«D’io.» Il messaggio perduto di Yeshua

Saggio (2006–2016)

Prima e Seconda edizione: 2006; Terza e attuale edizione: 2016
Pagine edizione attuale: 192 (prec.: 336)
Formato edizione attuale: 152,4x228,6 mm (prec.: 130x200)
Brossura, copertina morbida (prec.: hardcover con sovracoperta)
ISBN ediz. attuali: carta 978-1521322932, ebook 9788865018156
ISBN ediz. precedenti carta: 9788865010044

Re, rabbino, divinità o “eone” che fosse, due millenni fa Yeshua lanciò un messaggio che avrebbe potuto mettere al centro del mondo l’essere umano molto prima dell’Umanesimo e dell’Illuminismo, senza bisogno di dèi e di culti fondati sulla paura. Ma andò sprecato.

«Conosci te stesso, qui e ora. E agisci»: questo esplosivo, innovativo messaggio del “mancato re” ebraico Yeshua bar Yosef (meglio conosciuto in Occidente come “Gesù Cristo”) andò in buona parte perduto attraverso il travisamento e la mitizzazione delle sue azioni e parole.
Questo mio primo studio sulla figura fondamentale della storia degli ultimi due millenni indaga fra le pieghe delle numerose domande che ancora avvolgono il “figlio dell’uomo”, la vicenda di un “giusto giustiziato”, un rivoluzionario giudaico marginale che tentò di fare politica non dando soltanto la parola alle armi ma soprattutto con l’arma della parola, e che invece finì sui libri trasformato in divinità.

Edizione 2016: sostituisce l’edizione cartacea originale del 2006. Per una ricerca completa sul Gesù storico, consultare questo studio del 2011.

Un'opera che, non potendo essere distribuita nelle librerie italiane, grazie al web riesce comunque a trovare posto nella libreria più importante. La tua.

Qualsiasi cosa si possa dire in merito al Gesù “storico”, il fatto che Yeshua bar Yosef fosse un uomo di fede si pone al di là di qualsiasi ragionevole dubbio. Il “re mancato” d’Israele, che affascinava le folle attraverso brevi favole morali (le parabole), fu un rivoluzionario sia religioso che politico; fra le due cose nell’antichità non esisteva distinzione e ciò vale ancora oggi in alcune civiltà: quando gli afghani o gli iracheni parlano di «imporre la shari’a» come forma di governo, nessuno si sogna d’interpretarla come un “regno dei cieli” post-mortem.

Con l’avanzare di studi storici sempre più affrancati dalle influenze ecclesiastiche e religiose che hanno condizionato e intaccato fino al Novecento la ricerca, la comunità scientifica considera oggi i Vangeli come artefatti storici fallibili, contenenti sia materiale “autentico” che materiale “non autentico”, intendendo con questo aggettivo testi originali (autentici) e possibili eventi e detti storici (autentici) cui nei secoli successivi vennero interpolati altri testi (non autentici) riferiti a eventi e detti mai avvenuti (non autentici). Per esempio, è lampante che nel detto di Marco (1.14-15)

Dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galilea, predicando il vangelo di Dio e dicendo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo».

...l’invito a «credere al vangelo» o il «predicare il vangelo» non possono appartenere all’eventuale Gesù “storico”, poiché il termine greco “vangelo” è un’invenzione successiva, delle primitive comunità cristiane: nella prima metà del I Sec. non esisteva ancora alcun euagghelion — e peraltro Gesù parlava presumibilmente solo in Aramaico —. A questo riguardo, uno dei primi grandi problemi che si presentano per la ricerca sui testi è proprio quello di identificare gli interessi di queste prime comunità (comunemente chiamate “giudeo-cristiane” o “protocristiane”) e, in base a questi interessi, spesso polemici, focalizzare i detti e i fatti di Gesù che furono creati e inseriti nei Vangeli e nelle Lettere Paoline con funzioni di autoincoraggiamento, di anti-ansia di queste comunità nel rapportarsi alle altre, detti e fatti che dunque nulla ebbero a che spartire con Yeshua bar Yosef, il Gesù storico.

Il modello perfetto di re-profeta, paragonabile a colui che nei Rotoli rinvenuti a Qumran è chiamato “Maestro di giustizia” e, soprattutto, identico alla figura ellenistica del Logos di Filone e a quella mesopotamica del Saoshyant (= “il salvatore”), sollecitato attraverso inni e preghiere a discendere sulla Terra, fu di punto in bianco tradotto in un Messia già incarnato: “Gesù, il Cristo” realizzò contemporaneamente l’attesa messianica, il Logos platonico-filoniano, il “concorrente perfetto” del Mithraismo, il “Maestro di giustizia” degli Esseni. Risiede qui, in questa molteplicità d’usi cui si presta la vicenda di Gesù nel coacervo di credenze della sua epoca, il “problema” fondamentale. Se non si comprende appieno l’humus — soprattutto esseno — in cui tutta questa epopea fermentò, se cioè non si riconoscono sia l’Essenismo degli Apostoli che quello di Saulo di Tarso (il quale traghettò, non senza attriti con i testimoni oculari di Yeshua, la “buona novella” dalla sponda giudaica, dove aveva fallito clamorosamente, alla sponda di una religione ex novo per i giudei della Diaspora), sia quello degli Evangelisti (che misteriosamente non parlano mai di Esseni, facendo implicitamente sospettare che tutte le vicende dei Vangeli furono vicende essene), allora la visione d’insieme della nascita del Cristianesimo risulta assolutamente incoerente e anacronistica.

Nel cercare di risalire agli insegnamenti di quest’uomo di duemila anni fa dobbiamo spesso accontentarci del contenuto fondamentale e di ricostruzioni ipotetiche della “più antica forma disponibile”, che risalga o no effettivamente a lui. Non possiamo distinguere ciò che proviene da Yeshua da ciò che fu creato dalla tradizione orale della comunità giudaico-paolina delle origini e da ciò che fu prodotto dal lavoro editoriale/redazionale degli Evangelisti. Oltre a ciò, dobbiamo poi considerare tutti gli interventi della più varia natura che nei successivi “centomila giorni” (tre secoli) andarono a confondere la trasmissione della testimonianza, seppellendo fatti e parole sotto una sedimentazione estremamente complessa. Risalire ai termini che Yeshua bar Yosef usò è impossibile e dobbiamo accontentarci di conoscere la “sostanza” di ciò che egli disse.
Anche a fronte di questa roccia imperforabile, però, una volta che rimuoviamo la coltre teologica dalla figura di Yeshua e comprendiamo che la sua ipsissima vox non è quella di una divinità ma di un uomo politico — di uno dei numerosi (come si vede in Giuseppe Flavio, dove in corsa c’è perfino un pastore) aspiranti al trono di Israele —, si schiude davanti a noi un orizzonte inatteso e stimolante. Per capirlo, basta provare a rileggere certe frasi pensando che chi le sta pronunciando non è un dio ma un re mancato (quello certificato dall’acronimo “I.N.R.I.”).

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