Il Vento sotto i Piedi

Antologia racconti (1984–1992)

Prima edizione: 1998
Pagine: 224
Formato: 130x200mm
Brossura, copertina morbida
ISBN 9788865010013

La mia prima autopubblicazione, una raccolta dei racconti brevi scritti fra i 21 e i 29 anni

Eroi e antieroi di avantieri e di dopodomani, fra il fantastico e l’irriverente. Messi in prosa fra il 1984 e il 1992 (da un autore nato nel 1963), eppure ancora freschi e attualissimi, talvolta addirittura premonitori.
La saga di Gilgamesh riscritta con alto tasso alcolico; una geniale divisione del gregge di cammelli fra tre fratelli tuareg; una caccia al tesoro (il controllo delle “correnti telluriche” del pianeta) fra russi dopo il crollo dell’Urss, ambientata sull’isola di Pasqua; il doping nel Calcio e i dubbi di un martire di Allah, prefigurati con 15 anni di anticipo; una razza di dinosauri che in un lontano futuro ritrova la Terra smarrita; un cinico ‘giochi senza frontiere’ fra le rovine post-atomiche della civiltà.
E tutt’intorno un “oggi” in cui una Donna fallica ha preso il sopravvento sull’Uomo.

Con la fantasia al potere tutto può succedere e il mondo si può rovesciare come un calzino: accade quando si ha il vento sotto i piedi. Ossia, la testa fra le nuvole.

L’8 marzo 2012 il racconto “Le Correnti Telluriche”, all’epoca esistente anche come ebook, è diventato il primo romanzo pubblicato a puntate sui social network.
La notizia data su Twitter e su Facebook sulla pagina social dell’autore. Qui le prime 6 puntate, per un totale di 13:
prima seconda terza quarta quinta sesta

Un'opera che, non potendo essere distribuita nelle librerie italiane, grazie al web riesce comunque a trovare posto nella libreria più importante. La tua.

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“Amo il vento. Quando muoio, vado a farne parte.”

Estratti dal testo

– non capisco più un cazzo. fammi sentire che dice Demetrio Volcic.
– ...e quindi in nessuno dei due casi, hai potuto stabilire l’età dei miei scritti, se non per il fatto che, nominando Gorbaciov, li ho scritti sicuramente DOPO l’ottantacinque, perché prima non si sapeva nemmeno della sua esistenza.
– hai letto Orwell di recente?
– allora mi stai seguendo...
– un poco. ma è un discorso senza capo né coda.
– no, perché è la dimostrazione che non possiamo essere sicuri che l’Odissea non sia stata scritta nel settecento, o la Divina Commedia nel secolo scorso.
– ma che cazzo dici? eppoi non capisco il fatto di Gorbaciov: come fai a scrivere che è stato ammazzato da un arabo, e poi lo ammazzano veramente? sei un mago?
– no, è ciò che penso in quel momento, nel novantuno, e lo scrivo. se poi nel novantadue un arabo lo ammazza veramente, il fatto che l’ho scritto prima NON È DIMOSTRABILE, quindi non vale niente!
– e allora scrivilo su Panorama!
– ecco, appunto. i nostri discorsi non valgono niente, fatti così.
– tu neghi un valore alla discussione fra le persone. così non si formerebbero le opinioni, non ci sarebbero religioni, ideologie, niente, se la discussione non ha valore. vale solo ciò che compare sui mass-media. questo, vuoi dire?!
– brava. proprio questo. ed è proprio qui, che cascheremo. nel mondo occidentale si serba memoria... anzi, meglio, esiste solo ciò che vedi in tivù, o leggi su un quotidiano. se lo vedi succedere coi tuoi occhi, non esiste. perché la prova dell’esistenza sta nel fatto che te lo racconta la televisione. cosa ne sapremmo, altrimenti, della Guerra Nel Golfo? non esisterebbe. malgrado ci sia. al contrario, gli arabi, che non hanno mass-media nel senso occidentale, sono masse legate ancora al mondo reale, a ciò che vedono coi loro occhi e sentono con le loro orecchie. sono legati alla vita, noi viviamo già nel sogno. il sonno finale. come civiltà siamo spacciati.
– ciò che stai dicendo, comunque, non ha nessun valore, se non lo scrivi su Panorama...! (ufff...) ma ti rendi conto di che cazzo di discorso hai fatto finora?
– forse hai ragione... un discorso senza valore... – chiuse lui, e si mise a guardare la tv-verità.
lei aprì la finestra e lasciò entrare la notte.

– perché mi hai tradito? – disse al suo uccello – perché non ti sei fatto duro? eppure era ’na bella fregnona. perché? non ti piacevano quelle tette grandi come meloni? e quelle gambe lunghissime? e quelle labbra enormi? che cciai, dimmi... – e lo scosse, come il cane con la propria coda, come il cavallo con la propria coda, come tutti gli animali che hanno una coda fanno con la propria coda da che mondo è mondo – non ti piacciono più le femmine? e da quando in qua? stai forse pensando di cambiare bersaglio? vuoi qualche culetto peloso?
l’uccello non ne poté più e sbottò:
– ma porca puttana, sono già venuto sei volte, con quella lì, vuoi farmi prendere fiato o no?
– ma che fiato e fiato, con una fica del ge... MA HAI PARLATO SUL SERIO?
– certo, che ho parlato! – rispose l’uccello – non ne posso più della stessa fregna, sei volte di seguito! e ha pure avuto il coraggio di dirti tutto quello che ti ha detto, e di sbattere la porta. ma dove arriveremo, con le donne, se non ci diamo una regolata? hanno preso troppo potere! mettiamoci un freno, santoddìo...
– ...non ci credo, cciò un uccello parlante!... – continuava lui, esterrefatto.
– è il momento di dire «alt, ragazze. qui sta andando tutto all’aria. diamoci una regolata. prima di tutto, che è ’sta storia che ora la corte la fate voi? noi non ci piace, ’sta storia, proprio per niente. da che mondo è mondo siamo noi, i cacciatori, siamo noi, ad avere il gemito pulsante e la durezza puntata al cielo...
– ...e pure filosofo, ce l’ho!...
– ...e quindi state provocando uno smarrimento generale, e va tutto a finire male, di questo passo. perché così, a funzionare, resteranno solo i marocchini, e gli arabi, e ve li ritroverete in casa, se noi non funzioniamo più, ...»
– ...e ce l’ho anche razzista, l’uccello!...
– ...e tu, tu, uomo dei miei coglioni.
– dici... dici a me?
– sì, non vedo nessun altro, in questa stanza.
– ...
– tu, uomo per modo di dire, avresti dovuto afferrarla dai capelli e tenerla qui, magari legandola al letto, fino a che io non fossi stato pronto.
– sto sognando. sono impazzito.
– no, è tutto vero. io ho il potere, caro mio, sebbene tu non l’abbia mai voluto accettare. sono io, la tua forza di volontà, e tutti i tuoi pensieri non sono altro che la mia fame, la mia terrena fame da soddisfare fino a che non raggiungo la pace eterna. tutto quello che fai, povero stronzo, è sempre e comunque in funzione mia, e non puoi farci niente, se non tagliandomi via da te. mentre loro, le donne, no. loro non sono schiave della loro figa, ed è per questo che si prendono il mondo.
– ...
– è così, caro mio. IO, sono il tuo padrone, il tuo master, il tuo sovrano, e non il contrario.

Chirus Caterol entrò nell'auto di Gjørgoe Mdålbrevòst. si lisciò i baffi e sorrise.
– ce l'hai? – chiese Gjørgoe.
– ce l'ho. andiamo a Tallinn.
– quanto gli hai dato?
– ciò che avevo promesso. diecimila dollari. le Correnti Telluriche valgono molto di più.
– diecimila dollari per un foglio. vivrà come un pascià...
– anche noi, se lo decifriamo.
attraversarono la Prospektiva Kalinina, in venti minuti furono alla periferia di Mosca. i casermoni–dormitorio, massima aspirazione di un siberiano o di un atzero fino al 20 agosto 1991, erano ora solo un insulto nudo e solenne al panorama, di per sé squallido.
due giorni dopo la loro Uaz era in Estonia.

Petko Kranjeviç e Nalge Kjømmerut li accolsero con calore. la sera estone era chiara e fresca, la gente festeggiava l'indipendenza per strada, entusiasmi infantili con grandi fragranze di vino e gelsomino per aria.
seduti ad un tavolo, al secondo piano di una palazzina viola ed azzurra, isolata in mezzo agli alberi appena fuori Tallinn, Petko, occhi azzurri, un taglio sulla guancia, dall'alto del suo metro e novanta vestito di cotone parlò con ansia controllata.
– e dunque, vediamo questo famoso foglio.
gli fece eco Nalge, pelato, tarchiato, latteo.
– sì, vediamo di capirlo alla svelta.
– capirlo alla svelta? –disse il primo– non c'è riuscito il keghebè...!
Chirus Caterol, età e nazionalità indecifrabili, basso e piacente, fece un cenno a Gjørgoe Mdålbrevòst, che tirò fuori dalla tasca un tubo di plastica rossa, estraendone una pergamena.
finalmente il segreto dell'Arma Finale era nelle loro mani frementi.
l'avevano inseguito da sei anni, da quando per la prima volta, in un parco di Kiev, Gjørgoe Mdålbrevòst aveva rinvenuto ansimante sotto un albero un uomo in fin di vita, che gli rivelò l'esistenza di un Progetto Pi Greco del quale era in caccia il KGB ucraino. questo progetto aveva portato un gruppo di fisici nucleari alla costruzione della bomba finale, definitiva, terrifica, basata sulle correnti telluriche del nostro pianeta; il prototipo era stato nascosto perché troppo pericoloso ed i piani distrutti. tutti quegli scienziati erano fuggiti un po' ovunque ma erano stati rintracciati, deportati nei gulag ed uccisi uno ad uno, senza che il segreto venisse carpito, e lui era l'ultimo, scampato per tanto tempo ed ora ferito a morte da agenti di Kryuchkov.
sei anni trascorsi in ricerche, molto difficili malgrado la perestrojka, alla fine i quattro uomini erano riusciti a sapere dell'esistenza di un crittogramma trovato in casa di uno dei fisici ammazzati, che probabilmente conteneva, cifrate, le formule decisive alla base dell'arma. con la caduta del KGB, del Comunismo e di 74 anni di dittatura, nei giorni successivi al colpo di stato, approfittando del caos, attraverso un giro di frenetici contatti, Chirus Caterol e Gjørgoe Mdålbrevòst avevano corrotto un funzionario della Lubianka riuscendo a venire in possesso del documento.
Gjørgoe srotolò il foglio.
– è una bella cantilena –sorrise amaramente.
– allora? stiamo sulle spine da sei anni! –si lamentò Nalge Kjømmerut.
– sì, puoi vedere da te, lo stendo sul tavolo, così potete leggere.
arrotolò la carta nel senso opposto, per spianarla, quindi la poggiò e ci strofinò una mano sopra.
in caratteri chiari e ben stampati, lessero il messaggio con avidità.

La bandiera manca,
e al punto di liquefazione
la partenza è superfluida.
Dunque la formula è 4.

ADSSEMPRE
CAMBIANDO
ALLABOMBA
VaRRANNOGLI
ADSCAPISCI
LEVARIECOSE
HVTANTONON
TICREDERaNNO
ESSAPUNIZIO
NEOPPURES
EGRATTAND
OURNELaDA
VIQUESTAP
URTITROVE
REMAVANTI
TIODEREMMO
ALPETTOAD
ESSSOXYZR
OUOTUOUOU
POARETTOD
OVRAIPERCA
SOLeLAVAR
ELAFSFSFS
POLAREADIoS

– al diavolo, cavarne qualcosa sarà un lavoraccio... –bofonchiò Petko.
– per la miseria, dopo tanto tempo che aspettiamo, ora non stiamo a lamentarci, –disse Chirus– solo queste poche righe ci separano dal potere assoluto.
– le Correnti Telluriche... –fece Gjørgoe, in tono grave e severo.
– e soprattutto, –ammonì Petko Kranjeviç– che a nessuno di noi venga in mente di squagliarsela con la pergamena!...
– perché mi guardi? alludi a me? e su che basi? –s'inalberò Gjørgoe.
– ehi ehi eehh, calma, amici, non divaghiamo, qui nessuno è interessato a fregare gli altri, altrimenti non avremmo retto sei anni insieme... o no?
la frase di Chirus stemperò l'inizio di una lite.

passò una settimana di inutili congetture.
l'ottavo giorno Chirus si presentò con una pila di libri.
– a questo punto è chiara una cosa, –esordì sedendosi, lasciando piombare sul tavolo il fardello con uno Stunf!– colui che ha scritto questa cosa non intendeva conservare gli studi o le formule. se escludiamo per un attimo le righe di apertura, su cui ci siamo ampiamente scervellati, le quali probabilmente rappresentano l'inganno principale per via dei riferimenti vagamente scientifici come il punto di liquefazione, oppure la partenza superfluida, o il 4, se le escludiamo, e osserviamo le 24 righe criptiche – che pure esse contengono riferimenti tipo allabomba, terzo rigo – notiamo un particolare sconfortante: se ogni rigo fosse una formula, senza la chiave non ci arriveremmo mai, perché dovremmo sostituire alle lettere i numeri o chissà che altro, con miliardi di tentativi casuali.
– non ti seguo –lo interruppe Nalge.– io ho comunque maturato la convinzione che la chiave è contenuta nelle quattro righe iniziali.
– aspetta, –proseguì Chirus– quello che voglio dire è che le 24 righe non sono 24 formule specifiche. né, lette come un solo rigo, sono una formula sola, come potrebbero far pensare le lettere minuscole...
– cioè? –chiese Petko– cosa sarebbero le lettere minuscole?
– interruzioni, radici quadrate, potenze, integrali, tutto ciò che non è il segno o la variabile... no, io a questo punto sono propenso a tentare un approccio diverso.
– sentiamo... –fece Gjørgoe, quasi distratto, comunque sfiduciato. l'entusiasmo iniziale aveva lasciato il posto ad uno sconforto sonnolento.
– non guardiamo a questo messaggio come ai piani della bomba o dell'energia tellurica. pensiamo piuttosto all'uomo che ne è l'autore. pensiamo a come sono andate le cose. questi fisici scoprono una nuova energia, queste benedette Correnti Telluriche; il primo sfruttamento che ne fanno è una bomba, un'arma – come insegna la Storia, la punta di diamante del progresso sono le armi. poi, comprendendone la pericolosità distruggono i piani, scappano, si disperdono. ma come hanno fatto ad uscire dall'URSS con una bomba?
– non conosciamo la forma di questa bomba –osservò Petko– potrebbe benissimo essere grande quanto un accendino...
– giusto... allora, sono scappati ai quattro punti cardinali, ma il KGB li ritrova, li deporta in Siberia, e però non ne cava un ragno dal buco: né arma, né piani. e tutto ciò è quantomeno strano per tre ordini di motivi. uno: anzitutto, uno scienziato passa la frontiera, alla Lubianka non ne spiano ogni passo? e perché lo lasciano uscire? due: nei gulag questi uomini resistono a tutte le forme di tortura senza rivelare nulla? tre: perché se ne sono tutti, dico tutti, andati via? volevano vendere i piani agli occidentali?...
– e allora? –chiese Nalge, inarcando le sopracciglia.
– e allora: escono dall'URSS ma il KGB sa dove vanno, e li lascia uscire di proposito, pronto ad intervenire in ogni momento.
Chirus si alzò e si diresse verso la cucina.
– E TE NE VAI? –gli urlò Nalge.
– avrò pure diritto a pisciare, perdiana!
– e pisci in cucina?
– prima devo bere...
– bevi ogni volta che pisci?
– e lascia perdere! –rise Gjørgoe.
due minuti dopo Chirus riprese.
– allora, il keghebè li pedina. evidentemente subodora qualcosa di importante ma non sa ancora cosa sia il progetto Pi Greco.
– nel messaggio c'è 4 –disse Nalge– e noi siamo in quattro.
– embè?
– niente, ho il cervello spremuto, continua.
– ...poi li riporta tutti in URSS e li chiude nei gulag. evidentemente ha perso la pazienza, perché costoro non hanno combinato nulla all'estero, se ne sono solo andati a spasso. turismo. o chissà cos'altro.
– forse pedinandoli ne hanno mancato qualche movimento –disse Petko– e vogliono scoprire cosa si sono persi.
– probabile anche questo. comunque nei gulag i cervelloni resistono, e vengono fatti fuori, o per le torture o fucilati. quindi, o l'arma è così spaventosa da vincere ogni paura, oppure...
– oppure?
– oppure non ne sanno niente.
– che significa?
– non ne sanno niente. e tutto quadra.
– non capisco.
– aspetta, ho capito! –intervenne Gjørgoe.– solo uno di loro sapeva! è andata così: il gruppo teorizza le Correnti Telluriche, ma è solo uno di loro che fa la scoperta, quindi se ne va senza mettere gli altri al corrente. i quali altri, però, lo inseguono fuori dall'URSS. a sua volta, il KGB dice "che stanno combinando?" e li segue, senza scoprire nulla, quindi si incazza, li trova tutti e li riporta in patria. ma non scopre niente, perché non sanno niente. tutti tranne uno, il quale riesce a resistere e non parla...
– ed è quello che ha scritto questo messaggio.
– però non coincide con quello che l'uomo del parco di Kiev mi ha detto, cioè che il gruppo del Pi Greco ha nascosto il prototipo della bomba.
– e sai perché? –disse Chirus– perché l'uomo che ti è morto fra le braccia a Kiev era lui! l'unico in possesso del segreto.

mi alzai quel mattino con un gran mal di capo.
entrai in bagno, tirai fuori l'uccello e mi svuotai la vescica. ormai mi serviva solo a quello, l'arnese.
mi toccai il volto, sentii la barba dura. andai verso lo specchio – non notai nulla, ero ancora insonnolito – aprii l'anta a sinistra, presi il rasoio, attaccai la spina, la collegai alla presa, lo accesi, e mi rivolsi allo specchio. il solito santo movimento di ogni solito santo giorno in questa solita santa città in questo straccio di mondo fetente dove le solite facce fetenti portano a spasso i loro cadaveri muscolosi.
quando guardai nello specchio ci misi un paio di secondi: sbattei le palpebre, le sbattei di nuovo, col rasoio in mano che faceva zzzeeeeee... – uno zanzarone micidiale che mi teneva ancorato alla realtà ogni sacra mattina – quindi le sgranai una terza volta, stavolta col panico addosso. tenni gli occhi sullo specchio. cioè, FORSE stavo tenendo gli occhi sullo specchio, perché la mia cultura mi diceva che è con gli occhi, che si vede il mondo – l'esteriorità del mondo, perché la verità si vede con tutt'altro strumento – ma nello specchio gli occhi non c'erano, e non c'erano il naso, le orecchie, la cazza di barba che ogni mattina distruggevo pensando a Hitler, e che ogni mattina successiva ritrovavo sul mio volto, metafora della vita, metafora delle cose che ogni giorno pensi di aver compiuto e che il giorno dopo scopri tutte da rifare, rivelandoti l'inutilità del fare qualsiasi cosa, e non c'erano le guance, le orecchie, i tulipani, i papaveri, le margherite, la mia faccia era scomparsa!
non c'era più la mia faccia. vedevo il collo, e giù, sporgendomi di più verso lo specchio, vedevo il petto, l'ombelico, l'uccello – frì frì – le ginocchia. ma tornato su, non vedevo più la faccia. i capelli, cazzo, i capelli c'erano, quelli sì, ma la faccia no. dove ero abituato a trovare la mia faccia preziosa ora lo specchio trasmetteva l'accappatoio appeso due metri più indietro, alle mie spalle.
sbattei un'ultima volta le palpebre, poi allungai la mano verso il posto dove sapevo stesse la cara vecchia faccia. nello specchio vidi la mano salire. dando retta agli altri sensi, mi toccai: la barba era ispida, c'era, ma nello specchio stavo toccando l'accappatoio, come in un giochino di inganno di prospettiva, quando tenti di stringere fra pollice e indice la luna che sta in cielo.
– porcabbuttana... – dissi, non molto convinto. intanto mi scoprii tremante.
era una mattina diversa, questa. stavolta la barba avrei dovuto distruggerla non fidandomi degli occhi. ma posai il rasoio, che continuò a fare zzzeeeeee – e avrebbe continuato a far zzeee fino alle 11, quando, dimenticato lì, avrebbe finito con uno zzeeeeee–strzzz–zz–strssssssssss–trak–....spz!, e Marinetti si sarebbe rivoltato nella tomba.
cominciai a fare le cose più strane, quella mattina finalmente diversa in quella solita città piena di solite facce – ah, le facce! – che portavano a spasso cadaveri.
per tre quarti d'ora misi a dura prova tutte le filosofie che girano intorno al concetto di specchio, senza mai riuscire a ritornare in possesso della mia faccia, che con le mani continuavo a sentire, dotata di barba – che stavolta l'avrebbe fatta franca senza però riuscire a fondare uno stato di soli peli magari chiamato Israpelo – dotata di orecchie, dotata di tutto quello che mi ricordavo di aver bene attaccato al di sopra del collo fino alla sera precedente, quando avevo salutato Jelson Adrima Butripama e sua moglie.
quando fui stanco di fare mille prove, di tagliarmi con la punta di un ago un pezzo di pelle per vedere il sangue, di infilarmi le dita nel naso, di strofinare il naso sullo specchio continuando a vedere l'accappatoio e il bidet e il termosifone e la vasca, quando fui stanco – ma vorrei vedere voi, in quelle condizioni, svegliarvi senza la faccia, che per brutta che sia è la vostra faccia, è il centro del vostro essere, è la carta d'identità dell'anima – quando fui stanco decisi che dovevo cercare delle altre prove, alla nuova situazione, prove che non fossero lo specchio.
indubbiamente, la mia faccia c'era: la sentivo con la mano, lei e tutti gli optionals, dovevo scoprire perché non la vedevo. erano gli occhi, a tradirmi, eppoi perché proprio la faccia, perché vedevo i capelli, perché le rane saltano, perché quella mattina, perché non era un sogno, perché non ero in Africa lontano dal marketing e dalla televisione, perché la faccia? provai con un altro specchio in un'altra stanza, provai a riflettermi su un vetro casomai fossero impazziti gli specchi di casa mia, provai a prendermi a schiaffi, quindi mi sedetti un attimo a prendere fiato, perché cominciavo a impazzire.
rimasi su una sedia della cucina per parecchi minuti, senza riuscire più a coordinare i pensieri. mi venne in mente che Bomonique, vedendomi, sarebbe svenuta. che in strada avrei fatto furore – l'uomo senza volto, fantascienza, orrore, gente che scappa, bambini che piangono trascinati via dalle mamme con la faccia – ah, la faccia! – stravolta, i carabinieri che mi fermano, mi picchiano, mi urlano violentemente "favorisca la faccia, prego".
erano le 9, e il suono del campanello mi riportò sul pianeta Terra, direttamente dall'iperspazio, a cento volte la velocità della luce.

Capitolo 20 (anzi, vento). “Capitolo”? – Cammelli.

il vento soffiava sulle dune. i tre fratelli piangevano, coi loro 17 cammelli ed io, arrivato da poco, non riuscivo a capire, avevo sete, e non ne potevo più di ’sti tre cazzoni tuareg che piangevano.

riuscii a capire il problema parlando con lo schiavo Abdan, Abdullah o come altro cazzo si chiamasse. il loro ricco padre era morto, e a quanto pare, nel testamento aveva detto che la sua fortuna sarebbe stata loro assegnata se avessero saputo dividere il gregge in questo modo: metà al primogenito, un terzo al secondo, e un nono al più giovane. ora, il gregge era di 17 cammelli: per quanto ignoranti, i tre cazzoni capivano che, a meno di tagliare a fettine i cammelli, quella divisione non era possibile.

cazzo santo islamico. e come piangevano! e che potevo fare?

ci pensai su tutta la notte, facendo migliaia di strani calcoli, immaginando anche ad un certo punto che avrei potuto rubare il gregge, così non avrebbero più avuto da dividere niente, per farli stare zitti per sempre – il pianto di un tuareg è la cosa più allucinante che possa succedere alle vostre orecchie, figuriamoci tre! – finché, come un lampo, mi venne la soluzione. chiara e tonda.

li riunii al centro della tenda, il vento fuori era sempre forte, e dissi:

– vi regalo il mio cammello Orazio.

– e che ce ne facciamo? – disse il primogenito, smettendola per un attimo.

– così il gregge va a 18. ora la metà di 18 è 9, un terzo è 6, un nono è 2. 9 più 6 più 2 fa 17, e avete diviso il gregge.

il vento soffiava fra le dune, mentre i tre facevano febbrili calcoli con un ramoscello di nonsocchè sulla sabbia.

– è vero! è vero! – urlarono in coro. non sapevano se ringraziarmi donandomi tutti i cammelli, o donandomi l’eredità. non mi donarono niente. i tuareg non sono poi cazzoni come pensavo. sono solo dei piagnoni ingrati. è colpa del deserto.

la festa durò parecchi giorni e parecchie notti, poi li salutai, saltai in groppa a Orazio e ripartii verso nord, verso il Mediterraneo. non li rividi più.

Lo mandarono in campo al 3' del secondo tempo.
Un campo ridotto ad un pantano. Fango negli occhi, nelle orecchie, nelle palle incartapecorite dalla fatica. Il cuoio sferico pesava cento chili.
– Carmelo, passa la palla, porcaputt...
Ma Carmelo, capelli ispidi, occhi vuoti, un litro e mezzo di scura alla spina alle 14.00, dalle 15.00 alle 15.45 tenne la palla incollata ai piedi; ogni tanto, un solvente della squadra avversaria glielo staccava.
Nell’intervallo il mister aveva urlato quattro parolacce e altrettanti schemi offensivi.
Al terzo minuto della ripresa, appunto, Carmelo-colla-nei-piedi lasciò il fango e andò sotto la doccia.
Il mister, prendendo per una spalla Hoyt, gli urlò:
– Ricordati di mantenere la posizione!
L’arbitro diede di nuovo il via al gioco.
In panchina, gli uomini dalle tute pulite sognavano dei tappi per le orecchie.
– Questa settimana vi farò sudare sangue; vi ridurrò in modo tale che se vorrete fumare dovrete farlo da un foro di gomma di protesi, una protesi ricavata con pelle del vostro culo! – urlava il mister.
Gli altri undici esseri di fango facevano quel che potevano.
Erano 0 a 4 sotto.
Al 15.mo minuto finalmente i gialloverdi si affacciarono nell’area avversaria.
La domenica precedente si erano affacciati alla soglia dei 15 gol segnati, contro 56 subìti. A trenta punti dalla capolista. A un punto dalla penultima. A sei giornate dalla fine del campionato. A pochi anni dalla fine del mondo.
Hoyt assaggiò il fango: era stato atterrato vicino l’area dei rossi. Il difensore, il cui numero sulle spalle era inintellegibile come il colore della maglia, gli tese la mano per farlo rialzare.
– Dove credevi di andare, faccia di palta?
Faccia di palta non rispose, si avvicinò ai compagni e al pallone, mentre il grasso e corto omino nero arrogato a giudicare si allontanava col braccio alzato e il fischietto in bocca. Hoyt sussurrò al centravanti amico:
– La batto io, disposizione del mister...
Il centravanti gialloverde stava ancora riflettendo quando Hoyt, da fermo, calciò il cuoio sferico e un po’ del fango intorno. I birilli di fango avversari respinsero il tiro.
Uno dei trentasette spettatori ricordò che la sera aveva appuntamento al bowling.
Hoyt si precipitò in una pozzanghera e diede una smazzata al pallone respinto. Un momento dopo la sdrucita rete avversaria accolse la sfera.
Il portiere giudicò opportuno rimanere a proteggersi l’ultimo maglione pulito rimasto in campo. Del resto, il cuoio era passato troppo lontano per poterlo raggiungere in tempo.

Coxuahotl Wilma tornò con un bidone pieno d’acqua.
– Ecco. Ora sparite.
– Tu verrai con noi, fra una settimana – fece Tcerroi.
La parigina non rispose, entrò lentamente nella stanza. Poi ebbe uno scatto, si chinò, raccolse lo Span da sotto la sedia e lo puntò sui due uomini. Tutto in un lampo. Un’agilità insospettabile.
– Aria!
Tcerroi e Zhu Yang.
Pietrificati.
Il primo con l’ego ferito.
Il secondo con muscoli e tendini pronti a portarlo fuori di scatto da quella stanza.
Wilma assunse un’espressione meno dura.
– Per favore, andatevene.
I due non si mossero.
Lo Span cadde sul pavimento e vi rimase.
– Andatevene – ripeté.
Il cinese prese l’iniziativa e uscì.
Tcerroi rimase a due metri dalla donna. Poi si avvicinò, e le toccò i capelli. Indi si volse e uscì dalla stanza senza una parola.
Un paio di minuti dopo i due visitatori erano sulla via del ritorno con la scorta d’acqua.
Percorrevano lentamente il boulevard.
All’angolo opposto, ai giardini del Luxembourg, i cespugli incolti si muovevano. E strani rumori provenivano dall’uscita del metrò, una ventina di metri innanzi a loro.
I devianti del quartiere latino.
I due si fermarono.
Una specie di baccano simile a una danza.
– Vogliono l’acqua, puxa vida.
– Lo penso anch’io. Che si fa?
– Si continua. Noi abbiamo gli Span, e loro lo sanno.
Un attimo di indecisione, poi Tcerroi fece il primo passo, seguito da Zhu.
Passarono a poca distanza dallo sbocco della metropolitana, gettandovi uno sguardo. Non videro che pezzi di cornicione crollato e scale mobili divelte.
Era un’overdose di follia.


– Ce li abbiamo ancora dietro? – chiese Zhu.
– Si, puxa vida. Ci seguono strisciando lungo i muri, scivolando dietro i portoni.
– Non ne posso più. Potrebbero circondare la nostra casa.
– Loro e le loro macchine fotografiche...! Però quattro milioni di crediti valevano anche questo!
– Ripeto che non ne posso più.
– Animo! Dopo la conferenza, che si è visto s’è visto!
– Già. Intanto, finché non saranno finiti questi giri di interviste, non avremo un momento di pace.
Arrivarono alla grande sala, gremita di giornalisti e studiosi.
Presero posto accanto al presidente della seduta. Dietro una grande tavolata di microfoni. A pochi metri da un nugolo di telecamere.
Tcerroi accese una sigaretta, studiando i tecnici che si accapigliavano attorno agli arnesi di lavoro.
Babysitters dei mass-media.
La gente continuava ad affluire nella sala, dove i posti a sedere erano già un sogno da qualche ora.
Le luci si affievolirono. Un uomo in frac entrò da una porta laterale, seguito dal cono di un riflettore. Avvicinò un microfono alla bocca.