L’intervista

Testo integrale dell’intervista rilasciata alla giornalista Zaira Bartucca  per le pagine culturali del Corriere della Calabria — 28 agosto 2014

D: Quando ha inizio la sua attività di scrittore? Come mai la decisione di auto-pubblicarsi?

R: La “creatività” è sempre stata un mio problema. In senso positivo: venendo al mondo mi sono ritrovato dotato di talento per il disegno e per le parole messe in fila, e la natura mi ha sussurrato in un orecchio fin dall’inizio un ordine perentorio: «inventa». Così a 6 anni ho cominciato con i fumetti, a 10 con i racconti (di fantascienza), a 12 con le poesie; a 15 è arrivata la passione per la musica e ho iniziato a scrivere anche canzoni. Continuo a scoprire nuovi lati di me ancora oggi: a quasi 50 anni ho cominciato a fare satira.
Dal 1986 la naturale fluidità nella scrittura e l’inarrestabile tendenza all’improvvisazione, nel senso jazzistico e non bizantino del termine, mi hanno definitivamente trasformato in uno scrittore sicuro dei propri mezzi, con un bel po’ di autostima e intenzionato ad affermarsi. Possibilmente in questa vita.
L’esperienza con gli editori ha purtroppo castrato l’ultimo obiettivo — altro che affermato: non sono neanche riuscito a farmi pubblicare! —; in compenso il piccolo successo nell’edizione fai-da-te dei miei libri mi consente di non lasciare i miei scritti a marcire nel classico cassetto: li edito, li impagino, li stampo e li distribuisco senza rimetterci, grazie a internet e alle conoscenze grafiche che mi derivano dalla mia professione.
Ho intrapreso la dura ma soddisfacente strada dell’autopubblicazione proprio per l’impossibilità anche solo di un contatto serio con il mondo editoriale. È vero che in assenza di Editore, Libraio e di tutta la “catena di Sant’Antonio distributiva”, la tua opera è disponibile solo in via privata; in compenso conosci tutti i tuoi lettori per nome, ricevi numerosi feedback che ti aiutano a migliorarti, con molte persone resti in contatto nel tempo stabilendo inattese e stimolanti amicizie. Certo: non diventi Paperon de’ Paperoni con le vendite dei tuoi libri; ma la prospettiva di ricchezza materiale non è certo la molla che ti carica!
In fin dei conti, la vera questione è: «perché ciò che è successo nella Musica — con gli mp3, il download e tutto il resto — non dovrebbe accadere in ogni altro campo artistico, Letteratura compresa?»... Io me la son posta per primo e son partito, tutto qua. Ormai internet ci consente di abbattere tutte le barriere, e le normali catene commerciali produttore-grossista-distributore-consumatore possono essere bypassate in favore di un contatto senza intermediari fra chi produce e chi fruisce.
Ovviamente un libro cartaceo, o un quadro, o addirittura una statua, sono difficilmente “scaricabili”, come avviene per le canzoni. Il libro deve prima diventare un e-book, che però ha caratteristiche completamente differenti; un’opera stampata te la porti in bagno o a letto o al mare e non ha bisogno di batterie. Dunque un libro “pubblicato” resterà ancora a lungo un volume cartaceo con le pagine e l’inchiostro. Però si può fare a meno di “tutto il resto”: Editori, Agenti, Grossisti, Magazzinieri, Negozi. Che sovraccaricano di costi il prodotto prima che giunga all’utente finale.
Questo è il rapporto con chi mi legge: io sono un autore, tu sei un lettore, fra di noi non esiste “catena distributiva”. Per avere le mie opere cartacee non devi far altro che chiederle a me direttamente, e io le mando a te direttamente con le Poste; per avere i miei ebook puoi comprarli direttamente dal mio sito web oppure su Amazon, la famosa piattaforma dove peraltro sono stato il primo autore italiano a pubblicarsi da sé... Una rivoluzione? Sì, si può chiamarla così. E sono orgoglioso di esserne stato il pioniere in Italia!

D: Quali tematiche predilige nei suoi testi?

R: Non c’è una predilezione, sebbene poi nei fatti concreti io abbia prodotto molta saggistica sulla figura storica di Gesù (si badi bene: storica, non religiosa) e sui fatti ed eventi dei secoli successivi in qualche modo a lui riferibili.
Mi piace la storia. Anzi, lo dico al plurale: mi piacciono le storie. Sono un ottimo ascoltatore di storie. So sempre quando un’anima o un personaggio stanno sospesi in aria e hanno bisogno di me per raccontarsi. Bisogna essere disponibili, lasciare sempre l’immaginazione accesa. Tanto non consuma niente e non fa male all’ambiente. Ascoltare e raccontare sono un po’ la stessa cosa, facce d’una medaglia preziosamente umana.
La mia musica, i miei libri, son venuti alla luce in questo modo: li ho semplicemente accolti.
Per usare le parole di Tabucchi, la vita non è in ordine alfabetico, come sembrano credere in parecchi. Appare un po’ qua e un po’ là, come meglio crede; briciole (il problema è raccoglierle dopo), anzi, un mucchietto di sabbia. Qual è il granello che sostiene l’altro? A volte quello che sta sul cocuzzolo e sembra sorretto da tutto il mucchietto, è proprio lui che tiene insieme tutti gli altri, perché quel mucchietto non ubbidisce alle leggi della fisica, togli il granello che credevi non sorreggesse niente e crolla tutto, la sabbia scivola, si appiattisce e non ti resta altro che farci ghirigori con un dito, sentieri che non portano da nessuna parte, dài e dài, stai lì a tracciare ghirigori, ma dove sarà quel benedetto granello che teneva tutto insieme? Poi un giorno il dito si ferma da sé, non ce la fa più con gli andirivieni; sulla sabbia c’è un tracciato strano ma avvincente, un disegno con una logica e un costrutto. Ti viene un sospetto: che il senso di tutto siano i ghirigori... Le mie storie, le mie canzoni, sono nate così: ho disegnato qualcosa di vasto e articolato sulla sabbia, alla ricerca d’un granello iniziale perduto. Che ovviamente non ho mai ritrovato. Ma l’emozione che si prova davanti al disegno finale sulla sabbia ripaga d’ogni cosa.
Tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra. Con i libri che scrivo non risolvo il mio problema, ma ho la speranza che il mio complesso disegno sulla sabbia contribuisca almeno a risolverlo ad altri. In fondo, anche la famosa ricerca del Graal non è altro che questo: l’importante è il viaggio, non la meta. E chi ha l’occhio allenato dai libri, trova quel che cerca anche a occhi chiusi.

Al lavoro

In sala prove

Ai megaliti di Nardodipace, per le ricerche su un nuovo libro

D: Esiste un filo conduttore tra la sua attività di scrittore, compositore e umorista?

R: No. Sono tutte cose che convivono separatamente dentro di me.

D: Come nasce una traccia musicale? Ha un gruppo di lavoro?

R: Non è necessario un gruppo. Tutto ciò di cui personalmente ho bisogno è di avere uno strumento accanto, sia esso una chitarra classica o una “mostruosità moderna”, per esempio una “app” appena comprata per l’ipad con un sintetizzatore simulato! Appena mi metto a giocarci, nasce una canzone. È più forte di me. Ma mi accade anche di alzarmi al mattino e fischiettare qualcosa, senza strumenti: allora raccolgo il telefono, lancio la app “memo vocale” e registro subito quel motivo, prima che sfugga via. Ho una serie di files disseminati dappertutto, telefono, tablet, Mac: tutti brevi “memo vocali” in cui si sentono questi folli fischiettii, o un “la la la” cantato a voce.
Come per la scrittura, così per la musica. Istinto creativo. Un desiderio più grande del cielo e più profondo del mare. Che ti porta a non riposare mai, nemmeno quando dormi. Che non è sete di sapere ma di far sapere. Che non è amore di forma ma di dar forma. Che ti fa spaziare in ogni campo dell'espressione umana — dalle arti grafiche alla letteratura, dalla musica alla comunicazione commerciale —, volendo aggiungere sempre qualcosa di tuo, di apparentemente nuovo, di febbrilmente brillante. La tua versione del mondo. La tua visione distorta e migliore.

D: Si sente ispirato dalla Calabria? Dalla sua città o dalla regione in generale ha mai tratto ispirazione per i suoi lavori?

R: Certo! La mia terra è fonte costante di spunti. Ho un rapporto viscerale con il clima, la forma delle montagne, il rumore del mare. Il vento. Che a volte è una carezza, a volte uno schiaffo. Amo il vento crudo e senza sotterfugi dello Stretto: quando morirò, andrò a farne parte.

D: Nel suo sito si legge “calabrese non praticante”: perché? La Calabria ha dei demeriti nei riguardi della sua attività?

R: Purtroppo la Calabria, il mio amore che brucia sottopelle, è stata anche il mio freno. A 22 anni emigrai a Milano e divenni pubblicitario, lavoro che faccio ancora oggi per vivere. Era l’occasione della vita: da là, avendo un briciolo in più di fiducia in me stesso e nel mio talento di quella che ebbi allora, sarei potuto salpare verso chissà quali lidi, professionali e umani. Invece, tre anni dopo tornai nella mia città, aprii la mia piccola attività e non mi mossi più. Questo “amore sbagliato” mi ha negato gli spazi e le opportunità che altrove avrei trovato facilmente. C’è poco da fare, e non lo scopro certo io: Reggio Calabria, da decenni, è soltanto un dormitorio per impiegati dello Stato e malavitosi, non una moderna città occidentale.
«Calabrese non praticante» è per la distanza che rimarco e mantengo a livello sociale, e che cresce ogni giorno di più: esco di rado, ho pochi fidati amici in loco, da qualche tempo ho smesso di impegnare anche solo lo 0,01% delle mie energie nelle “cose locali” (l’ultima delusione è stata con il lavoro di un intero anno con Massimo Canale, ero nel suo entourage della corsa a sindaco), provo nausea anche soltanto a seguire la politica locale sui media. Insomma, apparentemente un misantropo: in realtà, un essere umano completamente slegato dal luogo in cui vive. Tengo lo sguardo sul mondo in generale: molto più interessante e fruttuoso, e soprattutto meno doloroso dell’impotenza assoluta che provi nel seguire il tuo orticello cittadino o regionale.

D: Progetti futuri?

R: Ho i cassetti pieni di progetti. A livello narrativo, ho in cantiere “La memoria e il dubbio”, un giallo-noir, uscita prevista entro un anno; poi il seguito del romanzo “L’Uomo Nuovo”, infine il saggio “Civiltà antidiluviane”, sulle tracce di una civiltà molto antica — la più antica del nostro pianeta, sul finire dell’ultima èra glaciale —, che una serie di studi sempre più accreditati sembra indicare “alla base” di quelle Sumera, Egizia, Olmeca e Khmer, testimoniata dalla diffusione delle piramidi e del mito del diluvio in ogni angolo del pianeta.
A livello musicale, ho da poche settimane riformato la mia vecchia band, gli “Yardmoon”. Siamo in fase di studio del repertorio, ma non tarderemo a esordire di nuovo dal vivo, a 30 anni di distanza dell’ultimo concerto!
E poi c’è la satira: da inizio 2014 faccio stabilmente parte di uno dei collettivi più stimolanti ed esilaranti d’Italia, “Kotiomkin”. Ne sto prendendo in carico anche la gestione del sito web.
Sì, lo so: avrei bisogno della giornata di 30 ore. Ma chissà, magari un giorno il Sole rallenterà...