Nostalgie Sperimentali

Romanzo (1986)

Prima edizione: dicembre 1986; Prima pubblicazione: 1999 (carta), 2012 (ebook)
Pagine: 416
Formato: 130x200mm
Brossura, copertina morbida
ISBN ediz. attuali: carta 978-88-6501-002-0, ebook 9788865018071

Il mio primo, intensissimo libro, scritto con la pancia a 23 anni.
Se fosse un film, sarebbe ‘Donnie Darko’.
Se fosse una poesia, ‘L’urlo’ di Ginsberg.
E se fosse un album rock, probabilmente ‘Ummagumma’ dei Pink Floyd.
Per sfortuna, è solo un piccolo grande romanzo underground...

Sbornie colossali e nichilismo a palate già a vent’anni. Il penoso sradicamento dal luogo natale cui tutti i meridionali del mondo sono condannati. “Sesso, droga e rock’n’roll” in una galleria di maschere dalla scarsa umanità — e dalla grande miseria.

Un libro violento e romantico a un tempo, con un protagonista in lucido delirio e con «i nervi scartavetrati dal sarcasmo dell’esistenza», il quale attraversa ogni fondo di barile disponibile e i colori più inusitati del dolore per riuscire a scoprire il senso ultimo della vita. Prototipo di autofiction, con la maledizione di dover raccontare se stessi.

Storia tutta italiana di emigrazione forzata, la poetica del deragliamento si fa condanna totale e senza rimedio della società. Un sudista cazzuto e incazzato alla tragicomica scoperta della “Milano da bere” 25 anni prima che il modello venisse importato nella sua città.
Money quote: «i film americani sarebbero perfetti se ne fossero amputati gli ultimi 10 minuti, quei minuti in cui il bene trionfa sul male. Quei 10 minuti sono come il caviale per il povero: il fottuto mondo, nella realtà, non se li può permettere».
A dispetto di tale visione, però, il novello Ulisse trova la sua redenzione in un lieto fine, che è un inno al valore salvifico dell’amicizia. 

Un'opera che, non potendo essere distribuita nelle librerie italiane, grazie al web riesce comunque a trovare posto nella libreria più importante. La tua.

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PREFAZIONE (febbraio 1999)

State per mangiare pietre.
Sassi sputati fuori da una vecchia macchina da scrivere, nera e senza marca, costata circa 100mila lire nel 1985, con la quale, assolutamente di getto e senza alcun tipo di correzione (neanche il bianchetto), fra aprile e dicembre 1986 scrissi questa soffertissima sceneggiatura di vita.
Subito, una raccomandazione.
La velocità di lettura è fondamentale: rallentate, quando sotto di voi l’occhio scorge una punteggiatura che ricorda il mare increspato dal vento; accelerate (ossia, procedete alla vostra normale velocità) quando l’insieme ricorda un libro normale.
Procedete comunque lentamente, come ad assaporare i frutti sassosi del giardino che è stato piantato in queste pagine (sassi che alla fine vi sbocceranno dentro lo stomaco, rivelandosi in realtà dei frutti bruni, maturi e per alcuni di voi perfino gustosi). Anche perché comunque vi accorgerete che leggere come fate di solito non sarà possibile.
Perché questa strana premessa?
Perché la prosa che avete fra le mani è come uno scheletro con poca carne. È un soggetto che, se avesse avuto l’onore e la fortuna di fluire attraverso la penna di un Tolstoj o di un Joyce, avrebbe fruttato un testo di 2.000 pagine. Cioè la narrazione sarebbe stata più ricca di sfumature, di profondità, di descrittività; i personaggi sarebbero saltati fuori dalle pagine con più rotondità e complessità; i pochi avvenimenti contenuti nello spaccato di vita che è il breve insignificante arco temporale di questo romanzo sarebbero stati più vivi, più intensi, più memorabili.
E non vi trovereste a mangiare sassi.

Qualcuno, da pagina 15 in poi, tenterà invece di rovesciarvi addosso «le pattumiere di un intero quartiere». Lo farà con una scrittura fastidiosa nella sua stessa struttura (il punto non è seguito da maiuscola). Lo farà con uno stile affine alla cronaca giornalistica e ai proclami dei movimenti politici. Lo farà con una tenace fiducia nel potere della poesia (che è sintesi massima), ma, contemporaneamente, anche e soprattutto con un’ostinata e immotivata mancanza di fiducia nell’Esistenza (che è sproloquio di sfogo e di lamento). E farà di tutto per dimostrarvi che è nel giusto senza peraltro mai convincervi completamente.
E non è tutto.
Più si avanzerà nel testo, più lo scrittore si avvicinerà al protagonista, fin quasi a fondersi in lui anzi, a confondersi con lui: non nel senso da esserne indistinguibile, ma nel senso di “condividerne la confusione”.
In un “viaggio attraverso la ricerca dei punti fermi” (un tema che permea tutta la letteratura di questo secolo sfigato) qual è questo libro, infatti, chi scrive non riuscirà a rimanere regista distaccato, ma finirà per invischiarsi alla trattazione, e se ne renderà perfino conto senza mai rivelarlo apertamente — sarà la metamorfosi dello stile a tradirlo.
Be’, ma il Libro è anche un luogo di esperimenti: perché altrimenti leggereste solo giornali dal testo scorrevole e riposante, e il mondo non avrebbe conosciuto i Rimbaud e i Kafka. O no?
I calabresi, “grandi ingoiamerda silenziosi”, sono già di per sé distaccati dalla realtà, rispetto agli altri italiani; qui c’è un calabrese distaccato dalla realtà degli altri calabresi. Un ventiduenne che, come tanti al Sud, ha avuto la sfortuna di nascere con quel grammo di sensibilità in più che fa “girare a vuoto il suo motore”; e quando il vostro motore gira a vuoto, la vostra mente va in cerca di altro cui aggrapparsi. Non necessariamente contenuto nella realtà — anzi, preferibilmente fuori da essa.
Considerate poi che questa sensibilità si accompagna a una diversità naturale: il protagonista ha un multiforme talento per l’arte (musica, disegno, prosa) ma è ancora nella mediocrità tipica di chi è in erba — il talento va affinato nella pratica del tempo e del confronto, e lui, fra l’altro, abita nel deserto, ed è anche cresciuto nella convinzione che i suoi sogni nei cassetti possano essere realizzati solo lontano dalla sua terra (cosa sacrosanta, a quel tempo, in Calabria: nemo propheta in patria è un motto che calza da secoli a pennello agli abitanti del “lato Sudicio” d’Italia).

Quest’opera sembra quindi profondamente dedicata a tutti coloro che crescono nel Sud Italia: tutte quelle persone che, finito il liceo, cominciano il lento calvario della Sistemazione, della ricerca di una fonte di sussistenza per la vita, senza che nessuno, né a casa né a scuola né in tv né altrove, abbia mai spiegato loro il senso e il ruolo del Lavoro nell’esistenza di un individuo.
E quanti di voi, in realtà, conoscono lo scopo fondamentale del Lavoro nel Meccanismo delle democrazie occidentali di cui fanno parte? Quanti di voi ammettono a sé stessi che il Lavoro serve a occupare la mente perché essa non vada in cerca della Verità? Del Senso della Vita?
Comunque sia, torniamo al punto: i giovani calabresi, siciliani, lucani, campani, dopo aver trascorso 13 anni di insulsa scuola dell’obbligo, che non insegna loro nulla di utile “per dopo”, trascorrono in media altri 13 anni nell’obbligo di tribolare per trovare questo dannato Lavoro che regolarmente otterranno in due modi, o emigrando o inventandosi mestieri in nero. E arriveranno ai 60 anni con qualche matrimonio, qualche figlio che ricomincia il ciclo dell’obbligo, il tutto senza aver capito un accidente della loro assoluta inutilità nello stare al mondo in questo modo.
Perciò, queste pagine, scritte da un calabrese in pieno Ciclo dell’obbligo n.2 (compii 23 anni a metà del libro), non possono che essere intrise di questa sfiducia complessiva derivante da quel “grammo di sensibilità in più” ed essere disperatamente rivolte a quelli come me che vedevo intorno in quei giorni. Tanti “motori che giravano a vuoto”.
«Okay, e con questo che cciai voluto dire? Che Nostalgie è solo un trattato di sociologia, e ch’è meglio che chiudiamo adesso il libro, lo posiamo a prendere polvere e per stanotte scegliamo qualcos’altro?»
Un momento, e perché dovreste aver capito questo?
Ho detto poc’anzi che «quest’opera sembra profondamente dedicata a tutti coloro che crescono nel Sud Italia»; intendevo solo spiegare le condizioni ambientali che influenzano il plot di Nostalgie Sperimentali. Ciò non significa che non dovete neanche iniziare: la sceneggiatura, la trama, che qui semplicemente NON ESISTONO, sono solo una scusa per poter parlare in maniera più o meno approfondita d’altro.
Lo scrittore di questo libro era un filosofo più che un romanziere. E poiché aveva tanto tempo a disposizione (la disoccupazione meridionale), ha deciso che certi pensieri meritavano un’espressione migliore (e più duratura) dei discorsi da bar con i conoscenti. Per poter soddisfare il suo ego, certo, ma anche per poter parlare con voi di tante cose che, per usare lo stereotipo, “gli bruciavano dentro”. Così le ha distese in prosa.
Tutto qui.
Cazzarola, ma perché, come nasce la buona letteratura dei Grandi Scrittori? Non fanno pure loro così, accumulando i pensieri in montagne di parole scritte una dietro l’altra in centinaia di pagine? Sperimentando nuovi percorsi con la sintassi? Perché un 22enne di Peggio Calabria, nella sua enorme, presuntuosa autoindulgenza derivante dalla impossibilità di confronto, non avrebbe dovuto avere quest’ambizione?
«Okay, ce l’abbiamo fra le mani, aperto, e forse te lo leggiamo, il tuo prezioso libro, non t’infervorare! (ohé, tutti incazzosi, ’sti meridionali)».
Sì, leggetelo, per favore.
Non c’è realmente alcuna ambizione di capolavoro letterario.
Ma se amate il cinema di Antonioni, la prosa di Charles Bukowski, la musica dei Genesis degli anni Settanta e la pittura di Gustav Klimt — non necessariamente tutti insieme — esso non vi tradirà.

Nostalgie è rimasto in un armadio per più di 10 anni. Ne è uscito una dozzina di volte, fotocopiato, per essere consegnato ai vari editori, finendo ovviamente in qualche seminterrato in mezzo agli altri milioni di dattiloscritti che non hanno mai visto (né mai vedranno) la luce. Tranne in un caso: un concorso del periodico Cento Cose della Mondadori, che ne citò l’attacco (vd. Cento Cose numero 1, gennaio 1989, pag. 9). Conservo gelosamente una copia di quel giornale: per lungo tempo è stata la prova che sono esistito — esistiamo solo se appariamo sui media.
Leggetelo, perché è in grado di darvi qualcosa su cui riflettere. Cose che la tv, internet, la tecnologia dell’informazione in generale stanno cancellando dal vostro orizzonte: la visione di un Senso. L’amore per voi stessi. Il rispetto della vostra anima.

1986, un anno ancora dietro l’angolo eppure già così distante: il Muro di Berlino e l’URSS esistevano ancora, e Craxi, Andreotti e Pippo Baudo dominavano la scena della penisola (Baudo ancora oggi, 1999!). Reggio Calabria, la mia città, era in piena guerra di mafia. Anch’io ero veramente molto diverso: scioglievo le briglie della fantasia e amen.
Ma lungi dall’essere una celebrazione di Luigi Manglaviti — che è poca cosa —, quest’invito alla lettura di Nostalgie è uno stimolo a celebrare la ricerca interiore — che è cosa Santa e Necessaria.
Potete farlo. Potete cominciare in qualunque vostro 1986, o 1999. Cercate in voi stessi. Senza santoni, senza droghe (oggi non sono più di moda), senza chiese o religioni. Se non lo avete fatto fino a oggi, smontate le precarie impalcature che vi forniscono un illusorio equilibrio interiore — il successo, la sicurezza economica, le certezze materiali, tutte cose che non contano veramente, se non avete colmato quel vuoto che tendete a rimuovere dalla coscienza.
Lo sapete, che quel vuoto è lì, da qualche parte, dentro di voi.
Una domanda che sta aspettando la vostra risposta.
(Forse vi ho convinti: prima ho sgonfiato ciò che stavate pensando di questo libro e di chi l’ha scritto «solo uno dei tanti mitomani» e poi vi ho rivelato il suo vero fine la ricerca della Risposta.
A pagina 13 c’è la prefazione originale del 1986: insulsa. All’epoca non ebbi la consapevolezza di cosa avessi fatto, scrivendo Nostalgie.
Alla fine capirete anche voi, perché oggi dico questo.)
Dài, sì, siete convinti. Perciò, buon viaggio.

Estratti dal testo

erano le 9.00 quando trillò il telefono. con supremo sforzo la sua mano riuscì ad agguantare la cornetta e a portarla fino alla testa.
– pronto!? – fece con un mugugno alla Vincent Price.
– pronto? buongiorno, vorrei parlare con Cib Sciarmàsc – fece una voce maschile sui quaranta.
– Charmsh – brontolò l'assonnato. tentò di mettersi seduto. si sentì la testa scoppiare. si rimise giù.
– senta, io qui sull'intestazione ho "Charmash".
– ma chi è?, nel cuore della notte...
– veramente, qui a Roma sono le nove, non so se da voi il fuso orario è differente, comunque ciò potrebbe spiegare il fatto che vi chiamino "africani".
– chi è?
– Qewli O'Pasq. lei mi ha spedito un manoscritto in visione.
– oh, oh sì! – si rizzò seduto. ancora la testa da due tonnellate. ricadde sul letto. – scusi la mia difficoltà, ieri ho avuto una serata movimentata.
– senta, non ho molto tempo. l'ho chiamata per farle sapere che il suo testo mi è piaciuto in parte. ha un bello stile, diverso, originale. quello che non mi convince è il contenuto. mio caro signor Cib, è futile fare la Cassandra, per uno scrittore, per un creativo: tutti sappiamo che l'arrosto sta bruciando. ed è giusto che bruci. questa è la strada, se siamo in quattro miliardi a percorrerla, non le pare? del resto il Sessantotto è ormai una data e nient'altro. mi ascolta?
– sì.
– ecco. allora volevo dirle di scrivere qualcos'altro. e per favore, la smetta con Baudelaire, scriva qualcosa di più commerciabile, qualcosa che piaccia alla gente dei brillanti Anni Ottanta. lo so che forse, vivendo laggiù, lei degli Anni Ottanta non si gode granché. in ogni caso, io non pubblico roba per la gloria dell'Arte, né mi posso permettere di investire sui talenti sconosciuti. io ho messo su questa casa editrice per fare soldi, mi pare scontato. nessuno fa niente se non per il dio denaro. mi segue, Cib Sciarmàasc?
– Charmsh.
– bene, certo. allora scriva qualcosa come le ho detto, senza perdere quel suo stile particolare, ed io potrei posizionarla come chessò io, post-postmoderno, neo-futurista, queste cazzate qua. i critici e i media hanno bisogno di etichette. ma, per favore, NON PARLI di "questa merda di mondo". alla gente non piace leggere queste fregnacce. chi compra un libro non vuole sentirsi spiattellare in faccia il dolore che già sopporta nella realtà. il libro è evasione: lei regali dei sogni, e venderà migliaia di copie. se regala piagnistei, la leggeranno in cinque, oltre a sua madre e a sua moglie. viviamo nell'edonismo reaganiano, nel nuovo boom economico, nella nuova fiducia sociale. capito?
– venga a vedere qui al sud, la fiducia economica...
– lasci perdere, fra 'ndrangheta e rapimenti, avete un'industria che produce più della Fiat. comunque, è chiaro il concetto? scriva qualche bella storia, me la faccia avere, ed io la lancio sul mercato come si merita. mi creda, lei ha stoffa, ma sta facendo stracci anziché vestiti. ah, se non sbaglio, lei va giù mica male anche con i pennarelli, vero?
– me la cavo.
– se la cava? ho visto le sue strips tramite la nostra comune amica Adele. io ho intenzione di mettere su un foglio stile Heavy Metal, casomai potrei metterla doppiamente sotto contratto. d'accordo? ma anche lì, ci vada piano con la metafisica. anche se il fumetto è un mercato più elastico, e conta il segno più che la sceneggiatura. allora, d'accordo? e su con il morale. e se ne venga a stare a Roma, che è una città fantastica.
– sì.
– arrivederci.
– uh, buongiorno. stia bene.
depose la cornetta. guardò l'orologio, ma il buio non gli per mise di vedere l'ora, e la testa pesava tonnellate. un mal di capo da sbornia di quelli stellari. qualcuno gli aveva detto che per eliminare il dolore alla testa bisognava bere un tantino dello stesso alcool che aveva causato la sbornia. ma sarebbe stato complicato trovare in quel momento "un tantino" di birra, di martini, di rhum e coca, di gin e forse di whisky, non ricordava bene.
chiuse gli occhi, si riaddormentò con la stanza, il palazzo, il quartiere e il tutto il fottuto edonismo reaganiano che vorticavano attorno al suo stomaco.
il sonno durò solo pochi minuti: come una martellata, il ricordo che doveva perseguitarlo chissà quanto, Teri, la sua fine, lo colpì alle palpebre spalancandole. rimase atrofizzato nel letto, fissando il buio in direzione del soffitto stellato. no, non poteva essere stellato, il tizio di prima parlava delle nove del mattino, quindi ci doveva essere il sole, eppoi c'era già caldo.
«devo comprare la Gazzetta del Sud ».
si rizzò in piedi. si sorprese per come c'era facilmente riuscito, adesso. andò in bagno. estrasse il pisello dagli slip, scaricò nel water un getto poderoso di piscia composta dai troppi "un tantino di" di poche ore prima, un fiotto che andò giù talmente a lungo che ebbe l'impressione di trovarsi in tribuna a seguire tutta una gara dei 3000 siepi, e chissà perché proprio quella gara. poi si lavò il viso, i denti, il culo e le palle, le ascelle, in quell'ordine, eliminando per un po' tutti gli odori forti. quindi si vestì, cadendo un paio di volte nell'infilare gli slip puliti e poi i pantaloni. alzò una tapparella, la luce gli ferì gli occhi scartavetrando tutto il nervo ottico fino al cervello e alla nuova fiducia economica. poco dopo era in strada, cento metri a zig-zag fino all'edicola. la città tentava faticosamente di mettersi a lavorare. trovò la penultima copia della Gazzetta del Sud, atrofizzato foglio meridionale. l'edicolante, un vecchio che aveva vissuto vent'anni in Germania come muratore ed ora era seppellito ad ammuffire in mezzo ai giornali nella sua città natale, non aveva il resto, "poi ripasso", quella copia gli costò sette volte il suo valore. tornò verso casa, tentando di leggere qualcosa lungo il percorso. si sentì svenire. abbandonò la lettura e badò alla strada, le gambe lo reggevano appena, una zia Pina lo incrociò e lo guardò male, doveva avere il volto del colore dell'alcool o del boom economico, raggiunse le scale, cento metri che erano sembrati 6 chilometri di altopiani del Kenya, salì a casa, entrò in cucina, alzò la tapparella. dove ho messo il giornale?, ah eccolo, sul tavolo, preparò con difficoltà crescente una moka di caffè da 4 tazze, vomito o non vomito?, poi forse va meglio, aspetto il caffè, quanto ci vuole?, ecco che sgorga, un profumo che ridestò qualcuno degli gnomi che lo pilotavano dall'interno, Caffè Mauro , il miglior espresso d'Italia, prese una tazza da the e ci versò il liquido scuro e fumante, quindi cominciò a bere, al solito senza zucchero, magica arabica nera e bollente, ridammi la testa e lo stomaco, minchia come brucia, la lingua divenne di stoffa — vestiti firmati, altro che stracci, fanculo.
andò alla finestra sorseggiando. il cielo era nuvolo, non se ne era accorto in strada. niente abbronzatura, oggi. squillò il telefono. Cheeb era determinato a non rispondere, per poter finalmente leggere la gazzetta, per poter finalmente risolvere l'angoscia, poi si avviò automaticamente a rispondere.
– pronto?
– pronto, Ciib? Aicul. hai visto?, non era Teri!, e il morto non era Pino. mi sento sollevata per te.
– ...
– non avevi ancora letto la Gazzetta?
– stavo per farlo quando mi hai telefonato. va beh, comunque grazie del pensiero, sei stata carina.
– ti ho detto il risultato, eh?
– già. fa niente ciao, grazie.
chiuse il telefono senza darle possibilità di replica.
andò in bagno, pisciò ancora. alte percentuali di birra. si guardò allo specchio nella fioca luce che rimbalzava dalla cucina. si sfiorò le gote, le borse sotto gli occhi, la punta del naso. si autoindirizzò una boccaccia. tornò in cucina. sedette al tavolo, e si dedicò finalmente al giornale. nella cronaca cittadina scovò la notizia che lo interessava.
"Ennesimo Atto Delittuoso in Pieno Centro Cittadino".
Tralasciò occhiello, sottotitolo, trafiletti, articolo, andò a leggere sotto la foto, tratta dalla carta d'identità, una faccia con occhiaie da epatite. il nome di uno sconosciuto. il morto. poi cercò le parole dell'articolo che iniziavano con lettera maiuscola. trovò il nome di qualche agente della squadra mobile, una via del centro, il morto un paio di volte, il prefetto, ancora il morto, quattro famiglie mafiose a due a due, come fossero delle società, poi il nome di una donna. sconosciuta. guardò tutta la pagina con un'occhiata generale, c'erano un paio di annunci pubblicitari spenti e senza pretese, altri tre o quattro pezzi, nient'altro. come può essere triste un quotidiano, in piena rinascita economica, con il suo bianco e nero senz'arte, con i suoi tipi incolonnati e i suoi retini grigiastri!
lo chiuse. andò verso il frigo, prese una birra, «cazzo, non la aprire, non la aprire, ti spacchi il fegato!», la stappò, cominciò a lavorarsela mentre andava verso la camera da letto, guardò le lenzuola sfatte e sudate, bisognerebbe cambiarle, alzò la tapparella fino a fine corsa, spalancò l'infisso, e l'aria di due gradi più fresca gli rinfrancò la pelle. finì la birra con un senso di disgusto, ma il mal di testa non c'era quasi più. uscì sul balcone. guardò le nuvole che stavano impedendo alla luce del sole di dipingere i muri e i tetti. si sondò lo spirito: mistica tranquillità. un po' di malinconia. il vuoto dell'ieri conservava qualche traccia ma era impalpabile, allagato com'era stato di birra. rientrò. lanciò il suo primo motto del giorno.
– "la malinconia è la felicità d'esser tristi". Victor Hugo.
in leggera felicità d'esser tristi sedette alla scrivania e prese un foglio da un cassetto. cercò la penna e non la trovò. afferrò il solito rapidograf. si mise a scrivere, ma le prime tre lettere andarono perse perché dal pennino non usciva china. aprì un altro cassetto, lo estrasse interamente dalla scrivania e se lo poggiò sulle gambe. rovistò. un mare di oggetti posati là dentro negli anni, senza ordine: cerotti, cartine per sigaretta, pacchetti di Camel vuoti con delle frasi appuntate sopra, una dentiera da vampiro di carnevale, cassette audio sventrate, spago, elastici, quaderni del liceo, agendine mignon con pagine fitte di appunti, foto, puntine da disegno, un barattolo di cera di tigre, una bussola, un minipeluche, un tubetto di tempera seccata, un dado, una scatola di perline, uno scacciapensieri (ecco dov'era!), due biro rosse, finalmente.

si svegliò disteso su una pianura di bianco candido. candide luci e montagne sbiadite.
«mi sbagliavo, in vita? il purgatorio esiste?».
sentì fame. una fame tremenda.
«cazzo santo islamico, ci mancherebbe che sento le stesse cose che mi strizzavano in vita».
poi gli arrivò qualcosa di molto simile all’odore della formaldeide, e anche dell’ammoniaca. e di acido fenico.
«l’aldilà sembra un ospedale, cazzo! mi viene da ridere. ma uno non risorge liberato dalle sue follie? il fatto è che mi sento ancora perfino il mio corpo! okay, nessuno è mai tornato a raccontare ciò che aveva sentito o visto, così è possibile che dopo la morte uno si senta come prima. già. buffo, ma possibile».
la farsa dell’aldilà traballò quando provò ad alzare la testa.
tutt’intorno c’erano letti con le testiere d’alluminio, brutte e angoscianti come solo sulla Terra solevano costruire — come se ai malati non bastasse la loro sofferenza — e lenzuola, e coperte marroncine, quasi militari.
«il purgatorio somiglia ad una camerata dell’esercito».
una porta bianca si aprì ed entrò un angelo del Tribunale degli Dei, con un aspetto molto simile ai medici della Terra. lo sguardo di una persona importante conscia di esserlo, lo stetoscopio pendente dal collo, il camice bianco. in mano, stretto sul petto, recava una specie di listino.
«ecco che arriva la sentenza. forse si travestono così per non rendere troppo traumatico il passaggio. ti fanno sentire ancora in vita, finché non arriva il Giudizio. te lo mandano con questi tipi camuffati, come il conto col cameriere».
l’angelo travestito si avvicinò al letto limitrofo, armeggiando caritatevole accanto ad un’anziana sui trecento anni, la quale emanava lamenti pesanti e gutturali. Cheeb notò che la tricentenaria parlava in dialetto calabrese.
«che c’è di strano? una coincidenza. sarò morto contemporaneamente a questa vecchietta... oppure ci trasportano e ci radunano nelle camerate a seconda della provenienza».
quell’angelo era un po’ TROPPO simile ad un medico d’ospedale in camice, con il suo sciopero mensile, con i suoi turni allucinanti, con i suoi malati tratti da Molière, con l’appartamento di 200 mq, l’Alfa Romeo e una moglie con delle gambe da brivido. un d’otto ore come tanti.
l’angelo venne da lui. lo osservò. Cheeb ricambiò lo sguardo, pronto a raccontare qualche barzelletta in attesa di ricevere la sentenza — sicuramente condanna all’Inferno. ma quello rise.
– come ti senti? hai perso molto sangue... come ci vedi? mi distingui? hai mal di testa?
«cazzo santo islamico, che domande sono, queste? non mi interroghi sui peccati? eppoi, non leggi il pensiero? dài, non perdiamo tempo inutilmente... sì, lo so che qui il tempo non ha più senso, però, per favore, non prendiamoci in giro... avanti: è Inferno? voglio saperlo subito, per prepararmi, sai».
– ehi, parlo con te – disse quello, senza usare la lettura del pensiero. – puoi sentirmi? fai sì o no con il capo
«azzsoffiga, ho appena la forza di aprire gli occhi, e tu mi chiedi addirittura di MUOVERE la testa? fanculo, amico, anche se sei un angelo. ANDIAMO! fuori la sentenza, buffone!».
l’angelo si voltò e fece la voce grossa verso qualcuno.
– infermiera! infermiera!
«??».
– sì, d’ott’ore, che c’è? – venne avanti un’angelessa con i baffi che aveva tanto l’aria di un’infermiera d’ospedale diplomata, di quelle che mentre hanno i bambini a casa con il morbillo passano il tempo a cambiare lenzuola a fare iniezioni e a praticare sani pompini ai primari per farsi cambiare di turno.
– ma avete dato – fece l’angelo maschio – la soluzione di glucosio con l’etichetta gialla, spero? no, perché ieri la capoturno ha invertito le flebo e il tipo del 34 stava per prendersi il glucosio invece dell’insulina!
la vecchia di trecento anni trasalì. l’angelessa rispose calma.
– noo, va tutto per ordine, d’ott’ore. abbiamo risistemato le etichette. a questo ci abbiamo dato il glutammato.
«ma di che cazzo parlano? mi sembra uno dei miei racconti con troppo alcool alla base... ohé, voi, voglio parlare direttamente con Dio, col Padreterno, comunque lo chiamiate, con chi comanda, insomma. col Capo. sì. possibile che anche qui le cose funzionino a minchia, come nella Valle di Lacrime?».
– va bene – disse l’angelo d’otto ore – fategli un’altra di quelle là, con l’etichetta gialla. e, mi raccomando, del vino rosso, quando domani ricomincerà a mangiare. che ha detto, Gandolfi, della polmonite?
– niente – rispose tranquilla l’angelessa.
– COME NIENTE? non è questo, che ha la polmonite?
– non so.
– come, non sa?
– ma è lei, d’ott’ore, che si ha detto...
– ma che roba è, in questo piano? dov’è il quadro clinico di questo paziente? dov’è la capoturno?
– è giù, hanno consegnato il derattizzatore.
– ah, perché, avete trovato di nuovo topi fra le boccette?
– no.
– uff!, meno male. che cacchio...
– erano nel buco al soffitto della 38.
– porco mondo! quando?
– avant’ieri. una paziente, quella della colicista spappolata, gliene è caduto uno sulle coperte
– mannaggia... ci arrestano tutti, qua! ma Gandolfi? dove vive, Gandolfi? che ha detto, Gandolfi?
– stia buono, qui dentro, d’otto ore. per favore. che colpa ne ho io, dei topi? eppoi sono topini piccoli, non sono di fogna.
– certo, ora mettiamo su un circo! VA BENE, insomma, dov’è il quadro di questo paziente?
– è il suicida del porto.
– voglio il dannato profiletto, signorina. dove sta?
– andiamo dalla capoturno.
– ecco, sì, andiamoci, minchia, è un bordello, questo, non un ospedale. ma che schifo, che schifo.
Cheeb rimase inerte dove si trovava. sbigottito. sentì la signora anziana, stava recitando qualche preghiera.
nella sua condizione di mummia immobile poteva usare solo gli occhi, che guardavano fino a tre o quattro metri, le orecchie, che percepivano le voci degli angeli e di qualche dannato che già cominciava a lamentarsi, e poi il naso, che si sorbiva — lui, principe dei sensi — quell’ossessionante miscela di ammoniaca e acido fenico.
era confuso, adesso; ma stava comunque maturando la convinzione che quel posto non fosse l’aldilà, almeno non quello convenzionale. era piuttosto uno degli aldilà terrestri, di quelli in cui si finisce senza volerlo e il mondodiqua se ne iperstrafotte, e ci si può rimanere per un’ora, un giorno, vent’anni, la vita; aldilà chiamati in gergo uffici comunali, caserme, ospedali, prigioni, case di cura — cura che frutta ai Curanti stipendi, mutue, assicurazioni, pensioni, e ai Curati una sanità mentale inversamente proporzionale alla durata della cura.
«i fisici del 2173 scopriranno, con un acceleratore di particelle, che i quark contenuti in un protone sono a loro volta formati da smdurp 12A iucq, ossia Sanità Mentale Di Un Rieducato Per 12 Anni In Un Carcere Qualunque! ah, ah, ah! pietosa!».
un volto di donna fece capolino dalla porta di quell’anticamera dantesca. il volto finì per puntare lui. si avvicinò trascinando un voluminoso corpo femminile con collo di pelliccia e borsetta di marca. era un viso, quello sì, angelico, e sofferto.
– Cheeb! Dio mio! Come stai? Che hai fatto? Che hai fatto? Ti credevo a Milano...
«cazzo, è proprio mia madre: allora è vero. non sono morto. cazzaffanculo al purgatorio. sono proprio in un ospedale! non sono morto. devo essere felice o devo rattristarmi?».
– Figlio mio, figlio mio. Madonna! O figlio mio...
«del resto, non ho visto Spugne Blu, qua intorno. né mi sentivo fuso al Sacro Nulla. perciò m’hanno salvato, lì al porto. la gente di Peggio non si fa i cazzi suoi, come a Milano».
– Dio mio, Cheeb, puoi sentirmi, eh?, Santo Iddio proteggilo tu, questo figlio mio sbandato. Mi senti, Cheeb? Fammi un cenno con la testa.
«aridàglie, pure tu, ma’. non ho la forza di muovere un cromosoma, come faccio a spiegarmi? quello di otto ore ha detto che ho pure la polmonite, anche se non è molto chiaro questo punto. capito, ma’? ho gli occhi aperti perché è la posizione, le palpebre scivolano giù dalle pupille, ma’. comunque, come va? papà? gli zii? la nonna? il Grande Fratello? lo zio Eugenio, che ci saluta solo con un colpo di clacson e non ci riconosce più? e non è neanche zio, se è cugino del nonno».
– Cheeb? Ma tu mi vedi? Figlio? Figlio Ma che t’è successo? Ho saputo che hai messo incinta una ragazza... è venuta la sorella a casa nostra, dopo che sei partito... Che strada hai preso, figlio mio!? Non dovevo permetterti la libertà che ti ho dato. Ho sbagliato... – e scoppiò a piangere.
«nooo, non piangere, ma’. tanto, là in fondo non abbiamo niente. ci sono stato, sai? c’era solo ‘sta gigantesca spugna, e poi il nulla. buio pesto. c’è pure morto un tipo ch’è venuto con me. io me la sono cavata perché sono ripassato attraverso il tuo grembo, credo. ci ho rimesso la barba, in questa cosa, sai?».
– (sob) Ma non c’è un medico, qua? Voglio sapere, ho il diritto sacrosanto di madre, di sapere come sta mio figlio. infermiera? infermiera!
la tricentenaria gemette, bestemmiando in malese.
l’angelessa con i baffi e l’angelo d’ott’ore tornarono, e c’era con loro l’angelessa-capoturno, con un foglio in mano.
– lei è la madre?
– Sì, dottore. (sob) Mi dica come sta, se (sigh) ci sono...
– stia tranquilla, signora: è fuori pericolo. è solo molto debole per il sangue che ha perso.
«come: e la polmonite? non era mia, la polmonite?».
– Si riprenderà presto? Posso portarmelo a casa? Posso curarlo io a casa? Non gli farà meglio, stare con noi?
– per ora no, signora...
«uff... meno male».
– dobbiamo fargli andar via la febbre e controllare minuziosamente ogni ora le sue condizioni ematiche. qui è sotto controllo in ogni momento.
«sèeee!, se non scambiate le etichette alle flebo e se non mi divorano i vostri topini lindi e puliti!».
poi l’angelo spiegò che Cheeb era troppo debole per comunicare con il mondo esterno, e che sarebbe stato meglio lasciarlo riposare, ma la madre insistette per rimanergli un po’ accanto.
– Grazie, dottore. Come vi chiamate?
– Angelo Middurielli, signora. molto lieto.
«cazzo, come ha detto che si chiama? Angelo? andiaaamo, sceneggiatore dei miei coglioni, questa te la potevi risparmiare, che stronzata, dàaaai, Angelo, ma non farmi ridere, cazzo santo islamico, io qui immobile e tu mi scrivi ‘ste storie!».
con sua madre seduta accanto, Cheeb tentò per due ore di usare mezzi esp e medianici per comunicare con lei, la persona che gli aveva dato la vita e che lui, in 23 anni, aveva così poco beneficiato di affetto. ma la madre non era una medium.
«ma’, non guardarmi in quel modo. ti prego. condizionerai il resto della mia vita».
lei lo fissava in pena, accucciata sulla sedia nel suo collo di pelliccia, osservando di tanto in tanto la flebo che pendeva sul letto ed i polsi fasciati di suo figlio. ogni tanto strombonava il naso in un kleenex, poi riprendeva ad adorare in silenzio.
«cazzo, impara, Charmsh: ecco come si ama».

– ahh, ah, ah, ah! ah! ah!
– hu, hu, hu, hoooahh, ha ha ha!
– ha! ha! ha!
– ha! ha! ha!
– ma vi rendete conto? io soffro e voi ridete?
– certo, è per tirarti su.
– per tirarmi su? e questo sarebbe il modo? sfottermi?
– sicuro, ha, ha ha hah!
– già! ha, ha, ha, ha!
– scusa, ha, ha, ma non ce la faccio. ha, ha, ha, ti può sembra re che non abbiamo limite, ma (ho! ho! huauh!) ma ridiamo senza freno, è più forte di noi, ha! ha! ha! ha!
– porcabbuttana, ma tu guarda!
– eh, eh, eh, non te la prendere.
– già, non te la prendere, ha! ha! ha! ho la morte nel cuore per te, sono veramente a terra, ma non posso smettere. non so cosa mi prende – disse, mentre il suo viso si trasformava in una corrucciata maschera di disperazione, con le lacrime che colava no sulle guance, fino al mento, giù fino al collo.
– ma ti vedi? di', ti puoi vedere?
– no, ho, ho, ho, ho!, non posso vedermi! ha! ha! ha! ha! ha! cristo, non so che succede, accidenti, sto male, ha! ha! ha! malissimo ha! ha! ho! ho! ho! – rispose, e si inginocchiò in una figura di sofferenza assoluta; il pavimento stava cominciando a ingoiarlo, e lui mi guardava ridendo.

arbeit macht frei, ore 8,50, Ufficio di Collocamento in una periferia accaldata della città maledetta e affranta.
«cazzo, poteva darmi appuntamento da un’altra parte, ‘sto scemo?» pensò Cheeb Charmsh che-cazzo-di-nome. Geco non si vedeva da nessuna parte; e come poteva vederlo, in quel macello di giovane carne meridionale?
un assurdo inferno mensile: timbrare il cartellino rosa della disoccupazione, un solo giorno al mese, ventimila persone, forse di più, concentrate attorno a un solo ufficio. una bolgia mai vista, da esodo biblico, dietro a un atto automatico di falsa speranza. neodiplomati, ultratrentenni, sfaticati qualunque, puzza di ascelle e di piedi, vestiti da mercatino e da boutique, capelli e occhi di tutti i colori, accenti di tutte le fatte, un calderone di gomiti schiacciati sui fianchi e aria irrespirabile.
– ’sto marocchino di merda! – disse una voce sui 25 anni. il marocchino era l’impiegato addetto alla timbratura, l’unico impiegato di quell’ufficio impegnato in quell’atto ingrato, in una stanza al primo piano dell’edificio; la pelle di colore scuro e i capelli ricci e neri, lo sguardo di chi sta per vomitare e maledice il momento in cui è nato.
– chi è stato? – disse l’impiegato “marocchino” – porca miseria, ne ho fin sopra i capelli! – urlò, e si alzò dalla sua scrivania, spingendo e sgomitando nella folla, sparendo poi dietro una porta maculata di impronte untuose vecchie di anni. dalla massa si levò un “buuuhhh!” gigantesco, mentre alcuni cominciavano a battere i pugni sulle pareti e i piedi sul pavimento. l’intero palazzo sembrò tremare, e la folla traboccante e sudata iniziò a ondeggiare ritmicamente, preoccupando seriamente i vigili impegnati a sbrogliare il traffico nelle tre strade adiacenti, straripanti di gente. risate, lacrime, bestemmie, «ma che schifo», alcuni cominciarono a sfollare, altri innalzarono i loro cartellini rosa sovraccarichi di timbri nuovi e antichi tutti uguali — timbri di dogane di Isole Che Non Ci Sono — e urlarono frasi che si persero inutilmente nell’aria satura di decibel.
Cheeb stentò a rimanere in piedi, anzi si accorse che sarebbe stato impossibile cadere, perché ormai tutti quelli rimasti nell’edificio si reggevano uno sui gomiti dell’altro, una nuova legge fisica — la Tensione Superficiale della Disoccupazione Ufficiale, per ordine della quale un’orda di individui resta a galleggiare in un ambiente finché c’è qualcuno a un capo e qualcun’altro all’altro capo che resistono contro una parete senza soffocare. «accidenti a me, dovevo immaginarmelo!» pensò, e si rese anche conto di aver perso da qualche parte i due floppy che doveva dare a Geco. accanto a lui, una ragazza dai capelli neri e ricci con una camicetta bianca con fiori neri, non molto al passo con la moda, stava digrignando le piccole mascelle contro gli zigomi e gli zigomi contro le borse degli occhi, in una maschera di sofferenza; schiacciato contro di quella, un ragazzo esile e ossuto con i capelli castani e il volto divorato dall’acne, che le alitava in faccia con gran disgusto di lei. era dappertutto così, dentro l’edificio dell’Ufficio di Collocamento. una folla di dementi sfottuti dalla Burocrazia del Vano e dell’Insulso, che non avrebbe mai dato a nessuno un posto di lavoro ma li richiamava puntualmente là ogni mese, a fare il Pesto di Meridionale.
– l’unica speranza, ora, è che il margine della folla più vicino all’uscita riesca a svincolarsi verso la strada... se però in strada gli altri non premono per entrare! – disse Cheeb alla ragazza, che stava per cominciare a piangere. quella non lo guardò nemmeno. – pensa, io non sono qui per il timbro, dovevo solo dare due floppy a un mio amico, e li ho pure persi! – continuò. ma la sua voce fu scavalcata da un nuovo, più intenso “buuuhhh!” da stadio, che montò fino a riempire la città, la penisola, il continente europeo, l’intera partita di calcio che è il mondo.

Mediterraneo contro Meneghina Realizzazione.
Abbandono Solare contro Frenetici Ritmi Produttivi.
uno dei due era il Bene, l'altro il Male. ma quale dei due?
e che importanza aveva, dopotutto, essendo entrambi costruiti intorno al Nulla?
– vieni a cena da me? – le chiese Cheeb, richiudendo tutti gli strumenti nella cartellona semitrasparente.
– oh? perché no? – sorrise Lorelei da sotto i suoi occhioni azzurri. – non ho tanta foglia di ku-ccinare, sta-ssera.
uscirono dall'edificio che pioveva, ore 22,40, il tram tardava, la ragazza austriaca diede un doppio giro di sciarpa intorno ai suoi capelli biondo-oro. Cheeb si strinse nelle spalle.
– certo, è tiffi-ccile per te, che fieni tal sole! fero, Cìb?
– uh, non me ne parlare. comincio a soffrire di reumatismi.
– co-ssa ssono, rem-a ss-mi?
– sai, quei dolori nelle ossa — oh, ecco il tram, finalmente — sai quei dolori che sembra che le gambe brucino di freddo...
– pruciare ti freddo è una pella fissualizzazione!
– eh, già, quello. giù da noi, in questo momento, ci saranno dodici o quattordici gradi.
– ma fa! fero? a Klagenfurt ci ssono totici cradi sottozero!
– l'opposto. vedi? noi ci troviamo quasi nel mezzo: siamo a zero gradi, in questo momento.
– nein. siamo a kuattro o ccinque ssotto lo zzero.
– va beh, dài, era una metafora. però forse è più giusta così. Reggio Calabria è molto più lontana, di Klagenfurt.
– kossa è, mettàffora?
– lascia stare, Lorelei... quando c'è una parola che non capisci, scivolaci sopra. o passeremo la serata a fare traduzioni.
– oh. okay.
dopo più di un'ora entrarono nella stamberga di Cheeb.
– mettiti comoda, che preparo due gamberetti come non li hai mai mangiati. vuoi un whisky, o un brandy, o che?
– crazzie, un fuiss-ki – sorrise Lorelei, togliendosi il cappotto cremisi. Cheeb accese il calorifero e ringraziò il cielo che il coinquilino avesse il turno di notte. azionò il mangianastri con una cassetta di musica rock. la ragazza osservò le tele alle pareti.
– co-ssa sono? arte minimale? hai fatto tu?
– quelle? oh, niente. uno scherzo della mia anima malata.
– sono pelle, ssai? kuelle con aerocra-ffo, mein Gott, ssono molto pelle. più pelle ti altre, troppo ssemplici. mi pia-cce molto, aerocra-ffo, tefo imparare u-ssarlo pene. nel procramma di Tecniche faremo aerocra-ffo, non feto ora ti kominciare. tu tofe lafori? in a-cenzia ti pupli-ccità?
– ti piace il curry, Lorelei?
– ssì. ko-ss'è ke stai cu-ccinando? puon proffumo!
– in questo momento sono senza lavoro. ma forse è un bene, così riesco a seguire meglio il corso.
– io laforo in stutio ti pazzi! facciamo motellini in kartapesta e in kreta, motelli ti monumenti i-ttaliani famosi, Kolosseo, Pina-ccoteca ti Prera, Uffitzi, e kueste cose kuì. proprietario è kompletamente ffuori ti testa: cioca con automopiline telecuitate, ce le fa passare fra pieti, tice che è moto ti tistrarsi mentre cerca nuofe itee. e altri non ssono meglio. tutti pazzi. li-ccuiti.
– i creativi sono gente strana. ma è tutto un atteggiamento, Lorelei. guadagnano troppo, per quel che valgono realmente.
– ccià, kua a Mi-llano cirano troppi ssoldi. I-ttalia è un paese ti crande spre-cco. cci ssono un ssacco ti stu-ppidi.
– in Austria come si vive?
– oh, la cente è con testa kuatrata, sai? è paese molto arretratto, in mentalità. cente kiu-ssa alle nofità. una crante noia.
– come la mia Calabria, insomma. che cosa si dice da voi, della Calabria? se ne parla mai?
– Kalapria ucuale Mafia. tonne festite di nero, ke non parlano. lu-ppara. il Patrino, inso-ma. è tifersa, ti ko-ssì?
– completamente diversa, Lorelei. vedi, il problema è che i giornali e la tivù mostrano solo il peggio, i problemi più grossi, ma questo è solo l'un per cento, della Calabria. voi siete abituati a vedere donne con i veli neri e paesini deserti, pieni di vecchietti, e cadaveri di gente appena ammazzata. ma non sapete nulla di tutto il resto. delle spiagge meravigliose, dell'ospitalità, della cucina mediterranea, degli artisti e dei poeti...
– ma fah!, una mia amica ha tetto ti non esserci nemmeno un alperco, su tutta costa kalaprese... un turista ke fiene ciù in Kalapria ke tefe fare? non c'è tiscoteca, non c'è spettacoli, non c'è anima-zzione, non c'è fisite cuitate a musei...
– sì, questi sono altri mali, della Calabria... beh... uh
– siete razza di cente stù-ppita, anche foi: in I-ttalia, è tutto spre-cco ti risorse è tutto spre-cco ti ssolti. a nort e a ssut. se austriaci o teteski afere kuello che essere in fostra terra, sarepero rickissimi. come Kalifornia o Florita! foi i-ttaliani siete tutti fiziati, picri, come ssi tice: non fiene parola...
– pronti i kamperetti: leccati la pocca, Lorelei!
cominciarono a mangiare.
– mmh, puoni feramente! prafo, terrone.
– ah, quella parola l'hai imparata subito, eh?
– in ogni pae-sse, nort otia ssut. ma kuì è più strano: kuì ssono tanti ti ssut, ma kuesti ssono più arrapiati ti altri ti nort.
– cioè, quelli del sud trapiantati al nord?
– ssì, kuesti sono molto più arrapiati ferso ssut. è strano.
– sono più arrapiati perché il loro sud li ha costretti ad andar via. lo odiano per questo.
– anke tu?
– no. io non ho nessun odio per il sud. la gente è uguale dappertutto. cambiano i difetti, ma sempre difetti sono.
– molto ciusto, kuesto. ognuno resta lecato a ssua terra. ognuno ha ratici molto forti. e non potere eliminare ratici. kuesto fino è ratice molto forte! mantoniko ? ti tofe fiene?
– è un fino del sud. ma non è molto forte, è che voi austriaci siete troppo abituati alla birra, e l'uva buona vi uccide.
– forse fero. però mi cira testa, wow.
Lorelei si stese all'indietro, quindi si allungò verso il cappotto e prese un pacchetto di Camel. si accese una sigaretta e poggiò il pacchetto sul tavolo, osservando Cheeb.
– hai ocki pellissimi. ssei pruno con ocki atzurri, uno shock.
– grazie. "shock" non me l'aveva ancora detto nessuno.
– molto pelli. hai fitanzata, ciù in Kalabria?
– no. e tu, su a Klagenfurt?
– oh, niente ti serio.
– voi siete famosi per la libertà sessuale, no?
– e ko-ssa c'entra sesso?
– uh, niente, volevo dire che voi... lascia perdere.
– sie-tte foi, kuelli famo-ssi per sesso. i-ttaliani ti ssut sono più famosi tel monto, ja? i-ttaliani fanno meglio!
– tutta una favola. io non lo faccio meglio di un austriaco, o di un francese o di un inglese. beh, forse di un inglese sì.
– è fostro ssole. è colpa ti ssole, e ti aria. è pizza, spaketti, pass-taciutta, kaffè ess-presso. è kultura romantika.
– no, è che noi conosciamo il trucco delle chiappe strette!
– ah, ah, ah!, kossa è, kuesto? ah, ah, ah!
– sìiii, non lo sapevi? noi sappiamo stringere il culo nel posto giusto, per fermare il... sì, insomma, il momento.
– ho! ho! ho! mi fai morire ti ritere!
– nooo, e che c'è da ridere? non lo sapevi?
– hi, hi, hi, tài, no, timmi ko-ssa è kuesto?
– eh, eh, eh, «cazzo, 'sto mantonico era veramente forte! è completamente cotta, e pure io sono un po' brillo, ora finiamo a letto: la valchiria vuole l'uccello duro del meridionale!» è un movimento che è stato scoperto in India, qualche millennio fa: basta stringere i muscoli dello sfintere anale in un certo punto, e si blocca il liquido seminale, ritardando l'orgasmo per quanto si vuole.
– ha! ha! ha! ha! ha! ha!
– eh! eh! eh! davvero! credimi, è la verità! he, he, he!
– ha! ha! ha! ha! ha! ha!
– non ridere! uh, uh, uh, minchia!, non mi credi?
– ha! ha! ha! ha! ha! ha!
– ma che ti ridi, vaccona? ho, ho, ho. è vero, te lo giuro.
– ha! ha! ha! ha! sei fenomeno, tu!
– macché fenomeno! è scienza, questa, uh! uh! uh!
– ha! ha! ha! hai altro fino ti kuesto? he, he, he, he!
– no, ho, ho, ho, te lo sei scolato tutto, bionda! vuoi whisky?
– sì, ha-ha-ha-ha, tammi fuisski, he-he-hi-hi-hi! hooh-ho!
– cazzo, ma te la stai facendo addosso dalle risate!
– fieni kuà, fieni – disse Lorelei con le lacrime agli okki, tendendo le braccia verso Cheeb. che si alzò ridendo e le si avvicinò. lei lo afferrò dal collo e lo baciò senza esitare. aveva la saliva copiosa e con un tremendo sapore di aceto, ed una lingua veloce e robusta come un anaconda. razza ariana. razza forte e pura.
si trascinarono ridendo fino al letto, si azzuffarono per spogliarsi dei rispettivi maglioni, pantaloni, indumenti intimi.
– ha! ha! ha! hoh, fammi fetere kuesto trucco, atesso! he-he-he-he-he hei, ma tuo coso è upriaco, o ko-ssa? ho-ho-ho.
Cheeb si guardò l'uccello: era terribilmente moscio. tre o quattro dita di carne flaccida. «che succede? che sta succedendo».
– ha! ha! ha! ha! ha! ha! i-ttaliano non fa meglio? NOOO, I-TTALIANO NON FA PRO-PPRIO NIENTE! HA! HA! HA!
l'ex-culturista andò nel panico, smettendo di ridere. la ragazza, grandi mammelle con i capezzoli come chiodi puntati al culo di qualche angelo del cielo, un pube grande quanto una casa, con la parrucca bionda, e le gambe piene di peli rossastri, stava lentamente smettendo di ridere. guardava l'uccello moscio di Cheeb e poi lo fissava negli occhi. poi l'uccello. poi gli occhi. le stava crollando un mito.
Lui stette sopra di lei, guardandosi il coso traditore, poi le guardò il pube alla ricerca di qualche stimolo, senza riuscire a salire con gli occhi fino al volto di Lorelei. quindi si lasciò andare di lato, sconsolato. tentò di pensare a qualcosa di erotico, di pescare nei suoi ricordi qualche scopata eccitante, ma nella sua mente si formarono delle strane immagini. un uomo aveva preso in ostaggio il Papa, all'interno del Vaticano, e gli diceva "ora basta, sono stanco, fammi parlare con Dio, ferma 'sto casino" e il Papa balbettava "figliolo, io..." e quello "voglio parlare con Dio, chiedergli che cazzo di vita è questa, voglio una spiegazione sensata, voglio uscirne, fammi parlare con Dio, con un qualunque angelo timbracartellino, con un usciere del Paradiso, fammi parlare con un cazzo di qualcuno", cose tipo Fermate il mondo, voglio scendere, e il Papa continuava con il suo riff "figliolo, io..." e quello " fammi parlare con Lui, ferma ogni cosa" e il Papa giù con "figliolo, io...", e un cameraman era riuscito a rompere lo sbarramento delle forze dell'ordine, del Sismi, dell'Fbi, della Cia, di Canale 5, di Gheddafi, di Andreotti, di mia madre shockata, e stava filmando tutto. in sottofondo, la colonna sonora della risata di Lorelei.
(– ha! ha! ha!
– ma ti rendi conto? io soffro e tu ridi?
– certo, è per tirartelo su.
– per tirarmi su? e questo sarebbe il modo? sfottermi?
– scusa, ha, ha, ma non ce la faccio. ha, ha, ha, ti può sembra re che non ho limite, ma (ho! ho! huauh!) ma rido senza freno, è più forte di me, ha! ha! ha! ha!
– porcabbuttana, ma tu guarda!
– eh, eh, eh, non te la prendere.
– già, non te la prendere, ha! ha! ha! ho la morte nel cuore per te, sono veramente a terra, ma non posso smettere. non so cosa mi prende – disse, mentre il suo viso si trasformava in una corrucciata maschera di disperazione, con le lacrime che colavano sulle guance, fino al mento, giù fino al collo.
– ma ti vedi? di', ti puoi vedere?
– no, ho, ho, ho, ho!, non posso vedermi! ha! ha! ha! ha! ha! cristo, non so che succede, accidenti, sto male, ha! ha! ha! malissimo ha! ha! ho! ho! ho! – rispose, e si inginocchiò in una figura di sofferenza assoluta; il pavimento stava cominciando a ingoiarla, e lei mi guardava ridendo.
il pavimento era un'intera pianura di specchi, una tundra sconfinata, e Lorelei ci stava sprofondando dentro mentre il disperato chiasso del mondo s'affossava oltre l'orizzonte.
– io ho un incubo, Cheeb – diceva un volto in cielo. grande, pallido, con il sorriso di una madonna sconfitta. – io ho un incubo, piccolo mio. piccola parentesi felice. io ho un incubo. Un Incubo Che Fra Poco Ti Esploderà In Petto.
e quel volto lassù, disperato, cominciò a tossire sangue mentre il cielo se lo ingoiava annegandolo d'azzurro.)
Lorelei si era rivestita. si versò un altro bicchiere di Cutty Sark, quindi indossò il suo cappottino color cremisi. la notte, là fuori, era gelida, ma lei veniva da Klagenfurt, notti cosmiche ancora più gelide, senza un uomo che le incidesse nuove stelle in cielo in nome dell'amore.
– beh, ci fetiamo topotomani a skuola, Cib. non ci pensare. può succetere, no? pekà-tto ke io non ho fisto trucco... forse io non ti pia-cce, no? forse tu pia-cce i-ttaliane, no? ha! ha! ha!
Cheeb non riuscì a dire nulla. la osservava in mutande, dalla soglia della camera da letto. lei salutò e uscì. nel ballatoio, oltre la porta chiusa, il suo "ha-ha-ha" rimbombò ancora una volta.

75 mila lire. era tutto quel che gli rimaneva.
la vincita al Totocalcio, che gli aveva permesso di sopravvivere bene fino a quel momento, si era infine liquefatta. e non aveva un lavoro. ben presto, il conterraneo che lo aveva accolto con sé lo avrebbe buttato fuori. era sufficiente l’arrivo della fine del mese per l’affitto, o la bolletta della luce, o qualche altra scadenza del cazzo. e Fanigle non lo aveva neanche guardato.
lui se ne stava lì, senza nemmeno più riuscire a riposare bene la notte, con quei pochi biglietti di cartamoneta sparsi sul letto; dalla finestra filtrava un po’ di sole atipico l’inquinamento del Novecento stava rivoluzionando le stagioni che, colpendolo, lo faceva sentire come una lucertola impigrita.
disegnare, scrivere, suonare: tanti modi inutili di rappresentare quel mondo che odiava tanto, insensatamente tanto.
c’erano i piatti da lavare. qualcuno doveva pur farlo, e il coinquilino era in stazione a fare qualche lavoro stronzo.
si arrotolò le maniche, insaponò la spugnetta, riempì il lavabo di acqua calda, immerse disordinatamente le stoviglie e le lavò con lenta cura. poi tornò al sole, che aveva cambiato angolazione e adesso colpiva in un punto dove non era possibile sedersi. sarebbe scomparso in pochi minuti dietro un edificio di 45 piani in costruzione. chiuse gli occhi. ripensò all’ultima Teri, e si accorse di non ricordarne per niente il viso. della prima, invece, aveva i lineamenti scolpiti all’interno delle palpebre: era sufficiente abbassarle, per averla davanti.
il sole tramontò sul 45° piano. accidenti all’urbanistica: l’uomo s’è scavato fosse profonde accorciando le giornate di almeno un paio d’ore. non c’è ora legale che compensi questa cazzata.
Teri e lui, in scena all’interno delle palpebre: si stavano rivestendo sulla sabbia di Condofuri e le rispettive astronavi li stavano aspettando, suonando il clacson impazienti, per riportarli l’una su Andromeda l’altro su Lalande, dove dovevano svolgere missioni difficili e letali per conto del governo federale spaziale.
75 mila lire, ai confini del cosmo, affanculo, le cose sono diventate molto più difficili, adesso.
purtroppo noi dimentichiamo: questo ci dà la possibilità di racimolare un po’ di serenità, ma permette poi agli eventi di accadere senza il nostro permesso, deviando la nostra vita, per buona o mediocre o cattiva che sia in quel momento, verso uno stato comunque peggiore. noi dimentichiamo e le cose accadono.
Cheeb Charmsh aveva dimenticato che senza denaro le cose non possono procedere, e non le cose dello spirito o le missioni o i programmi sacri bensì le Cose di Base, quali Mangiare, Bere, un Letto sotto ad un Tetto ed un Bagno Senza Cimici.
la finestra ora spruzzava la prima umidità gelata dentro l’ambiente. arrivava un’altra notte di mancato riposo.
Cheeb tremò per un po’, cieco elemosiniere, poi chiuse le ante e si rese conto dell’ora, dandosi una scrollata. preparò il cartellone bianco con cura raccogliendo tiralinee matite compasso squadrette tempere e blocco di fogli formato A2.
metropolitana, fantasmi incappottati, attese, imbarco, corsa, fermate intermedie, sbarco, risalita all’aperto, fermata, altri fantasmi incappottati, traffico esagerato, tram sferragliante, l’auto con targa meridionale parcheggiata di traverso, due vigili urbani, “sempre loro, ‘sti terroni”, carro attrezzi, il tram finalmente libero, imbarco, finestrini appannati, non parlate al conducente e negategli l’esistenza del caffè espresso, discesa, entrata a scuola. Istituto Europeo di Design, istituzione planetaria di vacuo.
Lorelei gli sorrise, vuotando sul banco la sua scarna borsa. poi cominciò a chiacchierare con Sandra, la veneziana che sedeva alla sua sinistra. il vicentino Willy, capelli rossi cotonati verso il portone d’ingresso del purgatorio e pupille dilatate dalle anfetamine, accese uno spinello per ingannare l’attesa.
– azzsoffìga! – disse Nipiol, di Lambrate, un ragazzone di quasi due metri pieno di acne – che piii-rla! ho scordato il blocco! azzsoffiga, Sciarm!, dài, prestami due fogli del tuo, dài.
Cheeb staccò due fogli dal blocco e glieli diede.
Bergonzoni fece il suo ingresso con piglio sicuro nell’aula, scusandosi per i dieci minuti di ritardo. Danila, milanese impura con ripudiato padre pugliese, lo salutò con cinquanta denti e spense la sua Rothmans; il prof, biondo, occhi castani, giacca a quadretti, cravatta blu, pantaloni grigi di lana con pinces e scarpe di cuoio marroni con la fibia, guardò Willy di traverso e gli intimò con un gesto di spegnere la canna. quello obbedì solo dopo aver fatto quattro profonde tirate fino al filtro. Ornie, ventiduenne di Cesenatico, osservò la scena da sotto i suoi riccioli biondi e sorrise; Ghippa, esilino ma vispo, di Ascoli Piceno, passò una fanzine con i titoli in cirillico a Nerio, ex-tossicodipendente ora inquadrato e calvinista convinto. Maria Rosaria, catanese, grandi occhi neri e grande massa di capelli scuri, le tette più grosse della classe, non sorrideva più da due settimane; il suo fidanzato, giù a Mascalucia, l’aveva mollata a causa della lontananza. Carola, tedesca di Friburgo con bellissimi capelli castani lisci, tentava inutilmente di distrarla.
– l’informazione – attaccò Bergonzoni, senza preavviso e con solennità – è un contenitore per un concetto: nella Comunicazione, l’informazione trasla un concetto da una fonte emittente a una fonte ricevente...
– azzsoffìiiga, prof! freni! – implorò Nipiol di Lambrate – non ho neanche aperto il taccuino!
– da una fonte emittente ad una ricevente – riprese il biondo, titolare di un piccolo studio di esecutivisti al soldo di grandi agenzie, che sfruttava quei Corsi di Grafica per arrotondare. – la sintesi fra informazione e concetto è il Si-gni-fi-ca-to! la pubblicità, perciò, è il contenitore più bello possibile per un concetto spesso infimo, vacuo — se non nullo! la pubblicità, ragazzi, quindi: NonSignificaNULLA!
– azzsoffìiiga, prof!
– cazzo figa cazzo figa e dacci un taglio, pistola! – si spazientì Belfagor, di Asti, grande cicatrice sulla guancia destra. Nipiol abbassò la testa e si zittì. Bergonzoni rise e riprese.
– il pubblicitario, come il grafico, deve spianare i sentieri della comprensione. di più – scandì, allontanandosi dalla cattedra e piazzandosi in mezzo all’aula, con solennità crescente. – deve demolire le montagne e raddrizzare la curva planetaria, in modo tale che l’abitante di Madrid possa vedere quello di Mosca! col binocolo, s’intende, ha ha ha.
nessuno rise alla precisazione.
alle 20,30, con precisione cronometrica, una campana breve segnalò i cinque minuti di pausa. quasi tutti ne approfittarono per scendere al bar e consumare qualcosa di caldo.
Cheeb stava rientrando in classe per ultimo quando, giunto vicino alla soglia, percepì uno strano discorso di Bergonzoni.
– fossi in voi, gli metterei la saliva sul naso, a quel terrone. chessò, per esempio, gli rovescerei “distrattamente” dell’inchiostro su una delle sue tavole, oppure gli farei sparire le squadrette, insomma, lo farei scoppiare in qualche modo.
– ma perché, prof? – sbottò la bionda Ornie.
– già, non è mica giusto – concordò il bestione di Asti, grande consumatore di bagna cauda –, solo perché è del sud? non puzza nemmeno! è uno che si lava, almeno!
grande coro di risate. Bergonzoni riprese.
– sul serio, ragazzi. se non ci diamo da fare per rimandarli al mittente, questi qua, ben presto si ciuleranno tutto il lavoro che spetta a noi di diritto! io ne ho abbastanza, di vedere tutti questi meridionali del kaiser in giro per la mia città! e non posso sopportare che ‘sto tizio sia il mio migliore allievo! non lo sopporto proprio! un altro terrone! un altro ferryboat! coi loro capelli spettinati, con le loro scarpe da ginnastica, con la loro presunzione e la loro pigrizia! io non posso toccarlo, voi capite, nel mio ruolo non posso toccarlo. vi batte tutti di gran lunga, non posso abbassargli i voti più di tanto. perciò spetta a voi, darmi una mano a rispedirlo in Calabria!
Cheeb rimase di sale. si chiese come mai Maria Rosaria, catanese e terrona come lui, non osasse fiatare per difenderlo.
– azzsoffìiiga! – disse Nipiol, squillante – potremmo mettergli le puntine da disegno sotto al culo! così appena si siede salta via dritto filato verso il suo Stretto di Messina!
e gli aveva pure dato due fogli del suo costoso blocco da layout, a quel bastardo di Lambrate.
– sul serio, ragazzi – continuò il biondo figlio di puttana – io gli complicherei la vita, gliela renderei insopportabile. vorrei proprio evitare che il mio migliore alunno fosse lui. vi immaginate a fine corso? vedermi recapitati in regalo formaggi pecorini puzzolenti e cordicelle di salame?
ancora un coro di risolini.
– vedermi arrivare agli esami un treno di parenti vestiti di nero che lo incoraggiano pigghia lu trenta, figghiu?
risate.
– ma com’è che non torna? – fece Willy.
– vuoi vedere che è là dietro che origlia? oh, oh, oh! – disse Danila. anche Lorelei scoppiò a ridere.
– azzsoffìiiga, che sbianco!
Nerio, Ghippa e Carola, i più vicini alla porta, si alzarono e sbucarono con circospezione nel corridoio. non c’era nessuno. tornarono dentro, alzando le spalle.
– che vi dicevo? – s’imbrunì il prof – tutti sicuri di sé, presuntuosi, che viaggiano ai loro ritmi! sarà ancora comodamente seduto al bar, con le gambe a cavalcioni!
Nipiol si avvicinò al banco di Cheeb, afferrò la boccetta di china nera, la aprì; Ornie e Lorelei lanciarono un “no” poco convinto; Belfagor disse “bastardo” ridendo; Nipiol li guardò tutti con la china sospesa sopra le tavole del calabrese, con gli occhi spiritati di un folletto. Carola disse “non farlo, dài”, mentre Bergonzoni si godeva la scena, contento di aver scatenato il male contenuto nelle anime dei suoi proseliti. Maria Rosaria, con il vaso traboccato, raccolse tutte le sue cose e concluse per sempre la sua esperienza milanese. uscì senza guardare nessuno.
– azzsoffìiiga, c’eravamo scordati che i terroni erano due! – rise Nipiol, e si diresse con la boccetta di Cheeb verso il banco della compagna appena uscita.
– fèrmati, Nipiol! – gli urlò il prof, improvvisamente conscio di tutta quell’assurdità – rimettiti a posto e riprendiamo. anche voi altri, dài, tornate seduti e riprendiamo.
lo spilungone di Lambrate tornò indietro ma, all’altezza del posto di Cheeb, non resistette alla tentazione e rovesciò la boccetta sui lavori del compagno.
– ce ne hai messo, di tempo – fece Cheeb dalla soglia, rimettendo piede in classe e andando tranquillamente verso il suo posto. nessuno osò guardarlo, tranne Ornie. qualcuno rise sommessamente. Bergonzoni guardò i suoi appunti, tutto rosso.
Cheeb separò le tavole sporche di china dal resto delle sue cose, che posò nella cartellona bianca. si sforzò di restare calmo, sebbene i suoi arti tremassero di rabbia. si mise seduto con le braccia conserte. prese le sigarette di qualcuno e se ne accese una. spedì due anelli di fumo verso il lampadario.
– non le spiace, professore – disse infine –, se per stasera io non faccio più niente? sono un po’ a terra.
– fa’ pure, Sciarmìsc – rispose Bergonzoni con un filo di voce, fingendo un’aria compassata. – puoi anche andare a casa prima, se vuoi. le tue tavole le avevo già viste: buone, come al solito.
– no, non si preoccupi. resto ad assistere, non voglio perdermi il resto della sua lezione.
alcuni dei presenti si scambiarono occhiate attonite. Nipiol non alzò più la testa dalle sue matite per il resto della serata, e fuggì per primo dalla classe al suono della campana.
a fine lezione Lorelei e Carola si avvicinarono a Cheeb per dire qualcosa, poi rinunciarono e lo salutarono semplicemente.
vento gelato alla fermata, il tram, i vetri appannati, la galleria della metropolitana, quattro gatti, tre militari in libera uscita, lo scorrere delle stazioni, lo sbarco, il selciato scuro, due africani ubriachi, il ballatoio, la triste porta di casa. cena davanti alla tv, il coinquilino a godere di un film stupido collassato da detersivi, whisky, berline, jeans, biscotti, pasta, migliaia di facce felici.

Arbeit macht frei.

la questione meridionale non verrà mai risolta. perché un giovane settentrionale cresce in un ambiente che gli fornisce come modelli lo zio, il cugino, il vicino di casa e il genitore del compagno di scuola, tutti piccoli imprenditori, con le loro piccole aziende con dieci impiegati, impegnati nei loro piccoli business che fruttano piccole centinaia di milioni e piccole macchinone tedesche, e da questi modelli imparano a desiderare una piccola vita fatta di intraprendenza e di fede nelle proprie piccole capacità. più lavori e più sei libero, my friend. questo è il verbo che si impara nel Nord della penisola.

mentre un giovane nato e cresciuto al Sud ha come modelli impiegati, disoccupati, piccoli commercianti e mafiosi. cosa può desiderare per la sua vita, se al momento in cui consegue un diploma per il quale non ha mai studiato, ha imparato solo il verbo "meno lavori e più sei libero" — di fottere il prossimo —?, quale imprinting può trarre dallo zio impiegato delle Poste o delle Ferrovie che entra in ufficio con mezz'ora di ritardo, passa le prime due ore a leggere il quotidiano locale, poi se ne esce un'oretta a prendere un caffè, a comprare quattro bulloni per un lavoretto che sta facendo a casa, quindi torna e si siede davanti a quattro cartelle che aspettano lì da mesi e lì restano per altri mesi, poi fa un giro per l'ufficio a chiacchierare con gli altri irresponsabili come lui, perché in qualche modo bisogna far passare il tempo che lo separa dalle ore 14,00? quale aspirazione di riferimento può trarre dal vicino di casa e dal compagno di liceo, Disoccupati Ufficiali fin dopo i trent'anni, che passano il tempo ad arare con le suole il Corso cittadino, che "fanno concorsi" per "Sistemarsi" con un "Posto Sicuro" — un posto cioè come quello dello zio, alle Poste o alle Ferrovie o altrove, dove passi il tempo a far tutto tranne che il tuo lavoro, e nessuno potrà mai buttarti fuori e toglierti il mensile e la pensione?

la questione meridionale è una questione di modelli. e per questo motivo non potrà mai essere risolta se non eliminando i modelli dalla vista e dall'udito delle generazioni più giovani. ma questo è un ragionamento che porta a Hitler o a Pol Pot e alle deportazioni e ai lager: e perciò in Occidente non succederà mai. il Modello della Responsabilità: è ciò che al Sud è morto.

“Sistemarsi”. “Posto Sicuro”.

Arbeit macht frei. già: ma alla fine, chi paga? chi riceve il conto di questo andazzo? nessuno è mai responsabile di nulla. quando i problemi vengono tagliati a fette, disarticolati, scomposti in decine di problemi più piccoli che non hanno contatto tra loro, ecco che viene distrutto il Modello della Responsabilità. è in base a questo schema, che si sono potuti uccidere milioni di ebrei negli anni Quaranta. nessun capo nazista si sentiva responsabile di nulla, nessuna soluzione finale dinanzi a lui, poiché non faceva altro che obbedire a tanti, piccoli, sminuzzati ordini altrui. e oggi la distruzione del Modello della Responsabilità si applica ingegnosamente e sistematicamente in ogni campo. un tempo, se in un paesino una persona cadeva in terra, tutti accorrevano per aiutarla, per chiamare un medico; ma quando ora qualcuno cade in una grande città, nessuno arriva in soccorso perché tutti pensano che sia compito della polizia, dei pompieri, dell'ospedale più vicino, delle istanze di Solidarietà burocratiche e anonime per le quali tutti pagano una quota di tasse e che però, cazzo, accorrono sempre troppo tardi.

da ciò nascono la questione meridionale e la morte di ogni speranza per il Sud: dal fottuto sminuzzamento delle responsabilità e dal seppellimento della solidarietà reciproca. il “posto” è “sicuro” perché la responsabilità di cacciarti via, te, insignificante parassita, è stata occultata in un luogo irraggiungibile.

il tempo di smettere di giocare non arriverà mai.

Caro Geco,
mi rendono molto allegro gli Ismi in voga in Italia in questi anni Ottanta, e peculiarmente in città come queste del Nord, Milano, Brescia, Torino.
Il sogno americano trapiantato con mezzo secolo di ritardo a queste coordinate politiche; un sogno la cui falsità è stata dimostrata da un pezzo e che pure si spaccia meglio della marijuana. Droga demagogica, Gecuzzo: allucinogeni sociali sfavillanti come la perfetta, desiderabilissima confezione sovraccarica di lustrini e colori e promesse, che fascia il Vuoto.
Ottimismo, Funzionalismo, Positivismo, Dinamismo. Nuova Estetica — il “pacco” che contiene “nulla” —, Professionalità, Produttività, Managerialità, Obiettivi, Posizionamento, Gestione dell’Immagine... uh, Geco: non sai quanto potrei continuare!
A occhi chiusi, immagino di fare una leccata di passera, e invece sto facendo un pompino all’alluce di una salma.
È esilarante, poi, guardare invece all’altro capo del Paese, quello “nostro”, immerso nel Mediterraneo. L’immagine del cunnilingus — sai cos’è un cunnilingus, no? — c’è, e anche gli occhi sono chiusi, ma quel che avviene è che sto succhiando il buco stercoso del culo, a quella salma putrefatta. Le due immagini, l’una trita e ritrita del manager settentrionale in ventiquattrore vestito griffato e lampada abbronzante, e quella ancor più stereotipata del meridionale, abbronzato di sole vero e nient’altro, sonnecchiante e pigro. Due icone contrapposte, ma l’unica differenza, Geco, è che il “Sudicio” succhia lo sfintere asmatico mentre il “Nordicio” succhia l’alluce. Della stessa salma.
Dovremmo trovare la forza di piazzare una carica di dinamite in fondo al buco del culo del mondo, invece di spararci nei coglioni con bazooka caricati ad aghi.
L’immagine del Buco del Culo è un grandioso simbolo. Forse è l’UNICO SIMBOLO. È la semiologia di base. È la Porta della Percezione. È l’Istmo dei Sensi. È un vicolo cieco profondo anni luce. In ultima analisi, è l’Entrata dell’Anima.
IL BUCO DEL CULO È LA PORTA DELL’ANIMA.
Questo è il senso profondo della vita, nascosto a tutti.
È la letteratura che nessuno ha mai voluto scrivere esclusi Celine e Bukowski, e John Fante, uno che tu non conosci, l’ho scoperto qui in una libreria molto fornita del centro. È la Summa dell’Arte, poiché è la summa del ruolo dell’uomo, della sua costante commedia tragicomica.
Suona, chitarrista, suona il blues, che hai ragione.
Non è che qui si stia male, Geco: non voglio dire questo. Anzi, qui si sta TROPPO bene, se guadagni abbastanza: funziona tutto, i servizi comunali, la nettezza urbana, i postini ti consegnano la posta, gli impiegati lavorano veramente, un lampione rotto non resta rotto per eternità pirandelliane ma viene aggiustato il giorno dopo. E vedi mostre, concerti, sfilate. Superfighe nei locali. E nei negozi di abbigliamento e nei supermercati non paghi le cose il triplo del loro valore.
È la gente, che fa ancora più schifo di quella del Sud.
Questo Paese ha il limite di demarcazione fra Occidente e Terzo Mondo, un limite che non si sa bene a che altezza — Firenze, Bologna, Roma — collocare, ma è sicuro che se ci nasci al di sopra sei potenzialmente capitano d’industria, se ci nasci al di sotto sei potenzialmente uno zero. Questo cazzo di “stivalone”, che quell’incosciente di Garibaldi s’è ostinato a mettere insieme (con lo sputo) come i cocci di un vaso rotto, è simile a quel carro che si dovrebbe trainare uno avanti a tirare e uno dietro a spingere: quello davanti effettivamente rimorchia, quello del Sud in realtà è andato a sedersi dentro il carro. Eh, noi siam più furbi!
Continuiamo a spararci ai genitali con bazooka caricati ad aghi.
L’unica persona che forse ha mai avuto veramente le palle è morta duemila anni addietro su una croce, Gecuzzo. Il resto è poco meno che cacca secca. Non c’è differenza, fra Sud e Nord.
Perciò, bèccati questa piccola Storia Dell’Occidente!
Scena: foreste. Data: 15 milioni di anni fa (la sto gettando come viene). Le scimmie vivevano sugli alberi di queste splendide foreste; senonché il clima si raffreddò, e queste scimmie scesero dagli alberi e si inoltrarono nelle savane. La fame le obbligò a rivaleggiare con fiere meglio attrezzate per la vita sul Terreno: queste tribù di scimmie dovettero restare unite, vigili, solidali. E, per mantenere tale coesione, non era possibile che nel periodo di ovulazione e calore delle femmine i maschi dovessero battersi fra loro per fecondarle, diminuendo il potenziale di difesa. Così la tendenza coniugale ebbe la meglio, e si formarono coppie “stabili”, di durata superiore al periodo di calore. E l’evoluzione inventò qualcosa per gratificare questa fedeltà: il Sesso.
Il piacere sessuale divenne appagante attraverso tutti i mezzi possibili. La Natura, figlia di puttana, moltiplicò i segni dell’attrazione e dell’eccitazione (colorazione delle labbra, ingrossamento dei lobi delle orecchie, ingrossamento dei seni femminili che divennero il secondo culo, visto che il primo, principale stimolo per gli scimmioni, non era più “in voga” perché la posizione ora era eretta, e infine ingrossamento e rigonfiamento del pene, che, da minuscolo osso penico, così poco elettrizzante nei “giochi”, divenne il membro spugnoso di adesso). In più, come “fringe benefit”, aumento della durata del coito e ipersensibilità degli organi sessuali. Il pene umano ebbe origine da questa pervicace volontà dell’Evoluzione di “far piacere” il piacere.
Qualche altro milione d’anni, e questo membro pieno di sangue e “corpi cavernosi” diventò il FALLO scolpito in tutte le caverne dell’Uomo di Neanderthal. Immagine di Potenza, Fecondità, Piacere. Attento, amico mio: è qui che è cominciata la Fregatura.
E vennero i culti di API, il toro incalorato, PRIAPO, DIONISO, cultori dell’orgia. Avevamo appena cominciato ad APPROFITTARNE, del premio-fedeltà.
A quel punto vennero consegnate a Mosé le TAVOLE DELLA LEGGE, incise per “incanalare” e controllare questa prorompente ENERGIA FALLICA. Il motore dei nostri guai era in moto.
L’ANTAGONISMO DI BASE CHE HA FATTO DA INCUBATRICE ALL’OCCIDENTE DI OGGI: la Legge Divina contro il Cazzo!
Chiaro il concetto? La nostra Società non è altro che questo.
Una legge divina sempre regolarmente sconfitta. Hai voglia, a mandarci le pesti, o l’Aids: Jehova legifera sul Sinai, ma il popolo adora Api, il vitello d’oro col grande Fallus scintillante!
L’unico vero Simbolo di Potenza su questo fottuto pianeta, altro che le Testate Atomiche o i Dollari!
Non c’è nulla da fare, care femministe, care donne manager milanesi, care tutte voi che nascete “sulla riva della Fica”: il dominatore è Lui, sua ONNIPOTENZA il Creapopoli. Si gioca tutto sullo sfruttamento: i maschi ce l’hanno, le femmine lo sanno sfruttare. Niente di cervellotico, è tutto molto semplice, istintivo.
È il perno a centimetri su cui gira l’universo intero.
A che serve parlare di management, di colibatteri, di macroeconomia, di Seconda Guerra Mondiale, di Freud, di koinèmi, di Hiroshima, di Cambridge, di Arafat, di consumismo, di democrazia, di pace, di Etiopia, di cinema, di marketing, di Pinochet o Pieter Botha o Israele o Golfo Persico o mujaheddin o BR o feddayn o ETA o centrali nucleari etcetera etcetera?
IL CAZZO.
L’unico Verbo Reale del Mondo.
E che Dio mi fulmini se mento: quella è la MOLLA COSMICA
é l’Erbavoglio
è il SUPER-IO.
Ci domina tutti, irridendo i nostri inutili tumulti spirituali, morali, etici, e il fottuto Cogito Ergo Sum.
COITO, ERGO SUM. Se non fotto, non sono.
Trovami un cazzo inferiore ai 13 centimetri, Geco, che abbia scolpito una riga di una qualche importanza nell’Enciclopedia Umana. E trovami anche una donna che non lo abbia tradito.
E se stai ancora leggendo, Geco, ti dico ancora di più:
LA FELICITÀ ESISTE.
È una coppia donna-uomo che ruota intorno a un patrimonio penico superiore ai 18 centimetri, perché, malgrado il Punto G sia più in basso e l’orgasmo “qualitativamente migliore”, la femmina, amico mio, vuole lo “sfondamento”. Vuole il miglior approccio alle ovaie, sicurezza di Riproduzione. Lei è stata nominata custode della perpetuazione della razza.
Il Godimento Sessuale, ereditato dal “tentativo” di cui sopra, è la base della felicità. Sia dell’uomo, che nel genere umano ne usufruisce la potestà, sia della donna, che DI FATTO ne usufruisce al meglio. Dico del “genere umano” perché ad esempio negli ippocampi (guarda che salto!) è lei, ad avere il Coso. Non lo sapevi? Già: ha un coso che, nel periodo giusto, allunga le uova in una sacca del maschio, dove risiedono gli spermatozoi, ed è in quella sacca, nel maschio, che nasce il SEGUITO.
Non è meraviglioso? Superbamente splendido? Prendi gli organismi unicellulari: la cellula si divide in due cellule identiche (1 = 2 identici), mentre noi umani abbiamo 2 = 1, ovvero 1 + 1 = 1, e tanti saluti alla matematica, scienza per fessi. Basta saper leggere queste relazioni, per capire la purezza degli animali e l’insipienza degli uomini: “da 1 hai 2”, cioè è l’Unità Pura a generare altri individui, mentre “1 più 1 fa sempre 1”, cioè due unità distinte e separate, avvicinate per un attimo, ne generano una terza, ma tutt’e tre sono condannate per sempre alla Solitudine.
Dio stava giocando con le stelle, poi d’improvviso s’è ritrovato ‘sta razza umana, e, non sapendo come raddrizzare l’errore, ha provato varie soluzioni (il Diluvio, Mosé, suo Figlio, l’Aids) senza successo. Pensa che guerra ridicola: l’Onnipotente contro un cannellone con tre cilindri molto vascolarizzati di tessuto spugnoso, lo Spirito Supremo contro due cilindri cavernosi sovrastati dal Glande, un porcone accoccolato in una marea di stimoli e sistemi idraulici... Ma ci pensi? L’Entità Più Alta combatte infruttuosamente contro roba che si chiama “Nervo Erettore di Eckardt” oppure “Arteria Pudenda”! E tu ancora ti affanni con cose tipo Cercare Lavoro o Progredire o Credere o Rubare — pensa al tuo Totem Scopatorio, invece, che sta combattendo con successo una battaglia di portata cosmica!
Eravamo così felici, lassù, sugli alberi, a mangiar banane! Se era venuta una glaciazione, bene, potevamo aspettare che venisse una RISCALDAZIONE: avremmo avuto MINORI PERDITE, che non dalle guerre puniche o dallo sterminio ebreo.
Oggi ci troviamo ancora nel bel mezzo della partita “Dio contro il Cazzo”, e io e te non vivremo abbastanza per sapere come andrà a finire.
In conclusione, Gecuzzo, vorresti pure sapere com’è Milano e come me la passo? Okay, ecco: mi trovo nel bel mezzo di una mega-illusione. Tutti impazziti per le apparenze e per il denaro. È una città che viaggia cento, mille, diecimila! volte la nostra velocità. È l’America in Italia, Geco: una cagata dorata. Ho il mio piccolo lavoro malpagato, trovato peraltro subito, fatico fino alle sette di sera quando va bene, e ho appena il tempo per prendere due tram e arrivare al Corso di Grafica, dal quale esco alle dieci e mezza, altri due tram e la metro, e sono a casa a mezzanotte circa: là decido se mangiare, lavarmi i calzini, scrivere, o andare a trovare qualcuno. Se dormo tre ore per notte è assai.
Ma per ora va bene così. Mi son dato altre scelte?
Bacioni da Cheeb. Scrivimi, se ti va. Se non ti va, amen.

l’atmosfera era da cattedrale, fumosa. carta da parati rossa, un po’ demodé, specchi con cornice in ferro battuto, molti divani. una folla uniforme come una colla blu-notte intorno ad un palco illuminato da spot verdi azzurri e rossi, sul quale sei tizi alla moda suonavano del jazz molto cool accompagnato da batterie elettroniche molto fuori posto per i raffinati timpani del nuovo arrivato Cheeb Charmsh.
notte metropolitana del Novecento Avanzato. aveva dimenticato la faccenda della barba. si guardò intorno andando a ritmo con la testa. nella gente, tutta giovane, la stessa indifferenza riscontrata nella metropolitana e nelle strade del centro. identica in tutte le città con più di un milione di anime.
Una mano gli passò uno spinello, avvizzito fumante profumato e amichevole: l’erba o l’hascish fasciati nella carta come il corpo di una donna in un vestito da sera di due taglie più piccolo. lo prese, lo guardò, poi lo inoltrò subito dal lato opposto, e si avvicinò al palco senza bisogno di sgomitare. l’aria era rilassata. osservò gli strumenti. il tastierista aveva lo stesso synth del suo amico Ghiaccio-di-luna. il tipo in velluto nero e strass dedito scrupolosamente e con studiata disinvoltura alla batteria elettronica dava l’impressione di sentirsi molto soddisfatto del suo ruolo in quel pezzo, e ogni tanto, con gli occhi a tartufo, gettava un’occhiata pregnante al bassista. il quale suonava il suo Steinberger senza tasti e senza paletta, molto Anni Ottanta, con professionalità e distacco. aveva un bel tocco, sulle corde, in svisate fretless. e aveva gli occhi arancioni: doveva esser fatto di qualcosa di potente. ma teneva il ritmo e slappava benino. il chitarrista stava seduto su uno sgabello e prendeva degli accordi samba sulla sua sfavillante Gibson, ma senza la disinvoltura di un bahiano; era vestito di rosso-ambra ed aveva i capelli, dello stesso colore, pettinati lunghi su una tempia e con il lobo parietale opposto completamente rasato. c’era poi un percussionista rasta con parte del look dark: un nonsense che doveva far molta presa sulla parte femminile del pubblico. era attrezzato con maracas, timbales, tam tam, campanelli, tamburelli e uno strano pentolone ammaccato, forse solo di coreografia.
davanti a tutti, sul limitare del palco, dove la moquette sfilacciata da troppi calpestii lasciava intravedere le assi di legno sottostanti, il sassofonista regnava con il suo tenorino giallo-oro; ai suoi piedi, una sfilza di custodie aperte con armoniche a bocca e flauti. era il protagonista, il poeta, il pifferaio magico, l’annunciatore della Notte degli Oscar. gli occhi tormentati da una tempesta emotiva che sentiva solo lui, immerso in trini verdi e viola, gonfiava le guance in modo esagerato ed opportuno, conducendo il fervore del gruppo e il ritmo e la nozione dello spirito e il Grande Mantra Individuale. era la rockstar. doveva essere uno di quei frustrati che solo la notte possono sfogare il loro ego egemone e vibrante. la crosta terrestre pullula di questi elementi. doveva sentirsi contemporaneamente l’incarnazione di John Coltrane e Charlie Parker, ma alle orecchie smaliziate di Cheeb risultava come se i due Sommi si fossero reincarnati per suonare dal buco del culo. deprimente.
si allontanò dal vivo di quel jazz-metropolitano-Ottanta-Milano-in-una-notte-senza-scopo, senza riuscire tuttavia a scrollarsi la pioggia di note dalla membrana esterna dell’anima. al bancone del bar altri due spinelli passarono nelle sue mani come zingari in cerca dell’ultima tirata, quella del filtro di cartone, che lui non fece, passandoli al vicino. origliò nella folla.
– va’ da’ via’l cül, pirla, il Gianni s’è tartufato la tua Melissa senza che tu (sax-tenore in assolo) e poi mi vieni a dire (synth in accordi chorusati) con la Michela che s’è piullata il (sax) senza che il Mario (chitarra, bella sequela di accordi bossanova)...
niente di importante da annotare sui taccuini della Storia.
avrebbe potuto salire sul palco, fermare il concerto, ammazzare il sassofonista, impadronirsi del microfono e rivelare a quella gente la Verità della Spugna Blu e del Grande Nulla.
una tizia dagli occhi azzurri e dai capelli corti imbrillantinati venne fuori da un mucchio di marmotte vellutate e miagolanti e si fermò davanti a lui. aveva i seni prosperosi raccolti in cima ad un vestito nero, lucido e attillato. un bel pezzo di figliola.
– ciao – sorrise senza pudore – non ti ho mai visto, qui.
Cheeb sorseggiò gli ultimi accordi di sax e daiquiri. «che schianto di ragazza! e non ho una cazzo di lira per pagarle da bere».
– sono un extraterrestre, e non mi piace il vostro jazz... avevo sentito di meglio, in orbita, trent’anni fa. forse ho deciso di scendere nel momento sbagliato. tu che dici?
– scusa, puoi ripetere? non ho sentito un tubo, che caos.
– ho detto che negli anni cinquanta c’ERA MUSICA MOLTO MIGLIORE.
– oh, ne sono convinta! ma dove hai preso quello sguardo magnetico? in orbita?
– no, è un dono dei mercanti di Mekbuda. «dài, dài!, cambia registro, fesso! sempre a tirar fuori le tue stronzate originali!». hai un bel vestito, sai? hai un bel tutto, hai proprio un bel “tutto”, già, sembri venuta fuori da un film. ma sei vera? o il barista mi ha vuotato il portafogli riempendomi di roba strana?
– ahha-ah, grazie. sei molto carino. di dove sei? Roma?
– già. perché, si sente così tanto?
– solo un po’, solo un po’ beh, ti piace il locale?
– hmm, sì e no. la birra è buona, i cocktail un po’ meno. così ho deciso di piantarla per stasera, anche perché non ho dietro la carta di credito. «ma smettila, si vede lontano un miglio che menti, eppoi ha già capito che sei uno spiantato. perciò stop».
– è di un mio amico. bravo ragazzo. si merita il successo.
– già. hmm. «di’ qualcosa, scemo. non startene zitto». ci vieni spesso, quindi. «molto originale, questa! che bel dialogo!».
– oh, non proprio. si gira, sai. come immagino anche a Roma. conosci quel locale vicino Piazza di Spagna, eh, si chiama...
«già, come si chiama? e adesso che fai? non potevi dirle di essere di Ancona, o di San Benedetto del Tronto?! ora come ne esci?».
– è vicino Piazza di Spagna, è famoso! – continuò lei.
– il “Ferraiuolo”? – improvvisò Cheeb.
– no, no.
– “Barnaba il ladro”? – perseverò ancora lui.
«cazzo, “Barnaba il ladro”? da dove t’è uscito? oh, oh, oh!»
– beh, non è importante – si arrese lei, finalmente. – come si vive, a Roma? meglio o peggio, che a Milano?
– fa più caldo, e c’è meno stress. ma a me non piace.
– senti, perché non mi segui e mi spieghi meglio tutto?
– con muîto gôsto. «eccola là che mi ha agganciato! ».
– eh?
– ti seguo, tizia. «il mondo alla rovescia. oggi sono loro, a...».
– ah, okay.
la tipa si fece largo con Cheeb, a rimorchio, che le guardava il culo. anche quello, con tutte le carte in regola. sul tragitto verso chissà dove, un paio di interlocutori la rapirono per qualche minuto, gettando ogni tanto occhiate interrogative sul romano. che guardò il gruppo performare instancabile. proseguirono verso un angolo nascosto del locale, all’opposto del palco. lei salutò un gruppetto di persone che chiacchieravano, quindi aprì una porta e, dimostrando familiarità, trovò subito l’interruttore della luce. richiuse la porta alle spalle di Cheeb.
la stanza era piccola e pulita, piena di piatti stereo faretti casse acustiche posters e cartoni carichi di dischi.
– ahh, finalmente possiamo sentire quello che diciamo! – sorrise lei. – non ci siamo ancora presentati: io mi chiamo Teresa, ma tutti mi chiamano Teri.
per Cheeb quel nome fu una mezza bomba, ma si riprese.
– e io sono Cheeb, conosciuto anche come Cheeb. ma chi sono quei poveretti che suonano?
– non so, guarda, l’Ignazio li ha scritturati ma forse non sapeva che musica facessero. comunque, il locale è pieno e la gente risponde abbastanza bene. non trovi? sai, “Chip”, mi sembri un po’ fuori posto cioè, non sei a tuo agio...
– te l’ho detto: sono un alieno. eppoi, scusa, mi hai portato in questa stanzina squallida, come vuoi che mi senta?
lei rimase interdetta per qualche secondo, e lo fissò interrogativa. lui la incalzò.
– perché non ce ne andiamo via? secondo me hai una casa carina. carina come te. più accogliente di questo posto. ti direi di andare a casa mia, ma io sto in albergo... domani ho la fiera, e devo incontrare un mucchio di gente noiosa. «sei diventato inesauribile, con le palle? è la tua nuova arte, questa, Charmsh?».
– sì, potremmo – fece lei indecisa, sempre fissandolo negli occhi. azzurro contro azzurro.
– dài, portami a casa tua. sicuramente hai della musica migliore. e anche i tuoi cocktail saranno migliori!
– sei una bella razza di sfacciato, te, sai?

la mansarda di Teri era molto calda e accogliente. ottavo piano di un palazzotto, limitrofo a Porta Venezia, che apparteneva tutto alla sua famiglia. doveva essere la rampolla di qualche miliardario milanese. “Chip” era penetrato nella vera ricchezza.
tutto lo spazio era sfruttato con molta oculatezza, e le rifiniture denotavano un gusto fuori dal comune. in una nicchia centrale fra due armadi in ciliegio, uno più piccolo con una sola anta piena e l’altro più capiente con due ante a battente in vetro sabbiato, entrambi condizionati dalla diagonale del tetto, era ricavato un letto matrimoniale in stile classico; la testata, finita in ciliegio, era addossata ad una parete rivestita con tessuto provenzale e su di essa era ricavato un piano di appoggio sovrastato da altre mensole che ospitavano fiori bianchi e libri. di fronte all’ingresso era posta una cabina armadio con ante a specchio, che rendevano l’ambiente luminoso, e questa era separata dal letto da una parete in vetrocemento. l’intero ambiente era riscaldato da una moquette color carta da zucchero, e profumato d’una fragranza indefinibile di campagna. la zona relax era ottenuta con un divano ad angolo completato da due poltrone ed un tavolino centrale con tv; la zona studio era arredata con una grande libreria alternata a dei mobiletti, e c’era perfino una scrivania molto raffinata. il bagno era piccolo ma con tutto ciò che serviva, anche due mobiletti graziosi e l’idromassaggio.
una superficie quasi pari a quella dell’appartamento dove viveva Cheeb, ma arredata con anni-luce di differenza.
– ti piace? non cambierei questo posto con niente al mondo.
– veramente bella, complimenti! un capolavoro di gusto e di arredamento d’interni. sembra uscito da Abitare.
– il tuo drink?
– come?
– sì, cosa preferisci? – disse lei entrando nel cucinino, un gioiellino anche quello, e aprendo un’anta – abbiamo a disposizione cognac, cherry, Cointreau, ...uhm, tequila, maraschino, whisky, gin, Martini...
– ed è tutto lì dentro? c’hai un bar intero! rhum e succo di cedro ci sono?
– sì. aspetta, il succo di cedro forse no... sì, c’è.
– bene. crema di menta?
– sì. che altro?
– zucchero, che sicuramente hai. perciò, fai tre parti di rhum, una di succo di cedro, mezzo cucchiaino di zucchero e mezzo cucchiaino di crema di menta; se hai pure due bicchieri delmonici chiusi nel freezer siamo a cavallo. agita tutto e mettici pure del ghiaccio. possibilmente tritato.
– perbacco! il signore sa il fatto suo... cosa sono, scusa la mia ignoranza, i bicchieri dei monaci?
– quelli da cocktail, a coppa tonda.
– ah! mi spiace, ma nel freezer non ne tengo. fa lo stesso?
– uh... senti, aspetta, è che conosco questa ricetta a memoria e la tiro fuori quando voglio fare lo scemo... capito? volevo solo impressionarti un po’. dimentica gli ultimi due minuti.
– ...
«quella dei bicchieri “delmonici” non invecchia mai».
– sei un bel tipo, te, sai? ma mi vai a genio.
«già, all’inizio ho un bel culo, con le donne. è dopo, che finisce sempre male. mi manca il finale hollywoodiano».
Teri mise su un lp di George Benson, funky di classe. sedettero sul divano sorseggiando il rispettivo Continental.
– e di che ti occupi? – chiese lei a bruciapelo.
– legname – rispose Cheeb, e gli scappò una risata. – no, sono pubblicitario, e sono qui per seguire alcuni clienti in fiera.
– ah, ecco. io sono redattrice di Vogue. conosci, no?
– uh, allora sei un personaggio importante!
– ma vah! ancora è presto, mi sto facendo le ossa. ma arriverò in alto, sai? ci arriverò, sì, sì. col tempo. non ho fretta.
– nemmeno io, ho fretta. «proprio così. finalmente una verità...».
rimasero in silenzio e si guardarono. lei era attratta dagli occhi azzurri e dai capelli corvini di lui, e lui era attratto da tutto di lei, tette, gambe, labbra, occhi. era una ragazza d’un altro pianeta. la più bella e la più ricca mai incontrata. forse era da sposare il giorno dopo. ma si trattava di Cheeb Charmsh, non di un normale essere umano con del sale in zucca.
– guarda che io non ti bacio mica, per prima – rise lei, rivelando uno humour penoso. Cheeb ripensò a Lorelei e al trucco delle chiappe strette. esitò.
Teri continuò a fissarlo.
– dimmi, Chip, di’ qualcosa, o ci addormentiamo.
– cosa vuoi sapere?
– ma nulla! Dio! dove sei stato negli ultimi anni, in un convento? o in Romania?
– perché proprio la Romania?
– perché ti vesti e ti pettini come un rumeno.
– grazie. «sei fuori standard, amico! non è il tuo posto, questo. non osare andare più in là di stanotte, con questa ragazza. non farti venire strane idee, perché non durerebbe. pensa a chi è, a dove vive, e al Paperon de Paperoni che avrà come padre».
e in quel momento il dannato cavallo riprese a galoppare. più violento delle volte precedenti. “Chip” poggiò il calice sulla moquette e fece una smorfia. Teri lo guardò atterrita.
– cos’hai? che ti succede? Dio mio: sei diventato bianco!
lui non riuscì a fiatare: l’angoscia gli aveva attanagliato le viscere e il plesso solare. mai il suo volto era stato così grande, sofferente e nobile come in quella situazione, nella quale non doveva far altro che mostrare il suo viso di persona onesta appena illuminato da uno sguardo triste e trasparente, per pietire un aiuto dalla bella Teri seduta accanto a lui. ma Teri si mise in testa qualcosa di strano e scattò in piedi, allontanandosi leggermente: chi s’era portata in casa, con tanta leggerezza? quello strano individuo vestito così fuori dai canoni, magari infetto da qualche strana malattia?
Cheeb si piegò in due, ma fu peggio, e tornò con il busto all’indietro contro il divano. non riusciva più a respirare. guardò la bella Teri con disperazione, implorando anche solo una parola di conforto. ma quella non capì. era terrorizzata. così lui si alzò e sparò fuori a fatica un respiro strozzato. il cavallo si avventava contro il petto con furia bastarda. ansia pura.
la guardò di nuovo. per l’ultima volta.
che peccato. finisce sempre così, con le belle Teri? oppure ormai finirà sempre perfino peggio con tutte?
– sono, sono di Reggio Calabria – gli riuscì di sussurrare. Teri s’era aggrappata all’anta di vetro sabbiato e probabilmente non afferrò nemmeno le ultime, stavolta sincere, parole di “Chip” udite in vita sua. per molto tempo non avrebbe più osato avvicinarsi a qualcuno di sua spontanea volontà, e la mattina dopo avrebbe chiamato un’impresa di disinfestazione.
Cheeb fece otto piani a piedi, con grandi cisterne di dolore che si spalancavano sopra di lui e gli rovesciavano addosso carcasse scassate prelevate in un cimitero di automobili. quegli occhi azzurri, persi per sempre otto piani più in alto. quella mansarda così graziosa, quel mondo così migliore...
i loro cuori avrebbero potuto battere all’unisono, quella notte, lontani dal jazz di plastica di quel locale
i loro due corpi avrebbero potuto
si svegliò — erano le 4,35 — con il guerriero di specchio che lo minacciava brandendo la spada.
tutto sudato, nel buio gelido della casa a ringhiera, schiavo del Mal di Ritorno e obeso dal cibo provocatorio della realtà.
pianse.
pianse di delusione e disorientamento profondi, fermo in mezzo al letto, ad appena un metro dal cielo stellato surgelato a 5 gradi sotto zero — un manto nero crivellato dalle mitragliate di gangsters apocalittici, dove i buchi dei proiettili aprivano piccoli fori che rivelavano l’immensa poesia di luce retrostante. poesia deragliata, desolata come il vuoto fra un foro e l’altro, tragica come la morte di Giulietta. psicofagi negri di savane sanguigne mangiavano la sua carne spiattellata su un parabrezza. era stanco, cazzo santo islamico. era stanco.
il tragitto verso casa era stato penoso, fra rotaie congelate e palazzi troppo alti, con la pelle come cartapesta e umori che scivolavano via dal naso. e il maledetto cavallo nel petto.