interno lordo” della Calabria... Ma solo per appalti pubblici e imprese controllate.
– È una cifra incredibile, davvero – fece Cymetral, che non sapeva se tentare di cambiare discorso o fargli i complimenti.
– Ci abbiamo un intero quartiere a Bruxelles – disse parlando per la prima volta in prima persona. – In Germania ci abbiamo trecento pizzerie. In Belgio ci abbiamo un sacco di alberghi. A Roma ci abbiamo conventi e scuole, parcheggi e ristoranti. A Milano ci abbiamo tutto il mercato dell’ortofrutta. Qua nella regione ci abbiamo tutta la ristrutturazione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. E il Ponte lo faremo noi! A Praga ci abbiamo più di mille palazzi. In Romania ci abbiamo le case da gioco. A San Pietroburgo ci abbiamo una banca.
«Pure una banca?» rimuginò l’inglese scuotendo il capo.
– E ci sono i cretini che pensano che con Tangentopoli è stata pulita l’Italia. Mister Dompson, avete capito qual è il trucco?
Cymetral sembrava un cagnolino di plastica di quelli che i camionisti tengono sul cruscotto, con la testa a molla.
– Bisogna scindere il luogo di produzione da quello d’impiego. Questo i siciliani non lo vogliono capire. Eppoi la ’Ndrangheta ha un’altra cosa in più, rispetto a Cosa Nostra: non ci sono “pentiti”. I calabresi hanno la linfa più forte. Tengono la bocca serrata. Per questo abbiamo ormai in pugno anche le rotte internazionali della ddroga. Per i narcos, la parola di un calabrese vale più di quella di un siciliano... Figuratevi che deve intervenire la ’Ndrangheta, quando i narcos si tengono qualche uomo della mafia siciliana per avere la garanzia dei pagamenti!
Davvero scandaloso.
– In Colombia siamo entrati in società con i cartelli – disse ancora il Fumacatene, con un pizzico di sciovinismo, – alcuni nostri emigrati controllano la rotta della coca Colombia-Australia. E a Sidney gli utili sono impiegati nel turismo.
«Occhèi, padrino, vai al dunque: che cosa vuoi da me?»
Sinurras Pace sembrò leggere nel pensiero del reporter, e si fermò, stringendo le labbra. Dompson giocò d’anticipo.
– Queste sono le cose che non devo scrivere, e infatti me le sono già dimenticate. Ma adesso mi dica cosa invece va scritto. E quali sono i “documenti” di cui mi ha parlato.
– Con calma.
Il boss continuò per un minuto intero a fissare Cymetral in silenzio, trapanandone le pupille con un’ostinata assenza di parole.
Sicuramente odiava essere preso in contropiede, e quella era la sua vendetta. Ma tutte le cose hanno un conto alla rovescia invisibile, e Dompson confidò con ritrovata serenità nel fatto che il vero fine del suo esser “lì in quel momento” non era ancora venuto fuori.
– È una cosa strana – fece improvvisamente il Fumacatene, piegando di lato la testa e osservando la debole luce della lampadina. Quindi si alzò e si sgranchì le gambe, girando intorno all’inglese. – Voi, un giornalista “importante”, che mi comparite nella casa di uno degli uomini che i massoni di Washington mi hanno chiesto di prendere e spedire in America.
Dompson restò sorpreso. Gli era grato per l’aggettivo “importante”, ma di che cazzarola parlava, adesso, il fumatore di catene?
– Curioso è, non vi pare?
– Non la seguo, Sinurras – disse sinceramente Cymetral. Il boss lo esaminò per un attimo e lo battezzò in buona fede. Piegò le sopracciglia sulle orbite e continuò a camminare risparmiando i passi.
– Ventitré persone in tutta Europa, mi hanno chiesto di impacchettargli per gli Stati Uniti. Ventitré persone, una pure a Reggio Calabria. Ne abbiamo già trovati sette. Altri tre sono sotto terra. Voi ne sapete qualche cosa, di massoneria?
Il reporter non aveva voglia di addentrarsi nei temi già trattati da Bulvina. Però il suo intuito collegò immediatamente la Tanzor, gli “implantati”, Tonyard Lay Berrouli e il discorso del boss.
– Permetta una domanda, signor Pace: le dice niente il “Priorato di Sion”?
– No: che è?, una loggia israeliana?
– Mah, è una storia di intrighi massonici, ma non ho ancora avuto modo di indagare. Però finito il servizio sulla Calabria, mi dedicherò a questo “Priorato”. È una vicenda che riguarda i Templari.
Templari? Minchiate, allora, signor Dompson... Solo mitologia. Lasciate perdere, sentite a me. Dunque, non sapete niente, di come mai ai massoni d’America gli interessano Berrouli più altre ventidue persone? Voi non c’entrate niente niente?
– Non c’entro niente – affermò Dompson tentando di convincere anche se stesso, – ma perché: lei pensa che Tony sia implicato in faccende massoniche? Mi giunge nuovo, un fatto del genere. Non mi sembra la persona.
– Bah, lasciamo perdere, e torniamo a noi.
Il Fumacatene riprese posto sulla propria sedia — e questa volta dal verso ortodosso, accomodandosi con le spalle sullo schienale.
«Non è la mafia, a volere Berrouli: interessa a qualcun altro. Devo riordinare le idee, i conti non mi quadrano di nuovo».
– Come faccio ad avere la certezza che verrà pubblicato un servizio con le cose che sto per dirvi, signor Dompson?
«Finalmente sei venuto al dunque, Chainsmoker».
– La certezza? Beh, la certezza al 100% non c’è – mise le mani avanti il giornalista, – ma molto dipende dall’interesse delle cose che mi dirà: e io sono sicuro che sono molto molto interessanti, e quindi può stare certo che l’Associated Press venderà questo servizio praticamente a tutte le testate più influenti del mondo.
– Non mi piace, quello che mi state dicendo... Non mi dite che vi ho dedicato tutto questo tempo inutilmente!
– Non si tiri indietro, adesso, Sinurras – tremò Cymetral. – Se, come penso, ciò che mi sta per dire è una bomba, vedrà la luce nel giro di un mese, forse anche meno.
Sinurras Pace sembrò sul punto di richiudersi nel minaccioso silenzio di prima, poi si passò una mano sulle labbra.
– Frate Maurizio! – urlò, fissando l’inglese negli occhi. Quindi si versò dell’altro vino e lo centellinò con volgare parsimonia. – Signor Dompson – disse piano, con un tono baritonale, – vi voglio raccontare una lunga storia, perciò riprendete quell’aggeggio.
Cymetral obbedì e riaccese il palmare.
– Ma non vi cacciate gli occhi, lì sopra? Volete carta e penna?
– No, grazie, se lo scrivo direttamente qui, ce l’ho già pronto in formato distribuibile sia via computer sia telematicamente.
– Voi sapete. Frate Maurizio! – urlò di nuovo, e sull’ultima sillaba la pesante porta in legno si stava già aprendo. Apparve un frate tarchiato e con la testa quasi quadrata.
– Prendete quei fogli sigillati che vi ho affidato – gli disse il Fumacatene con il fare del padrone al proprio cane. Il frate uscì.
Quel monastero non era deserto come sembrava.
– Mister Dompson, siete ferrato in Storia?
– In quella moderna abbastanza, signor Pace, perché?
– E la Storia d’Italia la conoscete?
– Beh, in linea di massima sì. Ma quale parte?
– Quella vera, intendo. Dal 1945 in poi.
– Oh, beh, sì, so parecchio, del Dopoguerra.
– Bene, bene – sorrise vagamente il vecchio boss. – Siete sicuro, di sapere parecchio?
– Avanti, Sinurras, non giochi con me... Parli.
– Ecco. Fine della Seconda Guerra Mondiale: gli USA sbarcano ad Anzio e liberano l’Italia. La liberano anche dalla Resistenza, che ha già battuto i Tedeschi in tutto il Nord. Gli Americani resuscitano all’uopo la Mafia — che era stata annichilita da Mussolini — con l’aiuto del boss Lucky Luciano. Ne avete sentito parlare, no?
– Sicuro.
– Quando gli Americani se ne vanno, si lasciano dietro “Gladio”, un corpo segreto pronto ad entrare in azione in caso di vittoria dei Comunisti alle elezioni. Gladio ha le sue basi di addestramento a Capo Marrargiu, il feudo sardo di Codrighi.
– Codrighi il politico?
– Certo, e chi, sennò? Fidelio Codrighi, Ministro dell’Interno, capo del governo, Presidente della Repubblica: ha fatto tutto lui. Comunque, a quel punto in Italia s’installa il sistema di potere “clientelare” della Democrazia Cattolica, che occupa ogni anfratto delle istituzioni politiche ed economiche. A inizio anni ’60, i primi timidi spostamenti del Paese a sinistra vengono contrastati dal ricatto di una possibilità di colpo di Stato — il “Piano Solo”, del ’64 —. La Massoneria è già al lavoro, e la stessa tecnica intimidatrice per le istituzioni viene poi usata con il “golpe Borghese” — nel ’70, che vede un filo diretto fra golpisti, ’ndrangheta calabrese coi boss De Stefano e Nirta, Lucio Gotti, servizi segreti italiani e Casa Bianca di Nixon, oltre che Carabinieri e estrema destra — e con il “golpe bianco” di Edgardo Sogno — nel ’74.
La Storia che Cymetral aveva conosciuto cominciava a deviare.

 

 

 

Nella foto, la prima edizione del libro, esaurita in meno di 2 anni.