La Cura

La cura

Romanzo (2020)

Prima edizione: 02.02.2020
Pagine: 230
Formato: carta 133x203mm, brossura, copertina morbida; ebook
ISBN: carta 9788865010112, ebook 9788865018187

Questo libro potrebbe essere definito psico-noir: è un giallo psicologico con forti tinte noir e ambiziose venature da thriller investigativo d’autore, tributario delle migliori firme (Ellroy, Hitchcock, Kubrick, Poe, Agatha Christie). Un’opera che punta altissimo.

La sfida: prendere un film e raccontarne la stessa storia su carta. Facendo a meno della magia della visione, della fotografia e della luce, degli effetti speciali, della colonna sonora, dei rumori, insomma di tutto l’armamentario cinematograficoSi può ricreare comunque il pathos, si possono far provare le stesse emozioni — e magari di più —, usando solo le parole e le pagine? Si può dimostrare che anche l’affabulazione scritta ha i suoi effetti speciali e i suoi direttori della fotografia, per esempio con l’uso ingegnoso della punteggiatura e della sintassi?
Rispondere positivamente a queste domande è lo scopo di “LA CURA”. Ed è una sfida che non ha niente a che vedere con le trasposizioni dal libro allo schermo (o viceversa), con tutto ciò che questo comporta, polemiche fra puristi comprese («preferisco il libro», «no, meglio il film del libro»). Qui si tratta di altro.

Si tratta letteralmente di andare a vedere un film. Un vero film, realmente proiettato. (Ovviamente va bene anche la proiezione domestica.) Vado a vedere un film e non so nulla della sua sceneggiatura, o eventuale riduzione da un libro, e nemmeno m’interessa. E all’uscita dal cinema, o il giorno dopo a tavola (ma ancora meglio lasciando passare due o tre giorni a decantare, rimasticare, assimilare), te lo racconto. A modo mio. Cambiandone molti particolari, aggiungendo scene e personaggi, e anzi inventando di sana pianta un altro fine ultimo, un’altra morale. Un po’ quello che accade con la Storia e il Mito, in cui i fatti, passando di bocca in bocca e di generazione in generazione, mutano gli eventi in grasse e fantasmagoriche leggende, trasformano un marinaio greco sfigato in Ulisse, un rapinatore in Robin Hood, un centurione esiliato in Re Artù.

Il cinema è al centro di tutto, in questo libro. Lo permea perfino nei nomi dei personaggi, che echeggiano quelli di inconfondibili star (ma non quelli del film originale, ed è il bello di una simile operazione, il sublime divertissment dell’autore: rifare il cast mettendo insieme sulla scena Sophia Loren, Humphrey Bogart, Al Pacino, Meryl Streep, Clint Eastwood e altri, e dietro l’obiettivo contemporaneamente Stanley Kubrick, Orson Welles e Martin Scorsese — per una vera casa di produzione sarebbe impossibile).
“LA CURA” è uno psico-noir, metà thriller psicologico e metà action-movie, dalla doppia linea narrativa; è esplicito l’omaggio a un noto gioiello letterario di Agatha Christie, terzo romanzo più venduto di sempre, del quale richiama alla lontana il plot, esattamente come il film da cui sono partito. Il tributo si estende all’Hitchcock di Psycho, La Finestra sul Cortile e L’Ombra del Dubbio, al David Fincher di Seven, al John Carpenter de La Cosa, allo Steven Spielberg di Prova a prendermi, all’estetica di Ai confini della realtà e a certe produzioni di Brian DePalma, ma anche a cineasti del tutto inattesi per il contesto (Tornatore, Truffaut, Bergman). Sconfinando verso i big della letteratura (da Manzoni a Carroll, a T.S. Eliot, a Musil, a Umberto Eco) e della musica (Pink Floyd, Aznavour).
È un tomo di appena 230 pagine ma quando lo hai finito ti sembra di averne lette 800, tanto elevato è il numero di accadimenti, tanto vorticante la girandola di emozioni. Nonostante la partenza compassata — e anzi ingannati proprio da essa —, via via ci si ritrova catapultati su un autentico ottovolante narrativo, fatto di pause e accelerazioni come in un film di Takeshi Kitano, con una prosa compatta, intensa, a tratti lisergica e immaginifica, intrisa di quella materia onirica di cui del resto è fatto il cinema; e quando la trama pare trovare il tempo per farti rifiatare e indulgere in autocompiacimenti a caccia di déjà-vu e citazioni, ti accorgi che lo fa giusto per regalarti attimi di struggente lirismo, o visionarie metafore (la penna è devota a maestri ispiratori d’un certo lignaggio: Borges, Bukowski, DeLillo, Eco, McCarthy, Montalbán, Mutis, Palahniuk, Pennac, Simenon…).

Utilizzando un’unità di luogo opprimente (nevica e poi piove incessantemente per buona parte del libro) e quasi claustrofobica, che contribuisce a radicalizzare la poetica della patologia e dell’anormalità, la trama presenta un gruppo di persone che si ritrova costretto da un violento fortunale a cercare riparo in uno sperduto motel canadese immerso fra boschi, laghi e torrenti montani. Sono undici persone molto diverse fra loro, senza nulla in comune. Ma quando iniziano a morire, assassinate misteriosamente una dopo l’altra, capiscono che ci deve essere un elemento che le accomuna tutte. Qual è? E chi fra quelli che man mano sopravvivono è l’assassino? Soprattutto il lettore si chiede che relazione esista con le vicende che vede intanto svolgersi altrove, in un altro tempo e in un altro ambiente, nelle quali sono implicate uno studioso, un rettore universitario e un oscuro finanziere.
Le false piste e i colpi di scena riescono a sviare qualsiasi supposizione, fino al coup de théâtre finale — doppio, peraltro.

La “soluzione del giallo” non è difficile: il “colpevole” (definizione di comodo e in questo caso molto semplicistica) viene anzi quasi servito su un piatto d’argento. Però tutto il resto si liquefa, deraglia nell’incertezza, smarrisce tutti i punti di riferimento.
L’unica cosa che rimane reale, oggettiva è il sentiero stretto della conoscenza: il percorso verso la verità (che in ogni caso è inafferrabile). Mentre l’intero contesto ai margini del sentiero svanisce: memoria, luoghi, significati, convinzioni, tutto si sbriciola, tutto — per restare in tema — è solo proiezione, fotogramma che scorre. Fra un istante sarà irriconoscibile.

Dal punto di vista dei contenuti, fra le immagini evocate continuamente nella trama come in un fluire cinematografico, allo scarto fra normale e patologico tipico di tanta letteratura moderna si aggiunge una differenza decisiva, una stuzzicante deviazione narrativa: le proiezioni mentali hanno consistenza “ontologica”, non producono cioè soltanto eccesso di senso o alterazione della realtà circostante ma creano un altro mondo possibile, un universo di corpi, azioni ed eventi che vivono e agiscono nello spazio reale di una mente che trova nello sguardo da macchina da presa (più che da scrivere) dell’autore una originalissima fucina di materia emozionale.

Le vicende, raccontate da una voce tormentata ma leggera in cui oggettivo e soggettivo, passato e futuro, io e tu e noi e voi e loro si possono fondere a piacere, costituiscono una palude visivo-uditiva dove le moltiplicazioni di personalità/maschere non sono più semplici distorsioni corporee ma produzione di nuovi e altri corpi dotati di vita propria. Il cinema — non si sfugge — è ancora la metafora più appropriata: perché se “il cervello è lo schermo”, come diceva Gilles Deleuze, lo schermo è sempre più l’unica cornice di tutto lo spettro del reale, come in fondo a un vicolo cieco.
Anche il motel che funge da scenario e linea temporale in certi capitoli è purissimo cinema, e dello stesso tipo: dal Bates Motel all’Overlook Hotel, l’esplorazione di universi privati e il moltiplicarsi dell’io nei limiti sorprendentemente sterminati dello stesso continuum sono temi dominanti negli alberghi di celluloide, forse il più celebre luogo chiave e topos narrativo della cultura nordamericana.
Ed è estremamente filmica la città nei cui dintorni il romanzo è ambientato: Vancouver, capitale del cinema e dello spettacolo. La “Hollywood del Nord”, amante della natura (nel 1971 vi è nata Greenpeace), è la seconda città del Nord America dopo Los Angeles per le produzioni TV e la terza per quelle cinematografiche dopo Los Angeles e New York. Grazie al clima della British Columbia  soleggiato e secco nei mesi estivi, non è raro imbattersi in set allestiti nelle location più interessanti della città. Come lo Stanley Park, parco urbano di oltre mille acri, il 10% più grande del ben più noto Central Park a New York.
Non ci sono mai stato, ahimè. Però da più di un secolo Emilio Salgari ha già dimostrato che questo non significa o preclude nulla, non è un ostacolo al romanziere. E ciò è ancor più vero in epoca di Google StreetWiew e di realtà virtuale. (D’altro canto anch’io ho già alle spalle ben riuscite esperienze del genere, per esempio in “La Memoria e il Dubbio” o “L’Uomo Nuovo”.) Leggere ci dà un posto dove andare anche quando dobbiamo rimanere dove siamo. E quando si lavora a un libro, lo scrivere diventa nascondere qualcosa da qualche parte — da qualunque parte — in modo che venga poi scoperto da altri, viaggiando, attraverso l’atto del leggere.

In conclusione, ritornando alla domanda-sfida posta all’inizio: è vero che per rovesciare il comune flusso artistico e scrivere un libro basandolo su un film (che peraltro si ricorda appena) si debba per forza fare a meno della “magia della visione, della fotografia, degli effetti speciali”? La risposta è un No secco. Normalmente aduso alle innovazioni del raccontare, lo scrittore qui sembra disporre, oltre che degli strumenti più o meno classici del narratore — parole, sintassi, stile, addirittura quattro diversi modi di costruire i dialoghi —, anche di un armamentario supplementare che comprende binocoli, telescopi e microscopi. (Una traccia? È nell’incipit dei Promessi Sposi.) Ma queste tecniche non si possono descrivere: bisogna leggere, per capire a cosa ci si riferisce. Soprattutto, non può descriverle l’autore — che ha già osato fin troppo, dilungandosi in questa interminabile auto-recensione.

Un'opera che, non potendo essere distribuita nelle librerie italiane, grazie al web riesce comunque a trovare posto nella libreria più importante. La tua.

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